La mia vita, più o meno.

Lady Gaga . Milano . 5 12 2010

Mi chiama LADY GAGA and welcome to the Monster Ball
Erano le 21:02. Il gruppo di supporto (i Semi Precious Weapons, dei personaggi alquanto strani) aveva terminato di esibirsi già da un’ora e nel frattempo stavano dando un mix di Michael Jackson. Io me ne stavo sulla mia seggiolina, impaziente, rimuginando che tutto sommato era un bel posto: il palco si vedeva bene, quasi frontale.
La musica finisce, e le luci si spengono di colpo. Il pubblico comincia a urlare. Io mi porto le mani alla bocca, come un bimbo idiota. Sul sipario viene proiettata una Lady GaGa in versione gigante con il sottofondo di una musica elettronica. Finalmente, il conto alla rovescia.
La musica si trasforma in Dance In The Dark, e sul sipario viene proiettata la Sua ombra. Sei lì dietro, GaGa, lo sappiamo tutti. E infatti il sipario viene sollevato, e lei è lì, e il concerto comincia.
Parlare di concerto è davvero riduttivo. Per come la penso io, anche parlare di semplice “spettacolo” è riduttivo, ma probabilmente non esistono termini che esprimano un’intensità maggiore di spettacolo. È stato fantastico. Una delle più straordinarie esperienze della mia vita. Come da bambino, quando per la prima volta vedi i fuochi d’artificio, così Lady GaGa ci ha stupiti, canzone dopo canzone, esibizione dopo esibizione. 
Tonight I want you to forget all your insecurities; 
I want you to reject anyone or anything that ever made you feel like don’t belong, 
or make you feel like you’re good enough, […] 
YOU JUST REMEMBER THAT 
YOU’RE A GOD DAMNED SUPERSTAR, 
AND YOU’RE BORN THIS WAY!
Potrei scrivere del suo carisma travolgente ed esplosivo, della sua voce potentissima e della sua forza nel muoversi e nel ballare coreografie spettacolari; e potrei scrivere dei costumi, una quindicina; o delle scenografie enormi; di come il piano era nascosto dentro il cofano della macchina; di un secondo pianoforte che prende fuoco mentre lei lo sta suonando; della statua di un angelo che si incendia sulle note di Alejandro; di un mostro gigante (“the fame monster”); di come a un certo punto viene nascosta da una specie di lampadario che quando si rialza rivela una GaGa con un nuovo sfavillante vestito, da cui poi sbucheranno due grandi ali; delle sue numerose dediche ai gay e all’Italia; della sua trasgressione; …
Arrivederci… Ciao, Milano! […] 
Be proud to be PICCOLI MOSTRI! 
Follow your dreams and don’t give up. 
You’re born this way
And I’m proud, GaGa.
I’m a very, very, bad, bad Little Monster.

Act 1: City
– Dance In The Dark
– Glitter and Grease 
– Just Dance
– Beautiful Dirty Rich
– Vanity 
– The Fame
Act 2: Subway
– Lovegame
– Boys Boys Boys
– Money Honey
– Telephone
– You and I
– Speechless
– So Happy I Could Die
Act 3: Forest
– Monster
– Teeth
– Alejandro
– Poker Face (Acoustic)
– Poker Face
Act 4: Monster Ball
– Paparazzi
– Bad Romance

Ci pensi ogni tanto alle rane?

