Contare (stupido discorso post-laurea)

Ciao a tutti. È la festa del mio compleanno e della mia laurea, e come da tradizione è il momento del discorso. “Tradizione”, beh, in effetti è il secondo anno che lo faccio, ma non starei a sottilizzare. D’altra parte, dopo quanti anni una cosa è tradizione? Cinque, dieci, cinquanta? Chi lo decide? Voglio dire, e se muoio domani?
Ed eccoci qua, ventiquattro anni e 157mila 426 gocciole Pavesi dopo la mia nascita. Okay, le gocciole non si vedono perché ho un metabolismo rock che il mondo giustamente mi invidia, ma ci sono tutte, ve lo giuro.
Ed eccoci qua, tutti riuniti per una serata senza pretese. Chiacchiere, ricordi, risate e magari due conti. Dopo ventiquattro anni, di cui svariati passati dietro a studi prevalentemente scientifici, posso dire di avere imparato a contare. Ventiquattro anni, per esempio, sono 8760 giorni – non ho considerato gli anni bisestili per ragioni di voglia, spero perdonerete questa grossolana approssimazione – e sono anche 210mila 240 ore, 12 milioni 614mila 400 minuti, 756 milioni 864 mila secondi e devo finire qui il giochino perché se provo a calcolare i millisecondi la calcolatrice esplode e dovrei prendere quella dell’università, comunque il concetto mi sembra chiaro.
Ventiquattro anni sono tutto questo tempo, ma in termini numerici sono anche: due genitori, una sorella, quattro nonni, sei spettacoli teatrali, 417 post su Zucchero Sintattico, cinque anni di “si vede che le cose le sai ma non le sai esprimere” a biologia, un solo piccolo povero trenta e lode che rivendico con orgoglio, cinque magliette a righe, una decina di concerti, 500 numeri di Topolino, tre paia di stivali marroni, almeno cinquanta appuntamenti al buio, sette ombrelli tra persi e rubati, otto stagioni di Will&Grace. 
E poi ci sono le cose che non si possono contare, perché troppe, o perché inquantificabili. Come i litri di Long Island. Come gli euro spesi da H&M. Come tutte le volte che ho detto In qual è non ci va l’apostrofo. Come l’odore dei libri nuovi, e come le metafore inflazionate tipo questa. Come i ringraziamenti ai genitori di James Franco, di Matt Bomer e dei modelli di asos.com. Come le sere passate nel parcheggio del McDonald’s a parlare. Come le farfalle nello stomaco. Come la Vodka nello stomaco. Come i Ti voglio bene pensati ma non detti. Come i Ti voglio bene pensati ma non detti ma recepiti ugualmente. Come i puntini rossi, che possono essere le correzioni sui test a crocette, o i brufoli scoperti di sabato mattina, o i freni delle macchine di notte in autostrada. Come la notte. 

Come noi. 

Perché senza di noi, tutto questo, che l’ho contato a fare?



