QUESTO è Lunatika.

Partirei da una citazione. Massì. Il citazionismo non è effettivamente solo molto funzionale, ma va pure di moda.
 Io sono Oberon Dj, voi siete pura eccitazione, e questo è il Lunatika!
Ebbene, non sono d’accordo. O meglio: questa definizione è approssimativa e rischia di far capire che il lavoro che c’è dietro Lunatika sia stato minimo o superficiale. Provo io – dal mio modestissimo punto di vista – a spiegarvi cos’è Lunatika.
Lunatika è un insieme di canzoni che riflettono umori e caratteri. C’è Battiato, ma c’è anche Marilyn Manson; ci sono i Ladytron così come gli Infernal; c’è il re del pop ma anche i Baroni delle sagre; c’è il motivetto del Mojito (dum dum dum dum dum dum dum dum dum du!) e un sacco di altre cose.
Lunatika è William Shakespeare. Non un bardo, ma IL Bardo. 
Lunatika è il Sogno di una notte di mezza estate. Gli intrecci sono praticamente ricalcati; le caratteristiche dei personaggi sono riprese da quelle del testo originale; perfino il titolo richiama alla luna, elemento importante dell’opera di Shakespeare.
Lunatika è il gruppo che si è formato due anni fa durante un corso di scrittura. In particolare Giovanni Beani, Riccardo Francesconi, Laerte Neri e Daniele Pierotti, che per mesi e mesi ogni settimana si sono trovati  insieme a me, Tiz e Fede per dare una forma a questa commedia.
Lunatika è Mattia, che non solo mi ha aspettato per quaranta minuti al Bruchetto (ordinando mezza dozzina di caffè) per fornirmi di pantaloni enormi, che non solo riesce a infrangere il codice stradale (per sbaglio) più volte durante la stessa serata, ma che soprattutto è un fonico eccezionale.

Lunatika è Chiara, che ha inventato la coreografia della sigla, e si è preoccupata che non venisse un troiaio. E soprattutto ha il merito di non essere esplosa quando, circa mezz’ora prima dell’inizio della prima, le ho comunicato che sarebbe stata il nostro aiuto di scena.

Lunatika è Andrea, il nostro straordinario tecnico delle luci, capace di salire su una scala a duemila metri di altezza (erano meno? Mh…) per sistemare un’americana – che per chi non se ne intende, come me, è un faretto – e che mi ha “illuminato” (notare il gioco di parole) sul fatto che lui vede più persone con gli occhiali da sole in discoteca che di giorno…
Lunatika è una stanza della sede di Mangwana, in Via San Nicolao, a Lucca, composta da due tavoli, una lavagnetta con incisa la parola CULO e decisamente troppe sedie.

Lunatika è Igli, che oserei definire la vera rivelazione del coro. Ad un’occhiata superficiale può apparire un po’ tra le nuvole, ma quando si tratta di beccare è un vero maestro. A proposito, mia nonna è ancora sotto l’effetto afrodisiaco dell’occhiolino che le hai fatto!

Lunatika è Federica, che è stata capace di trasformarsi da buttafuori rigida e impassibile (non le è piaciuta nemmeno la mia sciarpina grigia! Tks.) a dolcissima ballerina dal vestito luccicoso.

Lunatika è un telo nero su cui un gessetto ha impresso le differenze che sussistono tra l’iconografia di una banana e quella della luna.
Lunatika è una rete di metallo da buttare via, riciclata in modo da essere una fantastica scenografia.

Lunatika è Michele, un barman d’eccezione. Forse l’ho fatto patire un po’ per i costumi, al punto che il giorno dello spettacolo mi ha portato ben quattro combinazioni diverse di camicie e pantaloni, ma resterà il miglior preparatore di Desdemopolitan della Terra

Lunatika è Cecilia, la straordinaria Polly. È inutile e scontato che io dica che mi ha fatto scompisciare, forse è più simpatico farle sapere che qualche ragazzo mi ha chiesto il suo numero di telefono…

Lunatika è un’intricata tabella di orari impossibili da far combaciare, e delle accese discussioni su Facebook per capire quando poter mettere le prossime prove.

Lunatika è Francesco, il cui entusiasmo mi ha fatto tornare il buonumore. È un ragazzo molto disponibile, ma soprattutto la sua euforia per la partecipazione a questo spettacolo era tangibile, e per un regista questo è meraviglioso e appagante.

Lunatika è Alfredo, che ha interpretato un Ughino the king di gran lunga migliore di quello che era stato pensato, che è stato mesi a imparare la coreografia del Ballo del Pesce e si è anche fatto una cultura sulla discografia di Giuliano e i Baroni per entrare meglio nella parte – o per mero diletto, ma preferisco pensare che l’abbia fatto per una questione di interpretazione. Penso che sarebbe stato impossibile dare un’umanità a un personaggio stereotipato come il suo. Toh, il Marasti è riuscito anche in questo.

Lunatika è Giulia, che Sabato pomeriggio è stata l’unica che è riuscita a farmi calmare per qualche minuto. Le avevo chiesto se aveva del ghiaccio per i cocktail del bar, e lei mi ha risposto domandandomi se erano troppo pochi 240 cubetti – una quantità che superava di gran lunga le mie aspettative.

Lunatika è Nanou, che a Settembre mi fermò per strada e tutta contenta mi disse “Aleee ma allora sono io Mery! Ho letto il copione: il mio personaggio è odiosissimo!!!“; piano piano ha iniziato a prendere confidenza con la parte, arrivando alla fine con un’interpretazione perfetta della puttansuora del Lunatika. La dimostrazione che nel teatro… “non ci si finisce mai di divertirsi“.

Lunatika è Martina, che aveva iniziato questo progetto come costumista e che ha dovuto mollare perché abitando a Firenze le era impossibile partecipare in maniera più attiva. Ma la ringrazio lo stesso, perché era entusiasta di far parte ancora dei Postumi, e la avviso che prima o poi tornerà tra noi, non se la scampa.