Pisa, 9 Settempre 2010
  • Il concerto comprendeva, oltre ai Baustelle, anche Samuel Katarro, i Perturbazione, La fame di Camilla e il Teatro degli Orrori. Dicevamo, dei Baustelle?
  • Mojito. Wow. No, dico. Wow.
  • Siamo arrivati a concerto iniziato. Ci siamo persi Katarro. Anche lui si è perso il nostro.
  • I Perturbazione conquistano punti col ritornello de “Il senso della vite”. Una ‘e’ che rivaluta completamente tutto il resto.
  • Andare al concerto del Teatro degli Orrori è un po’ come farsi una canna. Ne avrò respirate sei, ieri.
  • Andare al concerto del Teatro degli Orrori è un po’ come farsi un’ora di Tesmed. Ad ogni urlo mi vibrava tutto il petto.
  • Il Teatro degli Orrori ha una canzone davvero bella: l’ultima, qualunque essa sia. 
  • I Baustelle si fanno desiderare. La musica classica fa loro da sottofondo per la terza volta. Una scelta di Francesco, ormai è chiaro. Ha stile, quel ragazzo.
  • Francesco Bianconi sale sul palco e va al microfono. Pure il saluto è impeccabile. Però da Luglio gli sono cresciuti i capelli, ho notato.
  • Eravamo sotto il palco, a un metro neanche dalla sicurezza. Potevo vedere gli occhi dilatati di Rachele. Se li avesse tenuti aperti (lei suona e canta a occhi chiusi).
  • Rachele è elegante come al solito. Non c’è un movimento che stoni
  • Sarà che eravamo dalla parte opposta del palco, ma avrò visto Claudio sì e no tre volte.
  • Un’ora prima, io a Giuli: “Speriamo che non facciano I provinciali, è una di quelle che conosco meno”. Lei: “Eh, infatti!”. Cominciano con I provinciali.
  • I provinciali, Le rane, Gli spietati, La moda del lento, La guerra è finita, En, Gomma, La canzone del parco, Il corvo Joe, Il sottoscritto, Antropophagus. Mi sembra siano queste, non necessariamente in questo ordine.
  • Ancora una volta: emozione. 



Syntactic Sugar Awards

Signore e signori – e troiai vari – buonasera, e benvenuti alla prima edizione dei Syntactic Sugar Awards, la manifestazione più   /* inserire qui un superlativo a scelta, tanto nessuno ci fa mai caso */   del mondo! Stiamo per premiare tutto quello che più ha caratterizzato la mia estate. Estate che sta finendo: ormai dobbiamo accettarlo, e se non lo vogliamo accettare ci pensa il diluvio che mi sta precipitando addosso in questo momento a imporci questa triste consapevolezza. 

Non starei a perdere tempo con ulteriori preamboli, perché si sa che mi piacciono le premesse, e quando comincio poi non finisco più. Ad esempio, questo di adesso è un paragrafetto pretenzioso e totalmente inutile, che chiunque avrebbe evitato, ma quando ho una tastiera sotto le dita inizio a sragionare e non la smetto finché le mani non si sono sfogate sui tastini. Ecco, dovrebbero avere finito, così ho modo di introdurvi a quello che è il succo di questo post.




Cominciamo col premio per il gruppo rivelazione dell’estate 2010, che va ai…
(rullo di tamburi, le luci che calano, pubblico col fiato sospeso, occhi sgranati, gole trepidanti e pronte a scoppiare qualunque sia il vincitore, puntini puntini che fanno sempre molta scena… … … …)

BASEBALLS
(link)

Con le loro rivisitazioni in chave rock&roll delle canzoni pop moderne conquistano il titolo e si guadagnano un posto nelle mie speranze: si spera che cambino un po’ genere e che sappiano sfruttare la novità che hanno reinventato per non annoiare il pubblico.




Il premio per la canzone più ripetitiva e alienante e “che dopo un po’ non ne puoi più” dell’estate 2010 va a…
(No, ho appena deciso che questa parentesi di suspense non la metterò più, è troppo difficile inventarsi una frase per tutte le volte!)

WAKA WAKA (e relativo balletto)(link)

Shakira guadagna questo ambito premio grazie sopratutto alla particolare coreografia che ha ammorbato l’estate. La prova schiacciante del virus Waka Waka (pare che la prossima influenza autunnale si chiamerà così) è costituita dal fatto che persino io sono riuscito ad imparare una bozza di ritornello – che peraltro sfoggio con orgoglio ai profani.

Il premio per la bevuta migliore dell’estate 2010 va, senza la benché minima ombra di dubbio, al…
(Ovviamente il premio è stato deciso dopo un’attenta valutazione, sia ben chiaro. Amiamo fare le cose per bene, qui a Zucchero Sintattico! Niente favoritismi o che, ecco.)

LONG ISLAND ICED TEA
(link)

che è stato la principale causa delle figure di merda, degli sfoghi, dei pianti, delle litigate, delle risate e dei divertimenti migliori di quest’estate. 




Il premio per la figura di merda più esilarante va a…
(evitare ogni genere di commento)

“Scusa ce l’hai l’appuntalapis?
No? E se con ‘appuntalapis’ io intendessi
il tuo numero di telefono?”
(niente link qui, grazie.)

Bene. Passerei subito al prossimo premio, mh?