Da questa parte del sipario

Cinque anni fa ero dentro il corpo di una persona che credeva che la cosa più eccitante che gli potesse capitare durante la giornata fosse costituito dagli sviluppi della storia d’amore tra Ross e Rachel, o scoprire che il paziente del Dottor House non era affetto da lupus come credono tutti in ogni puntata.
Non è che non avessi niente da dire, è che non avevo mai trovato il modo per farlo. Questa buffa cosa di parlare con le persone, interagire, relazionarsi, avere una vita normale, non mi è mai andata troppo giù. Non riuscivo a gestire la mia timidezza, e diciamo che vivevo in un ambiente che non mi aiutava ad esplodere. Perché è questo che bisogna fare: esplodere. Una bomba non ha senso fintanto che è spenta.
E poi venne il teatro.
Non c’era nessun motivo plausibile per cui il corpo della persona dentro cui vivevo dovesse accettare di fare teatro. Un amico regista aveva bisogno di un attore per una parte e pensò a me, e io -non so come mai- accettai. Forse accettai per la stessa indole passiva a cui ero abituato.
Mi ritrovai in un mondo completamente diverso. L’impressione iniziale che ne ebbi era che i teatranti (non tutti, ma tanti) aspettavano di conoscerti, prima di giudicarti. Conoscere prima di giudicare è una cosa bella quando hai di fronte una persona timida, che non riesce a tirare fuori subito il bello di sé. L’ascolto degli altri è fondamentale su un palco: conoscere le tue battute non è sufficiente, devi sapere anche cosa dirà l’altro per poter recitare.
Ed è così che sono esploso. A volte è necessario che qualcuno ti accenda la miccia, perché da solo non ce la fai. Non sto dicendo che sono un bravo attore né tantomeno che sono la persona più brillante e migliore del mondo, ma almeno sono qualcosa, e mi piaccio come sono. Potrei stare a scrivere per ore di come sono grato al teatro per avermi fatto uscire da quell’involucro in cui sopravvivevo.
Adesso ho smesso di sedermi in platea (metaforicamente parlando, s’intende, perché il teatro è anche da vedere). Vivere da questa parte del sipario è bello, emozionante, e ti carica in un modo incredibile. Ti fa venire voglia di urlare, ridere, ti dà quel senso di onnipotenza che ti fa sentire un superman. È tipo l’eroina, perché crea una specie di assuefazione intellettuale e ti fa sentire invincibile. 
E questi siamo noi.
Ho preso una foto di scena perché l’effetto è più grandioso, ma dovreste vedere come siamo quando siamo tutti, non solo gli attori, ma anche tutte le persone che lavorano dietro le quinte, alla scenografia, al trucco, ai costumi, alle luci, ai suoni, affinché tutto sia perfetto, dovreste vedere allora come siamo belli e vivi.

Sipario (cinque minuti di nero)

Ho sempre pianto spesso. Da bambino piangevo in pubblico, senza neppure vergognarmene quando si trattava di questioni altamente drammatiche come mamma che non mi comprava il librino. Quella è stata anche l’unica volta che mi ha tirato due scapaccioni, e ancora al giorno d’oggi, ai pranzi di Natale pieni di parenti, viene ricordato quell’evento come l’unico caso in cui non avevo fatto il bravo.

Anche da adolescente piangevo, ma avevo paura a farlo in pubblico. Io, ragazzino influenzabile succube di tutte quelle norme sociali che se non seguivi ti portavano ad essere emarginato, norme come Non piangere, alzavo la musica e mi chiudevo in camera, rannicchiandomi sul letto con le ginocchia vicine al mento, e i palmi delle mani sugli occhi, per cinque minuti di nero. Cinque minuti di nero, e poi cinque minuti in cui strusciavo le mani sul piumone per assorbire le lacrime che lo avevano bagnato.

Poi, sapete, si cresce, si impara a sfogarsi in altre maniere. Ognuno ha le sue, e per esempio, che ne so, uno può scoprire che gli piace tanto scrivere, e che scrivendo gli riesce abbastanza bene dire quello che a voce proprio non gli viene. Quanti complessi, anche per questo. Ma perché non ho capito subito che dovevo fregarmene di quello che è normale fare? Normale. Il fatto è che mi veniva detto che io delle cose dovevo parlare, parlare a quattr’occhi, che le altre forme di comunicazione erano strambe.

Così ho imparato a parlare. Magari all’inizio posso apparire un po’ distaccato, o riservato, o timido, o remissivo, o introverso a livelli patologici, ma poi mi sciolgo e sostengo conversazioni anche brillanti. Il teatro, signori, è la migliore medicina per la società. La migliore lezione di psicologia è contenuta in un copione. La drammaturgia è la più intelligente concentrazione di studi sull’umanità. E così ho imparato a parlare, e così ho imparato a stare nel mondo, insegnamento che tutto sommato non me la sento di rinnegare.

Qualche volta, poi, succede che torno adolescente e mi butto sul letto e mi rinchiudo nei miei cinque minuti di nero.