Lunatika è un tempo che va dai cinque minuti all’ora e mezzo; un tempo che regolarmente, dopo ogni prova, veniva speso nella mia macchina, a parlare di questo spettacolo, di come erano andate le prove, di come gli attori erano migliorati, di cosa non veniva ancora bene, di come avremmo potuto insistere sulle scene, di quanto fossimo indietro, del perché facessimo teatro, di chi ce l’aveva fatto fare, di quanto eravamo stanchi, di quanto eravamo fieri.

Lunatika è Lorenzo, che mi ha sempre dato l’idea di possedere la tenerezza e la giocosità tipica dei bambini. Un ragazzo che – posso dirlo? daidaidaidai – ho visto crescere (artisticamente parlando), da quando ha creato la prima sua bozza del personaggio a quando, in scena, sotto la luce delle americane di Ponte a Moriano, ha dimostrato di incarnare il vero Oberon Dj, sicuro, freddo e perfetto.

Lunatika è Eleonora, che alla fine di tutto mi fa “Certo è difficile fare le cretine, io non credevo fosse così…”. Un plauso particolare per essere andata a importunare mia mamma, che Domenica a pranzo mi ha elencato tutti i motivi per cui le ha chiesto di non mettere la sua foto su facebook.

Lunatika è una fontana fuori da Porta San Gervasio e Protasio. Che qualcuno baciava, ogni santa volta.

Lunatika è Chiara, la discreta spacciatrice di tic tac, di cui però devo denunciare un fatto perché i suoi genitori potrebbero desiderare la mia impiccagione: non l’ho costretta io a tagliarsi i capelli, se lei vi ha detto così sappiate che non è vero! Comunque così sta benissimo, mpf.

Lunatika è Elena, che c’era, ma poi non ci doveva essere più, ma poi finalmente ha deciso che ci sarebbe stata. Avrei voluto lavorare molto di più con lei, ma questioni molto più importanti hanno ostacolato questa cosa. Tuttavia, siamo ancora giovani (io ho 19 anni, lei 18. E NESSUNO DICA IL CONTRARIO, tanto non avete prove) e chi lo sa: magari, in futuro… Puntini puntini, e una faccetta gialla che sorride.

Lunatika è una Barbie, anzi, due Barbie, imprigionate dentro una rete, col solo scopo di non far sembrare quella rete un cestino della spazzatura.

Lunatika è Emanuele, che ha iniziato quest’avventura dicendomi: “Ale, ma non è che mi avete scelto per Dimitri perché sono truzzo, vero?”. E io gli ho risposto che NOOOAFFATTO, perché “Il Giorgi” – chiamiamolo col suo vero nome, anche perché mi ha confessato che non gli piace molto chiamarsi “Emanuele” – in realtà repelle il truzzo. Ma in cuor mio sapevo che avrebbe dato di Dimitri un’interpretazione magistrale. E così è stato.

Lunatika è Tommaso, ed è Giulia. Entrambi si sono dati da fare per accontentare le nostre strambe richieste musicali. Mi hanno confessato che è stato simpatico dover interpretare le mie note che chiedevano “una canzone dance circense”

Lunatika è Anna, che con molta pazienza mi ha mostrato praticamente tutto il suo armadio nella speranza di trovare qualcosa che andasse bene per il suo ruolo da cubista, e che con altrettanta pazienza ha cercato le calze secondo le mie dritte – “a rete, coi buchi grossi. E scure, mi raccomando, sennò non si vedono dalla platea!” -, e che con ancora un sacco di pazienza ha ballato per quasi 80 minuti di canzoni che con ogni probabilità detesta.

Lunatika è Diletta, che vagava per la platea chiedendo – tra le altre cose – una piastra per capelli. Mia sorella ha pensato che tu l’avessi persa… Non aggiungo altro, adorabile scroccona mia!

Lunatika è Guia, che evidentemente era così in sintonia col personaggio da catturarne perfino la sfiga: infatti si è ammalata più volte, durante questi mesi, e nemmeno i fiori di Bach avrebbero potuto farci niente. Una ragazza speciale – e scrivo “speciale”, perché è l’aggettivo più bello che mi viene in mente – che ha avuto l’ulteriore sfortuna di dover interpretare quello che è il personaggio a cui tengo di più, e quindi ha dovuto sopportare tutte le mie elucubrazioni e stramberie. Ma, alla fine, tu ERI Elena, e io sono fiero di te.

Lunatika è Matteo, che non è solo “bono bao” (citando la prima e unica pagina del quadernino delle firme che avevamo lasciato all’ingresso del teatro), e non è neanche solo un ottimo attore, e non è neanche solo capace di fare facce buffissime prima di iniziare un discorso importante, e non è neanche solo perfetto per la parte di Sandro, e non è neanche solo in grado di capire quando ho bisogno di un abbraccio, e non è neanche solo divertente quando durante le prove si accorge di aver saltato una battuta e grida SI-HO-SBAGLIATO-LO-SO prima che tu possa riprenderlo; ma è anche colui che, alla fine dello spettacolo, mi ha salutato dal palco mettendo le mani come quelle di Lady GaGa in Bad Romance, E LO SO CHE È UNA COSA SCEMA MA IO MI SONO COMMOSSO…

Lunatika è Sara, che dovrebbe ricevere l’oscar. Io così ubriaco non sono nemmeno da ubriaco. E lei non aveva bevuto, e aveva pure la febbre. Ed era su quel palco lo stesso…

Lunatika è Fede. Fede che ha scritto Lunatika, Fede che ha scritto Tania, Fede che è Tania, Fede che mi chiede come vestirla due mesi prima che iniziassimo a parlare di costumi, Fede che si scervella per i calzari del suo personaggio, Fede che ascolta i miei sfoghi pre-prove, Fede che sa sempre cosa fare per me ma che non sa mai cosa fare per lei, Fede che si preoccupa se qualche attore è minorenne, Fede che ha sempre la battuta pronta, Fede, la mia amica Fede.

E sì, lo sapete tutti che manca ancora qualcuno. E sapete benissimo che l’ho messo in fondo perché per i più elementari principi di retorica si tiene in fondo quello a cui si vuole dare un po’ più d’importanza.

Ma la verità è che finora avrò descritto più o meno un cinquanta per cento di cos’è Lunatika.