Che è il premio per la canzone più sensuale barra erotica dell’estate 2010. Esso spetta di diritto a…

STRAIGHT TO… NUMBER ONE
(link, scusate per il video patetico, non credo esista quello ufficiale)

Una scoperta di Giugno, anche se ho dovuto faticare fino ad Agosto per riuscire a risalire al titolo, e soprattutto al gruppo, i Touch and Go. Credo che assieme alla barretta di cioccolato al peperoncino costituisca uno dei migliori afrodisiaci in circolazione.

Il premio per il piatto migliore dell’estate 2010 va a…

ANATRA ALL’ANANAS
(link)

che ho avuto il piacere di gustare in un ristorante cinese, appena prima di sapere che magiare al cinese è una cosa che non si può fare troppo spesso. C’ho pianto, credo. Non ricordo bene.

Il premio per la cosa più bella dell’estate 2010, che è anche la cosa più bella delle estati prima di questa, e per le estati dopo questa, e per tutte le stagioni dell’anno, e luoghi della Terra, e Sistema Solare, e Galassia, e universo sconfinato va a…

I MIEI AMICI

Quelli che ci sono sempre stati, e quelli che ci sono ora, e quelli che ci sono stempre stati e ci sono ancora. Quelli che ti telefonano per aggiornarti delle cazzate, e quelli che per ora sono solo una scritta viola su uno schermo. Quelli che rivedi dopo tanto tempo, e quasi non ti riconoscono per il nuovo taglio di capelli, e che poi ti saltano addosso tutti contenti. Quelli che studiano con te, anche se studiano cose completamente diverse. Quelli che per farti dimenticare arrivano a farti male, e quelli che ti buttano addosso a ogni singola persona della discoteca per vedere se lo scontro fa nascere qualcosa di bello (o anche solo una botta e via!). Quelli che ti scrivono le mail piene di stupidate, che ti chiamano per un gelato, che ti mandano un sms per lamentarsi del ragazzo in ritardo, che hanno riso con te in vacanza, che fanno finta di essere i tuoi genitori, che ti abbracciano alla sprovvista, che anche un esame di fotografia può essere un pretesto per vedersi, che “mi sentono vicino e non sanno perché”. Quelli nuovi, che però riescono ad aprirsi subito, e quelli che conosci da una vita e che ancora non hanno la stessa confidenza, ma vuoi loro lo stesso un gran bene. Quelli che ti portano a bere e che poi ti tolgono il bicchiere dalle mani. Quelli che credono in Dio, quelli che non ci credono, ed entrambe le categorie comunque credono in te. Quelli che non mi perdoneranno mai questo adolescenziale ma necessario bisogno di retorica, e quelli che invece lo apprezzeranno. I miei migliori amici, che sanno perfettamente che tutto questo scritto non è solo per evitare un’oretta di studio, ma è anche una scusa per dirglielo, che gli voglio bene

Amo l’affidabilità dei miei amici

Io, sms: “R, ritardo dieci minuti, scusa!”

R, sms: “Ale non preoccuparti, ritardo anch’io”

Tagliare

Cambiare è una delle cose che mi piace più fare. Perché quando lo fai, dimostri di essere aperto al nuovo, di covare una certa sicurezza e, sopratutto, di avere un enorme coraggio. Ci vuole coraggio per lasciare gli schemi collaudati e provarne di nuovi, perché non sai se il risultato ti lascerà soddisfatto, né – cosa molto importante – se lascerà soddisfatta la gente. Oh, non che il parere delle altre persone debba influenzarci, ma il loro giudizio ha la sua rilevanza, se devi ottenere da loro qualcosa.

Ebbene, era da qualche giorno che volevo cambiare, nel senso più superficiale del termine. Chi mi conosce sa quanto io sia attaccato ai miei capelli. Anzi, al concetto di capello lungo; proprio all’idea, quella che sta nell’iperuranio. Ma al contempo c’era qualcosa dentro di me che aveva bisogno di manifestarsi, e io ho deciso di sfogare questa mia “pulsione” in un nuovo taglio di capelli.