Niente. Non ci sarà una morale per questa cosa che ho scritto. Non ci sarà un lieto fine, o un risvolto comico, o una conclusione che dia un senso. Non richiederò opinioni, o consigli, o lezioni di vita, perché a sbagliare sono bravo anche da me. Solo, mi andava di sfruttare uno dei mezzi di comunicazione del nuovo millennio per condividere dei pensieri, forse qualche richiesta, certamente un flusso di coscienza abilmente mascherato dall’allineamento giustificato di questo testo, e mi andava di farlo con lo strumento espressivo che preferisco.

Non fate leggere questa cosa alla mia mamma

Il fatto è che la mia mamma dice che ho la testa tra le nuvole che poi non è un’affermazione così distante dalla verità ma non è detto che ciò sia per forza un male, io penso, no?
Insomma, è sempre la stessa storia: chi decide cosa è bene e cosa è male. Nemmeno la prima trilogia su Spiderman è riuscita a rispondere a questa domanda e adesso che il giudice Santi Licheri è morto e che quindi abbiamo perso ogni punto di riferimento nessuno può dire cosa è giusto e cosa è sbagliato. Io no di certo, tu no di certo, e sinceramente nutro profondi dubbi anche sulla mia mamma, io penso, no?
La mia mamma dice che ho la testa tra le nuvole e non sono portato per le cose pratiche, come invece è tremendamente portata mia sorella (che farà Medicina e già cucina dei cupcake che ammazzerebbero di gioia quel cuoco che urla sempre sui canali satellitari), e io mia sorella la amo alla follia (sì, anche per i cupcake di cui sopra) e stavolta vorrei essere io a prendere lei come esempio. Si può imparare da tutti, io penso, no?
Quindi il programma è concentrarsi sulle cose pratiche che sono quelle che fanno andare avanti il mondo. Iniziando ovviamente dall’abc, perché io vivo sulle nuvole e devo proprio partire dalle fondamenta stesse della praticità. Ho stilato un piccolo elenco di cose pratiche che devo imparare a fare, che comprende il piegare decentemente il coprimaterasso che sarebbe quell’odioso lenzuolo con i becchi tondi, il togliere il ghiaccio dai cocktail con la cannuccia cercando di perdere il minimo quantitativo alcolico, il capire in quale direzione va tagliata la mozzarella per non sfibrarla, l’avvicinarsi il più possibile al casello dell’autostrada per afferrare il biglietto senza stirarsi i muscoli, e tante altre piccole cose pratiche davvero deliziosissime.
Penso che comincerò immediatamente, magari dal punto sul coprimaterasso che sono sicuro richiederà un notevole sforzo e l’utilizzo dell’area del mio cervello dedicata alle figure geometriche, magari prima finisco di scrivere questa cosa. Così respiro per un altro pochino. Perché io tra le nuvole ci sto bene, e lo so che sulle nuvole non c’è lavoro e che i coprimaterassi non si piegano da soli, ma è che quassù io sono felice, e certo che tutti dicono che è sbagliato, ma chi decide cosa è giusto e cosa è sbagliato?, e soprattutto chi è che ha detto che essere felice è sbagliato?, perché non mi sembra una cosa molto intelligente da dire, io penso, no?
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[ articolo pubblicato originariamente su
Maintenant Mensile, qui il link ]

La vigilia dell’autunno

Se c’è una cosa che mi è rimasta è che l’autunno non inizia il solito giorno tutti gli anni. Non mi ricordo come mai: forse c’entra qualcosa il sole o l’orbita terrestre o qualcosa che riguarda Paris Hilton, tipo i buchi neri. Ad ogni modo, ho imparato che alcune volte l’equinozio di autunno cade il 22 e altre il 23 ma tutti pensano che sia sempre il 22. Quest’anno hanno tutti ragione.
La vigilia dell’autunno è un giorno che mi fa stare un po’ male. Sapete, quel po’ male che si traduce nello svegliarsi con gli occhi umidi e aprirli e pensare che è oggi il giorno a cui pensi da una settimana e pensare che mica succederà niente come al solito. Quel po’ male che si traduce nell’ascoltare per tutto il giorno la stessa canzone e voler stare da solo e al contempo sperare che accada qualcosa, sperare che qualcuno ti porti da qualche parte tipo a Londra che è una città dove forse ti dimenticheresti di essere te. Per un pochino, solo per un pochino. Quel po’ male che è solo una grossissima stupida sega mentale che riescono a farsi solo gli stupidi che si attaccano alle cose stupide come le date e i ricordi, come me.
Oggi perdo tempo e scrivo, perché è una cosa che mi fa stare bene, e mi fa essere sincero, quella sincerità  che si ha bisogno di esternare, dopo troppo tempo che si dicono cose come Bene grazie e tu? Oggi perdo tempo e scrivo, e mentre scrivo mi ascolto Piangi Roma e poi anche Anello mancante e Autunno dolciastro e Elettra e anche Non è l’amore che va via ma soprattutto mi ascolto