C’è quest’altro cinquanta per cento di cui bisogna parlare, e per forza, perché non mi riesce essere vero ad una cena, perché forse riesco a dire queste cose solo per scritto, magari illudendomi che poi non verranno pubblicate, e forse sembrerò artificioso anche adesso, ma sono le lacrime di ora che mi fanno pensare che invece riuscirò a farvi capire quanto ci tenga.
C’è quest’altro cinquanta per cento che mi ha sopportato per mesi, quando mi incazzavo per quello che in fondo era un niente in confronto a tutta la soddisfazione che ho ricevuto nel mettere in scena Lunatika.
È il cinquanta per cento che ha voluto che io fossi accanto a lui, ha insistito e pregato e fatto salti mortali per convincermi a non lasciare tutto, a non andarmene dopo tre o quattro mesi di lavoro.
È il cinquanta per cento che mi ha consigliato su come agire, che mi ascoltava mentre mi sfogavo, anche se a volte mi sfogavo su di lui, e che mi consolava per quando ero triste, per quando non riuscivo a farmi capire dagli attori, per quando accusavo una certa differenza d’esperienza tra me e lui, per quando sentivo che i miei sforzi erano poco riconosciuti persino da me stesso.
È il cinquanta per cento che conosco come conosco me stesso, e che mi conosce come conosce sé stesso, e che mangia una quantità di pasta difficilmente misurabile dalle bilance che solitamente si tengono in cucina, e che mi manda messaggi tipo “Lunatika sarà uno spettacolo fantastico WAAAAAAAA”, e che arriva persino a comprarsi il portacellulare della Sweet Years solo per averlo arancione, e che se vuole trova del genio e del bello in chiunque, e…
Ed è il cinquanta per cento che mi vuole bene, un bene incondizionato che non vuole davvero niente in cambio, un bene che (io non so come sia possibile) resiste anche a un carattere come il mio, un bene che una volta tanto cazzo voglio gridare perché non è sempre giusto tenersi tutto dentro. (e un bene che adesso mi ha fatto uscire le lenti dagli occhi e qui in laboratorio tutti si stanno chiedendo se ho l’allergia o cosa)

Lunatika è il mio amico Tiziano. Ti. Voglio. Bene.

Ecco. Dovrei aver dato una definizione abbastanza articolata di questo spettacolo.

IO sono Lunatika.

VOI siete Lunatika.

QUESTO
è Lunatika.

Una commedia lunga un anno

Era l’anno scorso, ed era Maggio. Quasi un anno fa, in pratica. Era un periodo un po’ particolare della mia vita ed era una Gianfranco.
[ Qui c’è bisogno di una parentesi, altrimenti temo che non si capisca bene la frase “era una Gianfranco”. Premetto che dopo questa parentesi potrei passare per psicopatico, ma tutto sommato non credo che ciò influisca molto sull’opinione che taluni hanno di me. Non che la cosa mi piaccia (solo i finti alternativi sono contenti nell’essere appellati come pazzi, e infatti si autodefiniscono così, lo scrivono su facebook, comprano magliette con scritto MAD GIRL o CRAZY BOY, e trovo la cosa molto irritante, ma sto divagando, riportiamoci all’argomento di questo post).
Dicevo: Gianfranco. È il nome che io e altre due persone a me care – che chiamerò con nomi di fantasia, per esempio Tiziano e Federica – diamo a quei momenti in cui ci incontriamo davanti a una birra o un Sexonthebeach e (s)parliamo di:
– “Tiz e il sesso debole mica tanto debole”
– “Fede e il sesso forte mica tanto forte”
– “Ale e le sue vicende nell’altro mondo” ]
Bene. Ora che sapete cos’è Gianfranco (anche internazionalizzato con JeanFrankie, e abbrevviato con JF), posso continuare. Ad uno di questi incontri, viene fuori che sarebbe bello mettere in scena Lunatika.

[ Sì, Lunatika. Con la kappa, sì. E come potete immaginare, adesso urge un’altra parentesi in cui spiego cosa diamine è Lunatika. Innanzitutto Lunatika è una commedia, ma soprattutto Lunatika è una commedia che è stata scritta durante un corso di scrittura drammaturgica che io ho frequentato insieme ai suddetti Tiz e Fede ed altre persone. Quando mi chiedono cosa sia Lunatika, rispondo che è una trasposizione in chiave moderna del Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare. 

“Trasposizione in chiave moderna” è una frase molto figa che sta a significare che la storia è pari pari quella del Sogno, ma 1) è ambientata in una discoteca, 2) i personaggi dicono parolacce. ]