Così ho chiesto un parere alla mia famiglia. Con “ottimi” risultati, come potete notare dalla testimonianza iconografica che riporto qua sotto:

Ottimo. Mia sorella manifesta piuttosto violentemente la sua preferenza per il no, quindi mia mamma barra la casella del sì. Mio papà sfoggia la sua pratica diplomazia mettendo una ics su entrambi i riquadri e corredando tutto con un commento equilibratore. Ringraziamo la famiglia per l’aiuto che non manca mai di dare! A questo punto non avevo altra scelta che decidere da solo (cosa che comunque avrei fatto anche se i famigliari avessero indicato una direzione più precisa rispetto a quella data).

Tagliare. Legami che si spezzano, legami che ricrescono. Ponti che non verranno mai ricostruiti, altri che verranno tirati su dal nulla. Recidere, troncare, tagliare. Aprire capitoli nuovi. Porre un punto sul passato. Voltare determinate pagine. Iniziare, ricominciare, rinascere. Cambiare. 


(Sì, lo so: ho voluto trovare un’allegoria anche qui. Cazzarola, Ale, sono solo capelli!)


Così mi presento dal barbiere che per prima cosa mi chiede se voglio fare anche lo shampoo. Ehh, mi sa che ne avrai bisogno tu… – rispondo. Per un attimo penso al lavoro che lo attende, e provo pena per lui. Poi mi ricordo che IO sono la vittima, e LUI l’assassino. Nessuna compassione per gli assassini. Dopo avermi lavato i capelli, mi fa accomodare sulla seggiolina e mi guarda attraverso lo specchio con la tipica dolcissima sfranta espressione dei barbieri, quella che tradotta in parole sta per “Allora, come li facciamo?”.


Eh, è una cosa un po’ delicata – comincio, e lui deve aver capito che faccio sul serio perché si accomoda accanto a me con fare allarmato, e mi ascolta guardandomi negli occhi direttamente, non più tramite il riflesso. Vorrei fare un taglio radicale. Gli spiego le varie “specifiche” (oddio quanto mi sento informatico, adesso che ho usato questo termine!) e lui va a prendere un catalogo ripieno di modelli con aria da superfighi. Io indico quello col taglio giusto, e il barbiere si mette a lavoro.


Il risultato è per quei pochi eletti che avranno la fortuna di vedermi dal vivo. Non dispongo di macchine fotografiche adesso, senza contare che voglio lasciare un ricordo dei miei capelli lunghi (come nella nuova foto del profilo che, diciamolo, è strafiga). Ho un po’ di nostalgia per i miei vecchi capelli, ma non sono totalmente orribile, anche se il barbiere non è riuscito a farmi una particolarità che volevo. Intanto, piangiamo un po’ su una foto dei caduti.







Sfiga

1. Recarsi alla macchinetta delle merendine

2. Mirare il favoloso pacchetto di Oro Sandwich

3. Inserire 70 centesimi

4. Digitare il numero corrispondente agli Oro Sandwich e dare l’ok

5.

La cantantessa

Massa, Otto Luglio Duemiladieci

La cantantessa si presenta al pubblico di nero vestita. Si rivolge al pubblico che la inonda di affetto con un atteggiamento che è il giusto equilibrio tra raffinata eleganza e veemente determinazione. Bella e brava sarebbero due aggettivi troppo scontati per una cantautrice che mescola una voce particolarmente virtuosa a delle musiche toccanti accompagnate da testi le cui parole – scelte e precise – non sono mai a caso.
Ma mi sto perdendo in complimenti inutili e fintamente critici. Volevo solo appuntare qua di una serata all’insegna della bellezza (e dell’amicizia!). Chiaramente la mia macchina fotografica non riesce a capire che il soggetto è la persona sul palco e non le teste del pubblico, per cui la foto che segue è orribile (o forse non è colpa della fotocamera… Dovrei fare un corso?)



Elettra metteva la cipria consueta nella penombra
Negli occhi il riflesso di sensi abusati e bagliori di strada
Inquieta per l’ultimo appuntamento
Qualche minuto e lo avrebbe rivisto.

Da giorni in conflitto con quel turbamento
Sublime ed affine al dolore
Quell’altalenare tra stato di grazia e sfiancante passione
Quel giovedì sera alle dieci e quaranta
Un confuso languore, l’odore di neve
Forse era ansia di prestazione
Il colmo per una che fa quel mestiere.

Elettra quale audace acrobazia
Toccare il cielo con un dito e poi ridiscendere
Amato bene abbracciami alla luce del giorno
Tra sguardi indignati e la frenesia del resto del mondo.
Amore concediamoci quel viaggio imprevisto
La fuga dal solito itinerario costretto alla morsa dell’abitudine.