Aspettare

– Ogni tanto mi chiedo cosa mai stiamo aspettando.
Silenzio.
– Che sia troppo tardi, madame.

[ Alessandro Baricco, Oceano Mare ]
Da piccolo era il nuovo episodio di Terry e Maggie, il mio cartone animato giapponese preferito. Nessuno dei miei amichetti guardava cartoni animati giapponesi, tanto meno un cartone animato giapponese da femmine quale Terry e Maggie, io ero l’unico. La mia vena pop, omosessuale e commerciale già allora fioriva, mentre loro si sarebbero scoperti eterosessuali, intellettuali e sinistroidi, e francamente non ho ancora capito quale delle tre cose è la peggiore, fatto sta che adesso venerano Miyazaki, quindi in sostanza avevo ragione io. Aspettavo Terry e Maggie e ho pure pianto quando quei bastardi di Italia Uno non hanno trasmesso il finale. Da aspettarselo, da Italia Uno: la rovina della mia generazione, molto più dell’ecstasy o della moda dei pantaloni a vita bassa.
Alle medie era l’ora di matematica. Poi quando qualcuno mi domandava quale fosse la mia materia preferita rispondevo prontamente GINNASTICA!, come la microsocietà dei tredicenni carnefici ti addestra a fare dalla prima settimana di scuola. Invece io vivevo molto meglio la lezione di matematica, dove non c’era da cambiarsi, fare le capriole sul materassino (non mi sono mai riuscite), vincere per esistere, e c’era solo da leggere il problema, applicare il procedimento, svolgerlo, non sbagliare i conti e controllare che il risultato tornasse. E tornava.
Al liceo era qualsiasi cosa. E non mi rendevo nemmeno conto di questo mio patologico andare avanti senza passione e senza obiettivi. Esistevo nell’attesa di qualsiasi cosa potesse accadermi, senza che mi muovessi io per farla accadere. Forse era la paura a bloccarmi. Anzi, è la paura: è sempre la paura che ti blocca. Ed è un peccato, perché rischi che sia l’unica emozione che riesci a saggiare.

Ad un certo punto della mia esistenza ho smesso di aspettare in modo passivo. Ma no: non pensandoci e basta o scrivendolo su un blog. Si è trattato di gonfiarsi i polmoni di tutto il coraggio che si possiede e usarlo per lasciare le vecchie amicizie, rimanere solo, iniziare un corso di scrittura, cominciare a fare teatro, accettarsi e farsi accettare e vi giuro che non è stato semplice. Ho smesso di aspettare e ho dimenticato come si fa a farlo. 
Ho il dubbio, adesso, che debba reimparare ad aspettare.

