Quattroscene

(1)


Michele sta guardando i suoi occhi riflessi nel finestrino. Pensa che non riesce a distinguerne il colore, nonostante sappia benissimo di possedere due iridi tinte d’un azzurro glaciale; due iridi che s’intonano alla perfezione col viso cereo, macchiato soltanto dalla scia rossa delle labbra. I cavi bianchi dell’ipod spuntano dai jeans e risalgono il petto del ragazzo fino a scomparire in una miriade di riccioli neri. La musica riesce a coprire il fracasso costante che il vecchio pullman produce nella sua corsa attraverso la notte.
Michele osserva i suoi occhi, poi li assottiglia, per cercare di vedere oltre il vetro. Niente da fare: l’illuminazione all’interno del pullman è troppo intensa, così come l’oscurità che domina all’esterno. Michele sospira, lasciando che l’ansia contenuta nel proprio respiro si perda tra le note della canzone che gira in quel momento. Torna ad appoggiare la fronte sul vetro, dove adesso vede riflessa una robusta donna di colore. Si volta, pone la visuale all’interno dell’autobus. E percepisce due labbra scure che si rivolgono proprio a lui, senza tuttavia emettere alcun suono.
Michele tira il cavo degli auricolari. E’ un attimo, e tutti i rumori del mondo reale gli convergono addosso: le ruote che pesantemente inseguono l’asfalto; la radio dell’autista che vibra, tenue, in sottofondo; l’eco impercettibile dell’ipod che ubbidiente continua a funzionare. E l’accento africano di una signora vestita di verde.
“…mano te?”
“Come, scusi?”
“Vuoi io leggere mano te?”
Michele torna ad affondare la fronte nel finestrino. L’intenzione di rimettersi gli auricolari non trova concretezza, perché il movimento del ragazzo è bloccato con insistenza da un braccio scuro.
“Io leggere mano te.”
“No, mi dispiace, non ho spiccioli.”
“Spiccioli?”
“Soldi.”
“Io no volere soldi! Io solo volere leggere mano te.”
Seccato, Michele si stringe sul sedile, facendo posto alla donna che subito siede accanto al ragazzo. Lei cerca il palmo dell’altro, lo tira a sé, ne apre le dita con la stessa disinvoltura con cui si sfoglia una margherita. Infine, lo posa sulle sue gambe. Gli occhi della donna sono intrisi di nera avidità mentre scorrono sulle linee disegnate sulla mancina del ragazzo.
“Questa essere linea di amore. Ohh, ragazzo pieno di amore tu!”
“E’ sicura di saper leggere?”
Nel volto della donna riluce un sorriso.
“Io migliore di paese mio.”
“Mh, se lo dice lei…”
Anche Michele sorride. Quell’incontro ha colorato di diversità il suo viaggio in autobus.
“Questa essere linea di fortuna. Ragazzo no tanto fortunato tu.”
“Eh si sa. Pazienza.”
“Fortuna importante. Ma amore di più.”
“Se lo dice lei…”
Ripete Michele, quasi divertito. Scuote la testa, cosicché dense ciocche di nera vernice oscillano sulle spalle del ragazzo. Riverberi ombrosi si dipingono sul volto pallido, che curioso aspetta un terzo verdetto dalla donna.
“Questa essere linea di vita.”
Il sorriso che scema, il viso che si ghiaccia. Gli occhi dell’africana, pietrificati dall’orrore, ricercano quelli di Michele.
“Tu pericolo.”
“Eh?”
“Morte, morte vicina!”
“Non si preoccupi, non credo a queste cose.”
“Linea dice che morte è ora.”
“Ma la smetta!”
Michele ritira la mano. Nello sguardo due fessure azzurre riflettono ostilità. Rivolge un cenno affilato alla donna, che obbediente si allontana dal sedile, lasciando dietro sé la traccia verde del proprio vestito.
Il ragazzo infila gli auricolari nelle orecchie. Sente la musica dare un ritmo ai pensieri, ma non la ascolta veramente. Toglie uno zaino da sotto il sedile. Lo porta al petto, e lentamente apre la cerniera. Butta un’occhiata all’interno. Gli basta un attimo per vedere il calcio di una pistola.

Tristezza

Sostantivo, femminile.

(1) Il sentimento che ti prende nel salire sul pullman delle 18:19, Lucca via Ripafratta.

(2) Lo sguardo condannato dell’autista del pullman delle 18:19, Lucca via Ripafratta.

(3) I sedili vuoti del pullman delle 18:19, Lucca via Ripafratta.

(4) Le facce stanche dei pochi passeggeri morti del pullman delle 18:19, Lucca via Ripafratta.

Promemoria.

Vivo tutti i miei giorni aspettando Godot,
dormo tutte le notti aspettando Godot.
Ho passato la vita ad aspettare Godot.