Perdona il ritardo
All’altezza del bivio
Fui colto da ignoto malore
Le gambe inorganiche, lastre di ghiaccio, improvvisa necrosi del cuore.
Per grazia divina la mente è rimasta
Illesa ed immune a ogni trepidazione.

Vengo a saldare il servizio d’amore:
oltre seicento gradevoli ore.

Elettra quale audace acrobazia
Toccare il cielo con un dito e poi ridiscendere.
Amato bene abbracciami alla luce del giorno
Tra sguardi indignati e la frenesia del resto del mondo.

Amore concediamoci quel viaggio imprevisto
La fuga dal solito itinerario costretto alla morsa dell’abitudine.

Amato bene abbracciami alla luce del giorno
Amato bene abbracciami alla luce del giorno
Amato bene abbracciami alla luce del giorno.

La mia maturità



Sia chiaro che questo post ha l’unico scopo di tirarmi su il morale e di verificare l’esistenza della mia dimenticata capacità comica. Ora, vorrei subito farvi notare di come io abbia associato le parole “unico” e “scopo” come se si trattasse di un binomio indivisibile e nelle successive due righe io abbia elencato due scopi, fregandomene della coerenza e del significato della parola “unico”. Avrei potuto correggere, visto che mi sono subito accorto dell’errore, ma in realtà tutto questo mi dà la possibilità di mostrare come la mente umana (anche la mia, toh!) sia conforme a schemi prestabiliti, e soprattutto mi dà la possibilità di allungare il brodo

Dicevo dello scopo di questo post. Sì. Lungi da me voler spiattellare ai quattro venti fatti della mia vita privati, delicati e decisamente drammatici, ma si dà anche il caso che io abbia superato ormai la tragedia di cui fui attore protagonista ormai due anni fa. L’esame di maturità. Ta da daaaan. Questa doveva essere una musichina thrillereggiante. Vabbè, continuo. Lo faccio perché questo è il periodo in cui la gente viene maturata – per quanto poi la “gente” in questione sia composta in gran parte da imbecilli, stronzi e, cosa ben più grave, fan di Gigi d’Alessio. 

Dunque. Un mese prima della maturità io mi ero in qualche modo convinto che NOOOO, a chi importa del voto? NOOOO, nessuno in futuro mi chiederà mai di quanto ho preso alla maturità e NOOOO, io vado là e faccio gli esami senza strafare, e accetterò qualsiasi risultato. Bene. Questo a un mese dall’esame. A trenta giorni dall’esame.

A ventinove giorni dall’esame, invece, realizzo che BEH, però forse potrebbe farmi soddisfazione avere un buon voto, e che BEH, è l’ultimo anno di liceo e un ultimo sacrificio lo posso anche fare, e BEH, in fin dei conti, sono sempre stato bravo, perché rinunciare a un riconoscimento importante come questo.

Così mi metto a studiare incessantemente.

Faccio anche la tesina, su cui vorrei che tutti facessimo un minuto di silenzio. Chiaramente la mia tesina è stata la migliore nella storia delle tesine della maturità. Il dandy moderno. Mi sono divertito da morire a cercare il materiale, ad impostarla e anche a preparare l’esposizione che è venuta scenografica e spettacolare. Beh, sì, già da allora si capiva che sarei diventato un grande uomo di spettacolo.

No, no, non ve ne andate! Torniamo all’esame.

Tema. La costituzione. Decisi di rischiare e osai con uno stile un po’ provocatorio. Ci misi due o tre frecciatine alla Lega, e il professore evidentemente apprezzò (beh, diciamo che le probabilità giocavano a mio favore…).

Seconda prova. Fisica


Scusate, stavo vomitando.

Dunque, fisica non è mai stata la mia materia preferita, devo dire. A nessuno dei miei compagni piaceva, tranne qualche eccezione. E infatti ci impegnammo tutti nello studiare ogni cosa. Credo che avremmo preferito una tortura cinese rispetto a studiare così tanta fisica. Tipo pettinarsi con un riccio di mare. Sdraiarsi tra due ippopotami. Scaccolare il proprio nonno. Cose così. E invece fu una vera cavolata, almeno per quanto mi riguarda. Uscii da scuola che ero proprio soddisfatto.