Solo

Ieri ho deciso di rispolverare le mie origini campagnole prendendo la bici. In realtà ho dovuto rispolverare anche la bici, e gonfiarle le ruote, e oliarle la catena, perché era dalla scorsa estate che non la toccavo, e lo si poteva arguire dal fatto che era grigia, e non blu come l’avevo comprata.
La mia bici si chiama Hercule. Non da Ercole – magari fossi così classico – bensì da Hercule Poirot, l’investigatore protagonista di quasi tutti i libri che leggevo diversi anni fa. C’avevo la fissa per Agatha Christie, scusate. E per Stephen King. Ora che ci penso, Hercule ha avuto fortuna a non essere stata battezzata come Misery.
( In quel periodo ero anche fissato con i Beatles, i Sum41 e Ligabue. Non ero esattamente sano, come adolescente. Un po’ confuso, ecco. )
Vicino a casa mia c’è il fiume. Sono andato lì. Appena lasciata la strada d’asfalto mi sono accorto che stavo entrando in un altro mondo. Non tanto perché il percorso fluviale è incontaminato, ci mancherebbe: di gente ce n’è anche lì. Non era l’assenza di tocco umano a rendere il parco diverso da tutto il resto: era come mi sentivo io. Il verde da una parte, l’acqua del fiume dall’altra; il cielo senza nuvole e con un gran sole; il vento sul viso mentre correvo in bici. E, soprattutto, solo. Completamente solo.
Ho trovato una panchina. Mi sono steso a leggere un libro che mi ha prestato un’amica. Baricco, che mi è stato consigliato da tanti e sputtanato da altri, e ho concluso che l’unica maniera per decidere se mi piace è provarlo. E non so se avete presente quei momenti in cui state leggendo e siete proprio nel mondo che il libro descrive, ma la mente non ce la fa a stare completamente concentrata e per un attimo – forse per un rumore improvviso, o un movimento scorto con la coda dell’occhio, o anche forse per niente in particolare – per un attimo la mente si distrae: ecco, in quel momento lì ho pensato che ero davvero solo.
E che avrei dovuto abituarmi.
Ma che, in fondo, non era poi così male.
Ha 38 anni, Bartleboom. Lui pensa che da qualche parte, nel mondo, incontrerà un giorno una donna che, da sempre, è la sua donna. Ogni tanto si rammarica che il destino si ostini a farlo attendere con tanta indelicata tenacia, ma col tempo ha imparato a considerare la cosa con grande serenità. Quasi ogni giorno, ormai da anni, prende la penna in mano e le scrive. Non ha nomi e non ha indirizzi da mettere sulle buste: ma ha una vita da raccontare. E a chi, se non a lei? Lui pensa che quando si incontreranno sarà bello posarle sul grembo una scatola di mogano piena di lettere e dirle
– Ti aspettavo.

Lei aprirà la scatola e lentamente, quando vorrà, leggerà le lettere una ad una e risalendo un chilometrico filo di inchiostro blu si prenderà gli anni – i giorni, gli istanti – che quell’uomo, prima ancora di conoscerla, già le aveva regalato. O forse, più semplicemente, capovolgerà la scatola e attonita davanti a quella buffa nevicata di lettere sorriderà dicendo a quell’uomo

– Tu sei matto.

E per sempre lo amerà.


