• Cosa fa credere ad alcuni uomini di avercelo lungo

03 MAGGIO 2017
Cose che mi succedono

La prima volta che ho riflettuto davvero sulle implicazioni riguardanti le dimensioni del pene è stato quando l’autista del mio pullman del liceo ha constatato che il tale sul SUV, colpevole di avergli appena tagliato la strada, avesse senz’altro qualche complesso di inferiorità per aver sentito il bisogno di comprarsi un’automobile tanto grossa per compensare un pisello così esiguo.

Già in prima liceo convenivo con l’autista che tagliare la strada fosse davvero una cosa da criminali – oltre che da stupidi, come insegna l’educativo videogioco Crash Team Racing, dove se superi un avversario lui ti spara un missile sul retro e non recuperi più – ma lì per lì non ho potuto fare a meno di pensare che un uomo che accusa un altro di avercelo piccolo sta solo affermando, tra le righe, di avercelo grande.

Ed era proprio qui che volevo portarvi, con questa intelligentissima premessa: cosa fa credere agli uomini di avercelo lungo? Riassumerò di seguito le varie ipotesi che mi vengono in mente, ma – spoiler – nessuna di loro è davvero esatta.

Alcuni uomini sono convinti di avercelo grande perché:

  • hanno visto altri peni in spogliatoio (ma conta quando è a riposo?)
  • sono gay e hanno potuto fare confronti diretti (e allora gli eterosessuali?)
  • gliel’ha detto la fidanzata (cosa non si direbbe per un orgasmo tranquillo)
  • l’hanno visto su internet (che com’è noto pullula di minidotati…)
  • se lo sono misurato col righello (ma chissà da che punto hanno fatto partire la misura)

La verità è un’altra, ma non vorrei bruciarmela subito. Prima ci vuole un altro aneddoto.

Metropolitana di Milano. Sto cercando di comprare il biglietto, ma la macchinetta accetta solo la carta o le banconote, e io ho solo moneta. Non passa nemmeno un secondo dal momento in cui mi accorgo che la fessura per le monete è chiusa, che un uomo in fila dietro di me brontola: “ci devi mette’ i soldi”. Io lo ignoro, e provo a vedere se ho banconote. “Oh, devi metterci i soldi”, ripete con più enfasi.

Alché, mi giro, lo vedo (è bruttissimo, ha il volto grigio, gli occhi sporgenti e i denti storti, e poiché sono superficiale provo una certa felicità quando le persone che odio sono anche orrende fuori) e gli dico gentilmente che può passare avanti, perché la macchinetta non accetta monete. “Ah, non accetta monete…” balbetta lui, abbassando le spalle deluso di avere in mano due euro sonanti che non serviranno a un cazzo.

Ora, davvero, mi chiedo: ma come si fa a essere così convinti? Voglio dire: questo tipo non è venuto da me dicendo “Scusa, hai bisogno di aiuto? Devi inserire le monete” cercando di aiutarmi, mostrandosi un minimo accollativo. Questo mi ha solo sbraitato con veemenza di “metterci i soldi”, già pregustando la soddisfazione di scrivere su Facebook un post acido nei miei confronti in cui io sarei stato il pretesto per definire la gente come davvero cogliona.

Questo è il classico tipo convinto di avere un grosso pene.

Perché vedete, ed è questa la verità sul perché alcuni uomini credono di avercelo lungo: tutto sta nella sicurezza in sé stessi.

C’è un organo invisibile dentro il nostro cervello, o forse dentro la nostra anima, e questo organo si chiama pene interiore. Se ce l’hai, allora pensi di sapere tutto, e non perdi occasione per dimostrarlo.

Il pene interiore non influisce il tipo di automobile che compri, ma permette di spararsi un selfie anche in condizioni oggettivamente pietose, rende capaci di esprimere opinioni senza alcuna conoscenza in materia, è quel benefit che consente di interrompere le persone senza sapere cosa avrebbero detto se avessero potuto concludere il discorso. Il pene interiore fa vivere meglio, lascia che le conseguenze delle proprie azioni non intacchino la serenità personale, consente a chi lo possiede di mantenere un’esistenza in erezione. Deve essere bellissimo.

Noi altri, uomini e donne (certo, perché il pene interiore possono averlo anche le donne), ci facciamo le pippe mentali.

Alla fine, il biglietto della metro sono riuscito a farlo. A un’altra macchinetta che accettava le monete. Quel giorno a Milano ho incontrato Yasmina Mélaouah, che a sentire chi se ne intende è una delle migliori traduttrici italiane. Tra tutte le cose interessanti che ha detto Mélaouah, c’è anche il fatto che nel mestiere della traduzione si è sempre più incerti con l’acquisire esperienza. “Più traduco, e più diventa faticoso. Più traduco, più mi pongo dei dubbi.”

Per quella volta, probabilmente, sono stato contento di non avere un pene interiore.

E così, senza rendermene conto, ho iniziato a valutare la simpatia di una persona a seconda di quante volte dice “forse”.

Roba affine
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