Terza prova – “il quizzone“, come dicono tutti i telegiornali (io seppi che si chiamava “il quizzone” proprio dai telegiornali, perché non ce lo disse nessuno). Inglese, biologia, matematica e informatica. Potevo fare molto meglio quel compito, se solo non avessi confuso due termini informatici. In seguito il professore mi disse che si vedeva che sapevo le cose, ma avevo invertito i termini. E allora non mi penalizzare! Vabbè, scusate se faccio il polemico: m’è rimasta lì.

Ma arriviamo al giorno dei giorni. L’orale. Ta da daaaan (stavolta l’avete capito che era una musichina thrillereggiante, no?). Che temevo più di ogni altra cosa. E a ragione!

Dunque, l’esposizione della tesina andò bene. Mi ero preparato in modo da rispettare i tempi e da mettere ogni tot qualche frecciatina alla politica italiana o all’omofobia. Sapete, per tenere viva l’attenzione con argomenti che fanno sempre molta scena.
Poi iniziò la vera e propria interrogazione.
Ciò che andò realmente male fu la parte che riguardava il primo professore: quello esterno di Italiano e Storia. Zeus lo fulmini. Comunque, mi chiese i poeti crepuscolari. Che erano chiaramente indicati sul programma con “Cenni di“. Beh, nessun problema, li sapevo. Gli dissi un po’ di cose elementari e feci anche qualche riferimento ad altri movimenti. Mi sentivo proprio figo. Poi però lui mi fece una domanda un pelino più ardita: “Che cosa c’è nel salotto di un crepuscolare?“. Ora, lasciamo perdere che sul programma c’era scritto “Cenni di”. Ma io vorrei tanto sapere se uno studioso del crepuscolarismo avrebbe saputo rispondere. I miei discorsi strampalati (cercavo comunque di inventarmi qualcosa, ma ormai ero andato nel panico) non lo convinserò, e mi spiegò che la risposta era “Un pappagallo impagliato“. Vabbè. Ero un po’ perplesso. 
Allora passò a Storia. Qui avevo bisogno di fortuna. Sapevo perfettamente alcuni argomenti, e di altri non sapevo praticamente niente. Quando si ha un mese a disposizione, si fanno delle scelte. 
Bene, parlami della Rivoluzione Civile Spagnola“.
Quando si ha un mese a disposizione, si fanno delle scelte, già. E io la Rivoluzione Civile Spagnola non l’avevo scelta.
Sssssì. Dunque. La Rivoluzione Civile Spagnola ha un dittatore che si chiama Francisco Franco… E… Ehm… Beh…
Dopo Storia, andai letteralmente in crisi. I professori interni – e la carinissima Presidente di Commissione – furono molto gentili nell’incoraggiarmi. Addirittura quello di Matematica mi chiese l’integrale delle funzioni trigonometriche, che sono cose elementari per un maturando. La professoressa di Inglese mi disse anche di “not worry”. Ma oramai non c’era più niente da fare. Il cervello era partito e quando l’esame finì mi aggrappai a una ragazza che era venuta a vedermi, la quale fu tanto gentile da non mettersi a ridere di fronte a quella scena patetica.

Ma non ci misi molto a superare la tragicità della cosa. Feci un mezzo incidente nel tornare a casa ma non si fece male nessuno. D’altra parte, se la gente si immette sparata nelle rotonde in cui sta già circolando un  debole maturando ferito, è chiaro che possono succedere fattacci sconvenienti!

Questa è stata la mia maturità. Tutti dicono che tornerebbero indietro a rifarla, se si potesse. Io no. Io non la rifarei davvero! Forse lo dicono perché hanno le rughe, e vorrebbero solo tornare indietro nel tempo per accarezzarsi la pelle granita. Beh, quando avrò le rughe, allora forse lo dirò anch’io. Ma solo dopo un ripasso accurato della Rivoluzione Civile Spagnola.


Dio 2.0: eccezionalmente metafisico

Quando Simone Lippi mi ha telefonato per propormi una parte nella commedia che avrebbe diretto qualche mese dopo, io non ero molto convinto di accettare. Ero interessato a imparare a recitare, non ad andare in scena davvero! Rimanemmo d’accordo che mi avrebbe mandato il copione, e quando lo lessi me ne innamorai. E così ho iniziato le prove: il mio personaggio si chiama Cìrrosi (sì, come la malattia, ma con l’accento sulla i) ed è un informatico mezzo incapace che s’ingallisce quando vede una donna.