Alessandro Baricco, Oceano mare

Un mio amico parte per la Svezia

Qualche mese fa io e i miei amici siamo andati a ballare. Era un posto sperduto nella campagna pistoiese, in una località famosa principalmente per il tasso di analfabetismo più alto della Toscana e per le pittoresche attività di spaccio e criminalità che rendono la zona caratteristica. La cosa che vorrei menzionare è il bagno chimico messo a disposizione dei clienti della serata: un bagno chimico veramente eccitante, fornito dell’invenzione più utile che la tecnologia moderna ha partorito negli ultimi anni – forse per riscattarsi da boiate come lo spazzolino a energia solare o l’iPad. Ossia, il sistema di pulizia del bagno chimico consiste in un pedale che, se premuto, fa scorrere un rullo il quale trasporta i tuoi bisogni altrove.
Lo slogan di questo bagno chimico di ultima generazione era Con due colpi di pedale, l’igiene è totale. Ciò ha causato in me un senso che è un misto tra perplessità, disgusto e piacere semi-erotico, tant’è che ogni tanto, ancora oggi, mi diverto a ricordare questo simpatico motto con un mio amico. Chiameremo questo mio amico Lamberto, che è un nome di fantasia che ho scelto perché un po’ ricorda il vero nome del mio amico, e poi perché è anche il nome del tipo che Sabato sera non ha risposto alle mie avances. Così se vi capita di conoscere un tizio che di nome fa Lamberto, nel dubbio, pestategli un piede. Il sinistro, magari, che al destro ho già pensato io.
Lamberto fra pochi giorni parte per un Paese dove tutto è freddo e freddamente perfetto e perfettamente sottosopra: i treni arrivano in orario, per esempio, e ci sono talmente tanti biondi che sono i mori a essere considerati i più belli. Starà via per due anni, almeno, e poi chi lo sa: potrebbe trovare lavoro là a Biondolandia, oppure da un’altra parte ancora.
Lamberto è preoccupato, e sarei falso se scrivessi che non capisco le sue paure. Andrà a vivere da solo, in uno Stato lontanissimo e completamente diverso dall’Italia, con una nuova lingua da imparare e una cultura differente. Si allontanerà dai parenti e dagli amici che ha qui, e all’inizio non conoscerà nessuno. La voglia di realizzare i propri sogni si trasforma spesso nella pressione di dover tornare da vincitore, di non deludere nessuno.
Lamberto dovrà ricominciare e io mi rendo conto che è difficile farlo partire tranquillo. Però una cosa la so, l’ho pensata, capita e assorbita in questi giorni e gliela voglio dire qui, pubblicamente. Che a volte ricominciare è la cosa migliore che ti possa capitare. Che c’è una differenza enorme tra ricominciare e scappare, e la differenza sta nella motivazione con cui i tuoi occhi guardano all’orizzonte. Chiudere col passato e fare di tutto per evitarlo non è ricominciare: ricominciare è fare tesoro di quello che si è costruito, fare tesoro di quello che sei, e usarlo per raggiungere i tuoi obiettivi.
Lamberto parte per la Svezia e io mi accorgo solo alla fine del post che non lo sto scrivendo solo per lui, ma anche per me. Ricominciare non significa dare due colpi al pedale e aspettare che il rullo nasconda la merda. Quella merda c’è ancora, l’hai solo nascosta alla tua vista. Esci dal bagno chimico, che non è la soluzione, malediciti per la tua tendenza a trovare solo metafore che hanno a che fare con urine ed escrementi, e poi ricomincia a ballare. Caro Lamberto, ricominciare può essere straordinario.

Tennis

Quando sei cresciuta giocando a tennis, 
non ne puoi più fare meno.
– Anna Kurnikova –


Nel tennis si usano delle racchette. La pallina è piccola e gialla, e attenzione: non bisogna farle colpire la rete, a differenza del calcio. Il campo può essere di vari tipi, il che permette alle tenniste e ai tennisti metrosexual di sfoggiare completini diversi a seconda del colore della terra battuta. Federer, Nadal, impronunciabili nomi di tizie russe.
A parte queste tre righe, devo ammettere che di tennis non conosco nient’altro. L’unica partita di tennis che ho visto per intero è quella tra Kira ed L in Death Note, e sono abbastanza sicuro che quello non fosse propriamente tennis, così come sono sicuro che difficilmente troverò altre partite così avvincenti. E forse è proprio per questo episodio del manga che ho sempre associato il tennis agli scacchi. A un gioco di strategia, oltre che di forza. Un esercizio di precisione, di cervello, di crudele analisi. Perché devi conoscere i punti deboli dell’avversario, e sapientemente e ferocemente devi manovrare il tuo attacco su di essi.
Ci sono delle volte in cui mi sento un tennista. Eppure non posseggo le gambe di un tennista, le braccia di un tennista; nemmeno indosso una fascetta bianca tra i capelli. Senza contare che non sono del tutto sicuro di saper distinguere una racchetta da uno scacciamosche, ecco. Ma capita che io affronti la vita con gli stessi meccanismi con cui affronterei una partita di tennis. I flirt, le relazioni, anche quelle passate, le amicizie, le nuove conoscenze. Mi ritrovo a calcolare con variabili che non possono essere sommate né sottratte, quantifico, misuro, e misuro tutto: gesti, parole, pensieri, e faccio tutto questo perché tutto quello che mi succede fa parte di una partita. Da vincere.
E non è vero che è una cosa sbagliata, e non è nemmeno vero che è la cosa giusta da fare. L’essere razionali è una parte del carattere, e come tale c’è bisogno di uno sforzo notevole per cambiarlo. Non è come ingoiare una compressa, che viene assorbita dall’organismo e poi fa tutto il principio attivo. Non basta una pacca sulla spalla, o un sorrisino, o una promessa, o un Dai, pensa meno e buttati, magari detto svogliatamente per fare due discorsi. No: se sei un tennista lo sei e basta, è quasi genetico. 
La settimana scorsa, due persone mi hanno dato lo stesso consiglio nel giro di ventiquattro ore: usa la pancia. Uno è il mio migliore amico, che quindi mi conosce e sa che sono così e a cui vado bene anche così. E un’altra è una ragazza sconosciuta di cui seguo il blog, che vive in un altro continente e che probabilmente non incontrerò mai ma a cui ho dato comunque la stessa impressione. Usare la pancia. Un consiglio che entrambi mi hanno dato senza avere nessun fine, nessun interesse, se non il mio.
E come fa un tennista a usare la pancia? Non lo so. Forse deve lasciarsi guidare dalla racchetta, più che dalla testa. Deve lasciar andare le braccia dove vogliono loro, e le gambe libere di sfrecciare dove sentono. Ma soprattutto, deve ammettere la possibilità che qualche palla potrebbe colpirlo in pieno petto. Deve tenere in conto il fatto che potrebbe scivolare sulla terra battuta. Potrebbe cadere.
E chi può dirlo, ora, se è doloroso.