Nacqui un giorno di marzo o d’aprile non so
mia madre che mi allatta è un ricordo che ho
ma credo che già in quel giorno però
invece di poppare io aspettassi Godot.
Nei prati verdi della mia infanzia
nei luoghi azzurri di cieli e aquiloni,
nei giorni sereni che non rivedrò
io stavo già aspettando Godot.
L’adolescenza mi strappò di là,
e mi portò ad un tavolo grigio,
dove fra tanti libri però,
invece di leggere aspettavo Godot.
Giorni e giorni a quei tavolini,
gli amici e le donne vedevo vicini,
io mi mangiavo le mani però,
non mi muovevo e aspettavo Godot.

Ma se i sensi comandano l’uomo obbedisce,
così sposai la prima che incontrai,
ma anche la notte di nozze però,
non feci nulla aspettando Godot.
Poi lei mi costrinse ed un figlio arrivò,
piccolo e tondo urlava ogni sera,
ma invece di farlo giocare un po’,
io uscivo fuori ad aspettare Godot.
E dopo questo un altro arrivò,
e dopo il secondo un altro però,
per esser del tutto sincero dirò,
che avrei preferito arrivasse Godot.
Sono invecchiato aspettando Godot,
ho sepolto mio padre aspettando Godot,
ho cresciuto i miei figli aspettando Godot.
Sono andato in pensione dieci anni fa,
ed ho perso la moglie acquistando in età,
i miei figli son grandi e lontani però,
io sto ancora aspettando Godot.

Questa sera sono un vecchio di settantanni,
solo e malato in mezzo a una strada,
dopo tanta vita più pazienza non ho,
non posso più aspettare Godot.
Ma questa strada mi porta fortuna,
c’è un pozzo laggiù che specchia la luna,
è buio profondo e mi ci butterò,
senza aspettare che arrivi Godot.
In pochi passi ci sono davanti,
ho il viso sudato e le mani tremanti,
è la prima volta che sto per agire,
senza aspettare che arrivi Godot.
Ma l’abitudine di tutta una vita,
ha fatto si che ancora una volta,
per un momento io mi sia girato,
a veder se per caso Godot era arrivato.
La morte mi ha preso le mani e la vita,
l’oblio mi ha coperto di luce infinita,
e ho capito che non si può,
coprirsi le spalle aspettando Godot.

Non ho mai agito aspettando Godot,
per tutti i miei giorni aspettando Godot,
e ho incominciato a vivere forte,
proprio andando incontro alla morte,
ho incominciato a vivere forte,
proprio andando incontro alla morte.

Claudio Lolli – Aspettando Godot



Una vera Lezione di vita


Randy Pausch, docente presso la Carnegie Mellon University, consapevole di vivere i suoi ultimi mesi in quanto condannato alla morte da un cancro al pancreas, nel settembre `07 tiene la sua ultima lezione insegnando a tutti il valore della vita. Il prof. Pausch muore a Chesapeake (Virginia) il 25 luglio 2008.

Poche battute in fila

Nonna: “Hai sentito, bisogna stare attenti a fuco!

Mamma: “A che?

Nonna: “L’ha detto la televisione, c’era uno della finanza finanza che…

Mamma: “Sì, sì, ma a che?

Nonna: “A fuco.

Mamma: “A fuco?

Nonna: “Fuco, fubo…

Mamma: “Football?

Nonna: “Sì forse… E’ quella cosa che ora dicono sempre…

Mamma: “Ahh, facebook!

Io: faccina sarcastica. Come sempre.

Nero Natale

Questa è un’abitudine che avevo sul vecchio blog e che vorrei tramandare anche a questo. Si tratta di un sistema sintetico per informare i miei – pochissimi – lettori che sono vivo, anche se non scrivo da tempo. A volte sono frasi incomprensibili, altre sono chiarissime. A me piace particolarmente quando a capirle possono essere in pochi eletti, perché ho notato che poi gli altri si arrovellano il cervello per trovare un significato che la maggior parte delle volte non corrisponde a verità. Si parta, dunque, con le definizioni sbrigative.

Computer nuovo: semplicemente splendido.
Compitini: per lo meno sono finiti.
Albero-di-Natale-in-Piazza-Anfiteatro: sgomento puro.
Capodanno: uffa.
Record da disco: secondo me ci vuole l’applauso.
Armadio: mission impossible.
Lenti a contatto: mission forse un po’ più possible.
Colla da decoupage: 24 euro?! Siete impazziti?
Twilight saga: prima o poi la finirò!
Casa del Bottone: neanche pensavo potesse esistere, un posto del genere.
Golden: è ufficiale, porta male.
Gomma: Giuli, è ancora nel mio astuccio! E tu hai la mia penna!
Parcheggi: circa dodicimila manovre.
El Paso: stavolta non ho rischiato di morire.
Regali: lo stretto indispensabile, delegato a mia sorella.
Natale: Nero Natale. Nero nero nero Natale.