Inizialmente mi sentivo proprio negato. Al di là della memoria per le battute, che comunque sapevo che sarebbe stata un problema, non credevo di essere capace a livello interpretativo. Fa molta soddisfazione, adesso, vedere come io sia migliorato. Certo, niente di straordinario: nessuno mi darà l’Oscar – per fortuna, perché non ho pronto nessun discorsino – ma il mio personaggio era credibile, e questo è tantissimo!

Se si esclude la recita di quinta elementare, per me era la prima volta su un palco. Il che significa che un momento prima di entrare in scena stavo per disgregarmi dalla realtà e lasciare solo una vaga scia di ansia. Fortuna che tutto il gel che avevo nei capelli (e la lacca, e la schiuma, e un sacco di altre robe schifose) mi ha tenuto allo stato solido. Così ho fatto la mia parte e quando tutto è finito non potevo sentirmi più soddisfatto.

Domenica pomeriggio mi dispiaceva dover smontare tutto. In particolare, l’immagine del teatro deserto è una delle più desolanti che abbia mai visto. Su quelle poltroncine qualche ora prima c’erano tanti spettatori divertiti da una commedia brillante ed imprevedibile, di cui ogni personaggio diceva non possedere un finale. Ma si sa: il trucco per scrivere una buona commedia è cominciare dal finale. Basta trovare un finale ad effetto e poi si torna indietro, e si scrive il resto.





Playback Theatre

Uno spettacolo di playback theatre vede in scena diversi elementi: un conduttore, un musicista, qualche attore, e soprattutto il pubblico. E’ una forma di teatro sociale basata sull’improvvisazione, ma per le spiegazioni tecniche vi ho già segnalato il link di wikipedia dove potrete capire di che si tratta ed avere una visione sommaria di questo tipo di arte: in sostanza, gli spettatori che desiderano condividere una propria storia si fanno avanti e la raccontano; pochi secondi dopo, senza che nessuno si sia messo d’accordo, senza che nessuno abbia stilato nemmeno una riga di canovaccio, quella storia appena espressa viene rappresentata. 
Bene. Adesso so per certo che sarete tutti delusi e convintissimi che questo tipo di teatro non fa per voi, non vi piace, non lo trovate così emozionante e – anzi – pensate che la pubblicità che in questo momento io sto facendo sia immotivata e banale.
Bene. Sbagliate. Semplicemente perché è impossibile scrivere quello che è davvero il playback theatre senza averlo visto. Nessuno ci riuscirebbe, figuriamoci io (che per giunta ho il mal di schiena e stanotte ho dormito poco!).

Ho frequentato un corso di playback theatre organizzato dalla Compagnia degli Empatheatre, ed è una delle più belle esperienze che mi sia mai capitato di fare. Essere lì, essere te, ed essere chi ti senti di essere: è una piccola bolla di libertà che per diversi mesi mi sono ritagliato ogni Lunedì sera. Stabilire un contatto con gli altri attori, ricercarne l’appoggio senza mettersi d’accordo a voce: basta uno sguardo, anzi, no!, basta essere accanto, anzi, no!, basta sentirsi, sentire che ci siamo. Non è possibile sbagliare, se ti fidi di te stesso e degli altri. E quello che ricevi è mostruosamente toccante. Non posso parlarne con troppa cognizione di causa: in fondo io ho solo partecipato ad un corso, ho dato il mio contributo a quello che al massimo può essere lo scheletro di uno spettacolo, ma non ho mai realmente partecipato a una vera e propria performance. Ma se rappresentare le storie dei miei compagni di corso è stato così emozionante, chissà quanto potrebbe esserlo interpretare le storie di persone sconosciute che ti vengono a vedere!

Ieri sera sono stato per la prima volta a una performance degli Empatheatre. Ero attentissimo a quello che facevano, perché per la prima volta li vedevo come artisti e non come insegnanti. E’ stato divertente, mi sono sentito bene.
E anche se lo scopo di questo post è quello di aumentare la frequenza di pagine web che parlano di playback (purtroppo è una forma di teatro poco praticata in Italia), colgo l’occasione per ringraziare tutti gli Empateatranti!

Vi lascio con l’immagine della Serenità, rappresentata ieri sera tramite una scultura fissa (metto anche la terminologia così faccio un po’ il figo).