Adesso sapete anche cos’è Lunatika. Ritorniamo alla sera di Maggio 2010.
Sarebbe bello mettere in scena Lunatika
Sì ci stavo pensando
Guardate che è un testo molto forte
Io ho anche pensato anche a chi potrebbe fare i personaggi
Certo XXXX sarebbe perfetto per Personaggio Y
E XXXX allora?
È praticamente uguale a Personaggio Z!
Ale, perché non fai la regia con me?
Ta da da daaaan. Io avevo scoperto il mondo del teatro da… una cosa come sette mesi. In questa sede è troppo noioso stare a spiegare come mai ho accettato, ma fondamentalmente è perché Lunatika era un progetto iniziato al corso di scrittura e mi sarebbe piaciuto completarlo con la vera e propria messa in scena.
Durante l’estate io e Tiziano iniziamo a pensare a come potrebbe venire, reclutiamo attori, ipotizziamo possibili musiche di sottofondo. Alla fine buttiamo giù un piano di regia (così l’ha chiamato, il regista esperto).
Fare il regista mi ha lasciato un sacco di sensazioni interessanti. E non è solo il fatto di potersi far bello nel dire che EHI, io sono il regista. È qualcosa a cui non ero abituato. Spesso hai la convinzione di sapere come dovrebbe essere fatta una certa cosa, e spesso quella cosa sarebbe davvero perfetta se la si facesse nel modo che dici tu. Ma spesso ti manca il coraggio, o la possibilità, o la forza di prenderti la responsabilità di essere il capo. 
Ed ecco cosa ho fatto in questi mesi: il capo. Nononononono! Non è affatto bello fare il capo. Hai mille responsabilità, devi motivare ogni tua scelta anche se le tue scelte si basano solo su sensazioni, devi lottare per dimostrare che la tua idea è giusta, devi tenere unito il gruppo, devi organizzare il lavoro di tutti e lavorare per chi non lavora, devi purtroppo incazzarti per sollecitare chi non ti rispetta o non rispetta gli altri, devi usare il tuo tempo libero per portare avanti il lavoro (prove, scenografie, musiche, costumi, luci, locandina, promozione, …). 
È stressante. Eseguire è molto, molto più facile che pensare. Tiz mi aveva avvisato, ovviamente. E io ho pensato di lasciare la regia una cosa come… 10 volte. Al mese. E non sto esagerando.
Solo ora, a 18 giorni dalla prima, vedo che non ho lavorato per nulla. Questo spettacolo ha una forma, e questo spettacolo ha la forma che IO gli ho voluto dare. Non chi ha eseguito, ma chi ha pensato. Credo che Lunatika sia per me e Tiz una specie di figlio. Nel senso che, come si cresce un figlio, anche questo spettacolo è il risultato della nostra “educazione”. 
[ Faccio una parentesi su Tiz. Sì, lo so che faccio sempre parentesi, ma una in più che cosa cambia? Beh, Tiziano è stato fondamentale. Ovvio, per l’esperienza che ha nel mondo del teatro. Ma soprattutto per il sostegno morale, che tradotto in linguaggio carino significa che è un mio amico. In quasi un anno di preparazione, praticamente ho visto più lui che i miei genitori. Senza contare che abbiamo avuto quasi sempre le stesse idee sulla commedia: i nostri cervelli sembravano in simbiosi, e qualche volta ho pensato che Terry e Maggie ci fanno una pippa – se escludiamo la questione del teletrasporto, ma ci stiamo lavorando. ]
E adesso? E adesso mancano diciotto giorni dalla prima.
Fede, per sms, qualche settimana fa:
“Manca un mese al 9.”
“Già.”
“Emozionato?”
“Sì. Perché anche il terrore è un’emozione.”
Ma alla fine credo in questo spettacolo. È roba mia, è una creazione modellata per come ho voluto io. E sinceramente – e peccando terribilmente di presunzione – non credo che potrà non piacermi. E ancora più sinceramente, e peccando ancora di più di presunzione, non credo che potrà non piacervi.
Lunatika è una storia. E ci sono tanti colori, tante musiche. Personaggi in cui ritrovarsi, alcuni da odiare e altri da amare. Fin qui tutto piuttosto banale, eppure io sono convinto di due cose. Uno, che non vi dimenticherete di Lunatika. E due, che Lunatika non è ciò che vi aspettate.

Ventuno vittoria, grande baldoria

Mi sono appena rimboccato le maniche.
No, non è una metafora! Mi sono davvero rimboccato le maniche prima di appoggiare le dita sulla tastiera. E il buffo è che stavo pensando “Mmmh, come potrei cominciare…?”. La verità è che è una faticaccia iniziare questo genere di post molto autobiografico. Ci vuole coraggio, ci vuole voglia di mettersi in gioco e bisogna stare attenti perché il rischio di prendersi troppo sul serio è alto.
Sopratutto per l’ultimo motivo, vedrò di essere il più trankyfanky possibile. (Si comincia bene, con il termine trankyfanky)
Bene. 
E mo che dico?
Ah, sì. Credo che il ventunesimo sia stato l’anno più proficuo fino ad ora. Innanzitutto perché sono sempre magro (per ora) e ho ancora i capelli (PER ORA, cornacornacornacornacorna) e quasi tutta la barba. E poi per altri motivi tutto sommato marginali che vorrei sbrodolare in un pratico elenchino.
Ho vissuto e non solo sopravvissuto. Lo so che ormai è una frase più scontata dei pandori dopo il 6 Gennaio, ma mi andava di metterla tanto per creare quell’effetto drammariadefilippesco che ogni tanto fa piacere sentire.
Ho riso tanto. Mi raccomando, prima “riso” e poi “tanto”. Non ho tanto riso – che non mi piace nemmeno, a dirla tutta -, ho riso tanto. Nel senso di fare tipo ahahaha ehehehe ihihihih gnè gnè gnè buahuahauh, capito?
Sono montato su un palcoscenico. E parlavo ad alta voce. E c’era della gente a guardarmi. Recitavo, sì: recitavo, ed era una cosa che non pensavo che sarei mai stato capace di fare. E quando fai le cose che non pensavi che saresti mai capace di fare, ti accorgi che le cose che non sei capace di fare… sono molte, molte meno. 
Ho conosciuto Milano, che è una città bellissima che odio tanto. Il ricordo dei negozi di Milano, il ricordo delle birre di Milano e dell’enorme Mai Tai, il ricordo di quel parco di Milano con la fontanella del drago e dello straniero che passava di lì mentre io ti dovevo dire una cosa, e il ricordo degli occhi verdi di Milano rimarranno con me, sempre.
Ho iniziato a fare il regista. Una parentesi che SI CHIUDERA’ PRESTO, e lo scrivo in maiuscolo perché se qualcuno a caso dei miei lettori si stesse per caso autoconvincendo che continuerò mai a fare il coregista con lui o proseguirò mai da solo nella regia (PFFFF!) si sbaglia di grosso. Non credo di essere portato, ma è comunque divertente passare le serate a disperarsi insieme a Tiz su quanto siamo indietro non ce la faremo mai dio aiutaci è la fine 
Ho fatto incredibili figure di merda. È utile farne, metti caso che esaurisci gli argomenti con gli amici, così sai cosa raccontare. Tralasciamo il fatto che poi devi girare per la tua città nascondendoti il volto con la mano…
Ho tanti amici, vecchi e nuovi. Ci sono state importanti novità in questo campo, e tante conferme. Anche qualche persona persa per strada, che forse un giorno tornerà. Mi piacerebbe fare i nomi di tutti, ma è meglio di no. Li raggruppo. Quelli che ci sono sempre stati, quelli delle scuole, quelli dell’uni, quelli del teatro, quelli di Pescia and Co, quelli di Gaetano, quelli di Pisa, quelli di Dreamalot, quelli che non stanno in questi gruppi… Vi amo, tutti.
Ho scoperto di odiare i pantaloni a zampa di elefante. E di volere bene… a tutto il resto.
Ho visto Lady GaGa. Sì, scusate, non potevo non menzionarla, è importante! L’ho vista, dal vivo, ed è stata una delle emozioni più grandi di quest’anno. E ho sentito i Baustelle, tre volte in un anno, e tutte e tre le volte è stato magico. E Carmen Consoli, una donna, una vera donna. E Immanuel Casto (tanta lana), e Il Genio, e probabilmente altri che non ricordo!
• Ho imparato che se premi Alt più 7 contemporaneamente… fai i pallini. SOMMA GIOIA, ••••••••••!!! E se premi Alt più 0200 riesci a fare le E maiuscole accentate! ÈÈÈÈÈÈh! Revelation!!! Fare informatica a qualcosa serve!
• Ho partorito un progetto di sistemi operativi, ho sviluppato una passione spasmodica per il philadelphia, ho imparato la coreografia di un balletto, ho fatto finta di essere un albero volante, ho vomitato l’anima, ho mangiato il sushi e l’anatra all’ananas, ho provato l’emozione di tornare a dormire nella propria camera dopo un’alluvione, ho visto Budapest e la Croazia, ho insultato l’autista del pullman, ho camminato durante una bufera di neve (okay, forse sto esagerando), ho servito porchetta e grigliata a più di cento irritantissime persone, …
• Questo punto lo lascio vuoto, non scrivo niente. Vale per tutte le cose che ho fatto e che sono troppo stanco per ricordare, e per quelle che ho fatto e che sono troppo timido per dire. 