Sangue di pitbull

Pippi è il cane dei miei nonni. È una femmina di Jack Russel dal pelo corto e liscio, il che significa che è un aggeggino minuscolo, bianco con macchie nere e marroni, che quando abbaia fa un casino allucinante tanto che ti verrebbe voglia di sopprimerla immediatamente, se non che sei costretto a reprimere la tua furia omicida a causa del musino dolce che è lì ai tuoi piedi a chiederti di lanciarle la sua pallina rosa più in là, cosicché lei possa galoppare per tutto il salotto e riprendertela. 
– Sai, viene dal sbisbull – fa mio nonno mostrando un certo orgoglio, intanto che la accarezza. 
– Dal pitbull? – correggo io, anche se so che è tutto inutile perché la prossima volta ridirà sbisbull
– Sì, dal sbisbull – appunto.
– Oh tu vedessi quando la portiamo fuori – aggiunge nonna – quando vede gli altri cani, oh come abbaia!
– Ma a tutti eh! Anche a quelli enormi. Ce n’en certi che sono il triplo di lei…
– E allora li vede e inizia a fare ggghhhrrrrr – mia nonna ringhia – Sai Ale, ringhia!
– Guarda, guarda un po’ – nonno tira indietro la pelle di Pippi per mostrarmi quanto somigli ad un sbis… Ehm, ad un pitbull.
– È piccina ma si difende sai! – conclude nonna, tutta soddisfatta.
Sorrido. Grazie alla mia maledetta capacità di vedere delle allegorie orrende in ogni cosa, scopro di sentirmi un po’ come Pippi. Forse ci distingue il fatto che, a differenza dei Jack Russel, io non vado per niente di moda. Tuttavia anch’io sono piccoletto, e nonostante questo ringhio. Ringhio anche alle cose che sono più grandi di me, ringhio anche a quelle cose che sono il triplo di me. 
C’è una linea sottile che divide il coraggio dalla spregiudicatezza. Forse il nome cambia a seconda di come va a finire. Se sei fortunato e ti va bene, lo chiami coraggio. Se ne esci con le ossa rotte, o peggio non ne esci, la chiami spregiudicatezza. 
Se è così, se davvero dipende da come va a finire, ne consegue logicamente che è inutile stare a guardare.  Fissa dritto negli occhi l’alano che hai di fronte e corrigli incontro, e affrontalo come sai fare. Che senso ha non agire? O scappare? Potresti avere la meglio, perché sei più piccolo, sì, ma anche più agile. Perché in passato ne hai prese di botte, magari hai ancora le cicatrici dei loro morsi, e ora sei più forte.
E allora comincia a ringhiare, inizia a correre, e affronta quello che trovi. 
Perché, comunque sia, spregiudicato è sempre meglio di inerte.