Mi scuso per avervi fatto subire tutte queste parole. Ma oggi è l’unico giorno in cui è legittimato il mio spiccato autoreferenzialismo, per cui lo sfrutto.
Ventuno vittoria, grande baldoria, si dice nel blackjack.
E per i ventidue? Ghghgh, comincio già a sorridere.

Di cosa mi sono innamorato oggi

Del sapore della cioccolata.
Quella morbida, dei biscotti dell’Esselunga.
Nessuno mi aveva detto che l’avevano comprata,
e forse non l’hanno fatto per il mio bene.
Quindi,
mangiarla
è stato ancora
più incredibile.

Di due occhi verdi
che mi fissavano dalle pagine di un giornale
lasciato aperto sul tappeto del salotto.
La   p e r f e z i o n e   fatta sguardo.

Della sensazione di emergere dalle coperte,
stringersi alle lenzuola, toccare il cuscino
e sentire quant’è morbido, guardare il soffitto,
indugiare, crogiolarsi nell’ozio del Sabato mattina,
e in qualche modo sapere di stare bene.

Della soddisfazione sul volto di una ragazza
che ha appena capito di essere apprezzata
e dell’orgoglio incorniciato dalle sue ciocche bionde,
delineato nel suo timido sorriso.

Di questa canzone.
Sopratutto di questa canzone.

Per favore, non finire ora.
Per favore.

Syntactic Sugar Awards

Signore e signori – e troiai vari – buonasera, e benvenuti alla prima edizione dei Syntactic Sugar Awards, la manifestazione più   /* inserire qui un superlativo a scelta, tanto nessuno ci fa mai caso */   del mondo! Stiamo per premiare tutto quello che più ha caratterizzato la mia estate. Estate che sta finendo: ormai dobbiamo accettarlo, e se non lo vogliamo accettare ci pensa il diluvio che mi sta precipitando addosso in questo momento a imporci questa triste consapevolezza. 

Non starei a perdere tempo con ulteriori preamboli, perché si sa che mi piacciono le premesse, e quando comincio poi non finisco più. Ad esempio, questo di adesso è un paragrafetto pretenzioso e totalmente inutile, che chiunque avrebbe evitato, ma quando ho una tastiera sotto le dita inizio a sragionare e non la smetto finché le mani non si sono sfogate sui tastini. Ecco, dovrebbero avere finito, così ho modo di introdurvi a quello che è il succo di questo post.




Cominciamo col premio per il gruppo rivelazione dell’estate 2010, che va ai…
(rullo di tamburi, le luci che calano, pubblico col fiato sospeso, occhi sgranati, gole trepidanti e pronte a scoppiare qualunque sia il vincitore, puntini puntini che fanno sempre molta scena… … … …)

BASEBALLS
(link)

Con le loro rivisitazioni in chave rock&roll delle canzoni pop moderne conquistano il titolo e si guadagnano un posto nelle mie speranze: si spera che cambino un po’ genere e che sappiano sfruttare la novità che hanno reinventato per non annoiare il pubblico.




Il premio per la canzone più ripetitiva e alienante e “che dopo un po’ non ne puoi più” dell’estate 2010 va a…
(No, ho appena deciso che questa parentesi di suspense non la metterò più, è troppo difficile inventarsi una frase per tutte le volte!)

WAKA WAKA (e relativo balletto)(link)

Shakira guadagna questo ambito premio grazie sopratutto alla particolare coreografia che ha ammorbato l’estate. La prova schiacciante del virus Waka Waka (pare che la prossima influenza autunnale si chiamerà così) è costituita dal fatto che persino io sono riuscito ad imparare una bozza di ritornello – che peraltro sfoggio con orgoglio ai profani.

Il premio per la bevuta migliore dell’estate 2010 va, senza la benché minima ombra di dubbio, al…
(Ovviamente il premio è stato deciso dopo un’attenta valutazione, sia ben chiaro. Amiamo fare le cose per bene, qui a Zucchero Sintattico! Niente favoritismi o che, ecco.)

LONG ISLAND ICED TEA
(link)

che è stato la principale causa delle figure di merda, degli sfoghi, dei pianti, delle litigate, delle risate e dei divertimenti migliori di quest’estate. 




Il premio per la figura di merda più esilarante va a…
(evitare ogni genere di commento)

“Scusa ce l’hai l’appuntalapis?
No? E se con ‘appuntalapis’ io intendessi
il tuo numero di telefono?”
(niente link qui, grazie.)

Bene. Passerei subito al prossimo premio, mh?




Che è il premio per la canzone più sensuale barra erotica dell’estate 2010. Esso spetta di diritto a…

STRAIGHT TO… NUMBER ONE
(link, scusate per il video patetico, non credo esista quello ufficiale)

Una scoperta di Giugno, anche se ho dovuto faticare fino ad Agosto per riuscire a risalire al titolo, e soprattutto al gruppo, i Touch and Go. Credo che assieme alla barretta di cioccolato al peperoncino costituisca uno dei migliori afrodisiaci in circolazione.

Il premio per il piatto migliore dell’estate 2010 va a…

ANATRA ALL’ANANAS
(link)

che ho avuto il piacere di gustare in un ristorante cinese, appena prima di sapere che magiare al cinese è una cosa che non si può fare troppo spesso. C’ho pianto, credo. Non ricordo bene.

Il premio per la cosa più bella dell’estate 2010, che è anche la cosa più bella delle estati prima di questa, e per le estati dopo questa, e per tutte le stagioni dell’anno, e luoghi della Terra, e Sistema Solare, e Galassia, e universo sconfinato va a…

I MIEI AMICI

Quelli che ci sono sempre stati, e quelli che ci sono ora, e quelli che ci sono stempre stati e ci sono ancora. Quelli che ti telefonano per aggiornarti delle cazzate, e quelli che per ora sono solo una scritta viola su uno schermo. Quelli che rivedi dopo tanto tempo, e quasi non ti riconoscono per il nuovo taglio di capelli, e che poi ti saltano addosso tutti contenti. Quelli che studiano con te, anche se studiano cose completamente diverse. Quelli che per farti dimenticare arrivano a farti male, e quelli che ti buttano addosso a ogni singola persona della discoteca per vedere se lo scontro fa nascere qualcosa di bello (o anche solo una botta e via!). Quelli che ti scrivono le mail piene di stupidate, che ti chiamano per un gelato, che ti mandano un sms per lamentarsi del ragazzo in ritardo, che hanno riso con te in vacanza, che fanno finta di essere i tuoi genitori, che ti abbracciano alla sprovvista, che anche un esame di fotografia può essere un pretesto per vedersi, che “mi sentono vicino e non sanno perché”. Quelli nuovi, che però riescono ad aprirsi subito, e quelli che conosci da una vita e che ancora non hanno la stessa confidenza, ma vuoi loro lo stesso un gran bene. Quelli che ti portano a bere e che poi ti tolgono il bicchiere dalle mani. Quelli che credono in Dio, quelli che non ci credono, ed entrambe le categorie comunque credono in te. Quelli che non mi perdoneranno mai questo adolescenziale ma necessario bisogno di retorica, e quelli che invece lo apprezzeranno. I miei migliori amici, che sanno perfettamente che tutto questo scritto non è solo per evitare un’oretta di studio, ma è anche una scusa per dirglielo, che gli voglio bene

Notte di San Lorenzo 2010

L’ultima volta si è avverato.

Chi sa se la complicità del cielo croato
riuscirà a concretizzare il mio desiderio.

Frantumi

. del vetro della mia auto.
. di tutti i miei sforzi.

Versi d’autunno

Mi manchi tu
la fantasia
il cinema
l’estate indiana
Mi servi tu
un brivido
il ghiaccio nel
Campari Soda
Mentre Francesco Bianconi e Valeria Golino cantavano io trascrivevo le loro parole. Un diversivo per pensare a come organizzare le mie, e a quali dire. Mentre cantavano, pensavo che in realtà non c’era bisogno di aggiungere altro: la canzone esprime già nel migliore dei modi ciò che voglio dire.

Fumo un’altra sigaretta
perché è facile buttarsi via
respiro e scrivo
tutto quello che mi manca
è un’assurda specie di preghiera
che sembra quasi amore

Stamani pensavo ai poeti, e ai cantautori – che poi sono poeti, in un certo senso. Hanno una capacità che io non avrò mai. Posso essere bravino con la prosa, ma il dono della poesia non lo possiedo, e penso che non l’avrò mai. Invidio i poeti. Imprimere un’emozione in un verso; sintetizzare uno stato d’animo in poche parole precise, scelte, quelle, loro.

Mi manchi tu
la libertà
tanti lp
Battisti e Mina
Mi servi tu
la malattia
che spazza via
la razza umana
Il fratello di mia nonna era un poeta. Era un poeta vero, perché riusciva a comporre pur non avendo studiato. Credo di ricordare che mia nonna mi disse che lui aveva la terza elementare, quindi giusto la formazione essenziale per poter scrivere. Ho letto qualcosa di suo, e non posso dire di aver apprezzato; forse a causa dei continui riferimenti alla campagna, o per l’ingenuità delle strofe infantili. Però vi ho letto anche delle metafore che una mente contadina non avrebbe potuto trascrivere. E forse nemmeno la mia. 

Chiudo con le sigarette
un ragazzo in strada scappa via
e metto in lista
tutto quello che mi manca
e mi sembra quasi una preghiera
oppure folle amore

Parlo di poesia per ingannare il tempo. Occupo la mente dando ordine alle dita di battere sulla tastiera. Non voglio che ci sia spazio per altro, per più tempo possibile. “Le stagioni cambiano”. Infatti fa strano vedere il sole fuori dalla finestra: tutta questa luce è la prova che distrugge ogni mia convinzione. E’ come se avessi sempre saputo che dopo la primavera viene l’autunno. Solo dopo l’autunno – forse – c’è l’estate. Dunque questo è il tempo dell’autunno? Allora mi ascolto una canzone d’autunno.



Piangi Roma muori amore splendi sole da far male ho già fatto le valigie ma rimango ad aspettare
Ridi Roma ridi amore dice il telegiornale che la fine si avvicina io m’invento un gran finale
Piangi Roma muori amore tutto il bene che so dare come il sasso e la fontana si consuma si consuma
Ridi Roma godi amore nonostante il temporale metto i panni ad asciugare piangi Roma ti fa bene

Orfeo

[ Attenzione. Lo scritto che segue è terribilmente personale, e con molta probabilità potrà sembrarvi disgustoso, melenso e, soprattutto, patetico. Si tratta – ahimé – di un post in cui non mi curerò di esplicitare tutto, ma anzi potrei lasciare oscure molte parti (con la conseguente antipatia che scaturirà nei confronti della mia enigmaticità insopportabile). Sarà un post in cui non mi curerò di scrivere attraverso uno stile particolare; potrei farvi ribrezzo, o urtare la vostra sensibilità, oppure scatenare reazioni di masochistico piacere. Sfortunatamente, questo post è anche necessario affinché il peso che mi opprime in questi giorni venga liberato in maniera definitiva. Per questo motivo non posso in alcun modo esimermi dallo scrivere – ammettere / rivelare / dichiarare pubblicamente – ciò che segue; quello che mi è concesso fare per alleggerire un eventuale imbarazzo è scusarmi preventivamente, e ricordarvi che potete interrompere la lettura in qualsiasi momento. Grazie ]
Si dice che le parole, in questi casi, non servano. Non sono d’accordo. Il mio caso è proprio quello che ha bisogno di parole: parole di conclusione. Quelle parole che alla fine di un romanzo hanno la funzione di chiarire ogni dettaglio che al lettore potrebbe essere rimasto confuso; quelle parole liberatorie, che magari sono già state pronunciate nell’intimità, ma che vanno ribadite per forza e con forza, altrimenti si ha l’impressione che manchi qualcosa, che non si potrà mai essere completamente soddisfatti, che la situazione non è stata davvero superata. Parole da far poi seguire da un punto, fermo e indelebile, in grado di porre fine non solo al periodo, né solo al capoverso, ma a tutto il capitolo. Ed è solo con questa certezza – questo punto – che si può cominciare un capitolo nuovo, denso di fatti, e descrizioni, e dialoghi, e colpi di scena. Il classico e banale “voltare pagina”. Ricominciare. Rinascere. E sia benedetto colui che ha inventato la leggenda della fenice che dopo la morte riprende vita dalle proprie ceneri, perché è un’immagine vivida, calda, luminosa, che in qualche modo… mi aiuta.


Voglio fare un paragone, sebbene già mi renda conto che non riuscirò neanche lontanamente a riprodurre nemmeno un’ombra vaga della mia situazione attuale. Nemmeno una sfumatura confusa del mio dolore. Al liceo avevo problemi con una materia, in particolare: fisica. Avevo un professore molto bravo, ma che esigeva un livello elevato. Le insufficienze – svariati 2 e 3 e 5 – arrivavano una dopo l’altra. Ogni tanto un 6 a farmi respirare, ma mai nessuna soddisfazione che mi convincesse che avevo realmente superato il mio ostacolo. All’inizio mi scoraggiai. Mi sentivo impotente, mi sembrava impossibile riuscire. Poi, finalmente, per quanto fosse strano in quel periodo che io avessi una qualche reazione determinata, presi quella difficoltà come una sfida. E la affrontai.
In questi giorni ho dato il peggio di me. Di fronte alle persone che costituiscono il meglio di me. Persone che mi hanno visto piangere finché c’erano lacrime; persone che sono venute a casa mia, la mattina, per buttarmi giù dal letto. Persone che mi hanno preso e messo su un treno, per tentare di farmi svagare; e riempito di gelato, e ogni altro genere di coccole, e non sono rimaste deluse se gli dicevo che quel gelato lo percepivo amaro, amarissimo. Persone che sono rimaste ore al telefono a sentire solo singhiozzi; persone che mi reggevano mentre mi vomitavo addosso, e mi portavano il bicchiere d’acqua alla bocca intanto che mi dicevano di “non sbrodolare, però”; persone che, dopo quattro ore di treno, la prima cosa che hanno fatto è stata quella di abbracciarmi. E ancora persone che mi hanno letto, in quelle due uniche frasi che riuscivo a dire – Non riesco, non ce la faccio – e risposto, l’unica risposta sicura che si può dare in questi casi – Mi spiace, ma il tempo, vedrai… Persone che mi passavano un nuovo fazzoletto mentre altre lacrime mi sommergevano di moccio, e mentre il sangue mi usciva dal naso ormai leso dal troppo piangere. Persone che, conoscendomi ormai molto bene, si sono fatte da parte, in silenzio, non chiedendomi niente, o facendo finta di nulla, perché sapevano che da parte loro io avrei voluto così; persone che hanno cambiato i loro programmi, per me; persone che mi davano dei colpi in testa, o mi tiravano per la maglia, non appena notavano che la mia mente aveva preso a vagare altrove. Persone che erano desiderose di darmi una mano, e dicendomi “Ci sono” aspettavano soltanto che io la chiedessi. Persone che hanno sopportato il mio immenso, sconfinato, incommensurabile egocentrismo; e le mie ripetitive, pesanti e patetiche richieste d’aiuto, e le hanno soddisfatte, offrendomi tutto quello che potevano, perfino il loro tempo. Persone che mi hanno donato la loro fisicità: sotto forma di abbracci, o di baci, o di pacche sulle spalle o sulle ginocchia; che mi hanno stretto, preso le mani, guidato, detto parole di conforto, parole sentite. Persone che amo e che normalmente chiamo amici, ma che in questo periodo ho visto soltanto come persone, perché non ero capace – né fisicamente, né mentalmente – a vedere importanti.


E dentro? Annegare. Non finire mai di annegare. Piangere, dentro. Soffrire. Sentire un vuoto, un vuoto che in qualche modo riesce ad essere pesantissimo. Svegliarsi, e desiderare che quel soffitto cadesse, subito, e facesse finire tutto. Avere paura di andare a dormire, per timore del risveglio, per timore di dover affrontare ogni ricordo, di nuovo. Perdere l’equilibrio, dentro. Convincersi delle parole “mai” e “impossibile”. Questo, dentro. Tanto, tantissimo vuoto.

Brucia come un taglio nel sale

Quando lei lo baciò disse: Amore,
non farmi male, non farmi soffrire
Capire il significato delle canzoni che solitamente si cantano sovrappensiero, capirlo davvero, coglierne il senso, davvero. Forse è l’unica cosa positiva che ho acquisito da quello che mi è capitato. Ascoltare una canzone, sentirla tua, come se fosse stata scritta per te; o guardare una commedia che sei già andato a vedere altre due volte, e improvvisamente avvertire più emozioni, capirla sotto l’influsso di sfumature nuove. Essere consapevoli. Essere sensibili.
Portami con te
non voltarti
conducimi alla luce del giorno
Portami con te
non lasciarmi
io sono bendato ma sento già il calore

E’ il momento di svegliarmi
è tempo di rinascere
sento addosso le tue mani
ed è un caldo richiamo perché
ho bisogno di svegliarmi
di prendermi cura di te
ritorno alla vita
Me l’hanno detto tutti quelli che l’hanno provato. Il tempo. Il tempo che ha il potere di guarire tutte le ferite. Il tempo. Il tempo mi fa incazzare: illude tutti che possa guarire le ferite. Invece fa una cosa diversa, decisamente più subdola: fa abituare alle ferite. La routine mi assorbirà di nuovo, e pian piano mi abituerò, passivamente, al dolore. No, non sono più il tipo che aspetta. Qualche anno fa aspettavo – aspettavo Godot – ma adesso non più. Negli ultimi tempi ho imparato a rischiare, a provare, a sudare, a mettermi in gioco. E ovviamente sono caduto molte volte: sono state più le volte in cui ho fallito che quelle in cui sono riuscito. Ma quelle volte in cui ho vinto mi hanno ripagato di tutti gli sforzi.
E allora?



E allora sono caduto. Questa di adesso è la caduta più dolorosa di tutte. Ho contusioni dappertutto. Lividi mentali. Graffi che ho più volte implorato si concretizzassero, affinché potessi finalmente sfogarmi per qualcosa che non fosse solo un’idea o un’assenza. E allora devo reagire. Non posso essere sottomesso dal tempo, o da sentenze universali. “Non mi innamorerò mai più”. No. Lo penso, ma lo voglio davvero? No. IO AMO. E non mi vergogno a dirlo. IO AMO. Sono condannato ad affezionarmi alle persone, a voler loro bene, ad aver bisogno di loro, a non poter stare solo. IO AMO. E accetto di soffrire, di cadere, di perdere, di annientarmi.
IO AMO
Questo era il punto. Questa era la conclusione che volevo affermare. Incidere sulla pelle, farla sanguinare. Imprimerla nei meandri della ragione, là dove si raccolgono le convinzioni più profonde. Io amo, e questo è il valore su cui si fonda tutta la mia vita. L’ho ammesso a me stesso. E ora l’ho detto, l’ho scritto. E’ qui, è fermo, e indelebile: il punto. Ora posso reagire, ora posso voltare pagina.


E ricordo – ricordo proprio adesso – che, al liceo, finì più o meno così:
Ce la posso fare.

Il cercatore di fortuna

La fortuna non può essere imbottigliata in una fialetta. Può accadere nel mondo dei maghi, forse, ma nel mondo dei maghi ci sono anche i draghi, e gli elfi domestici e le fotografie si muovono. Nel nostro mondo – asfalto, cotone sintetico, crociere e televisioni – non si può.

Però pensavo che si potesse… cercare, quantomeno. Perché se una cosa esiste davvero, da qualche parte deve trovarsi. Così mi sono deciso. Volevo andare a caccia di fortuna. Sì. Da dove cominciare? Non in casa di certo. In casa non succede niente. La casa è un posto bellissimo perché ti protegge ti culla ti fa sognare, ma sicuramente la fortuna non si trova lì. Allora ho preso la bici, mi sono infilato le cuffie alle orecchie, e sono andato a cercare a Lucca. A Lucca, perché una mia cara amica mi aveva detto che l’aveva vista spesso girare a Lucca. Magari l’avrei vista anch’io.

Quindi, dicevo: bici, mp3 e via verso la città. L’ho setacciata. Ho percorso stradine che non sapevo nemmeno esistessero. Ho vagato per viottoli, vie, viali. La cercavo, speravo che potesse essere da qualche parte, immersa tra i turisti e il caldo. Sono stato nei parchi giochi, in tutti: magari la fortuna porta i cuginetti o i nipotini a divertirsi sull’altalena. Ho fatto un giro di mura, perché c’era la possibilità che facesse footing. Velocemente (per assicurarmi di visitare ogni angolo della città ero in bici, infatti) analizzavo ogni faccia: quelle intente a scegliere i vestiti nei negozi, quelle sdraiate ai baluardi, quelle sedute sui gradini di un ingresso…

Mentre giravo, pensavo a cosa avrei potuto dirle se l’avessi trovata. Oh, ciao Ale, che giri qui in città? Ciao fortuna, cercavo… te. E magari a quel punto avrebbe sorriso. Perché io penso che faccia sempre piacere essere cercati, anche se magari quello che ti cerca non è il tuo tipo. E allora avrei detto: Sai, fortuna, io devo dirti una cosa. E’ tanto che ci penso e devo proprio parlarti. Hai cinque minuti, o magari venti, o anche un’oretta intera? E a quel punto mi avrebbe preso per mano e saremmo andati in un luogo dove poter parlare senza essere ascoltati, io le avrei detto la verità; e l’angoscia – quella sensazione di non finire mai di annegare – sarebbe finita una volta per tutte.

Niente, nessuna traccia di fortuna quel giorno.

Ci ritornai il giorno dopo, e il giorno dopo, e il giorno dopo ancora. Niente, niente e ancora niente. Solo ieri mi è sembrato di vederla dentro il Re-wine. Era di spalle, e non ero così sicuro che fosse lei, per cui dovetti controllare di nuovo. Passai cinque o sei volte davanti al pub, come un imbecille. Alla quinta volta era seduta con un uomo, sempre dandomi le spalle, coperte da una maglia verde. Mi sembravano i suoi occhiali, ma non ne ero certo. Alle orecchie non aveva accessori ed era strano perché mi avevano detto che ne porta sempre. Non potevo andare via: dovevo assicurarmi che fosse lei. Allora mi fermai vicino all’ingresso, e feci finta di controllare il cellulare. Dopo cinque minuti uscì la persona con la maglia verde, ma non era lei. Sono tornato a casa un po’ triste, ieri. Deluso, e con il tormento a fermentare sotto l’epidermide.

Morale della favola: non ve la dico. Bene bene, pappappero. Non ve la dico per due motivi. Il primo è che è la verità, e la verità fa male, e io non voglio fare del male ai miei pochi lettori – non direttamente, almeno. E il secondo è che è tremendamente più utile se ci arrivate da soli.