• Cosa mi è piaciuto del Museo del Novecento

15 GENNAIO 2018

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Roba tipo recensioni

Non ero mai stato al Museo del Novecento, ma è tanto che ne sento parlare – basta scorrere Instagram il sabato pomeriggio, c’è almeno una foto della vetrata con vista Duomo, perché siamo tutti molto originali e comunque da lì la vista è davvero meravigliosa. Il museo mi è piaciuto tantissimo, perché agli ignoranti d’arte come me bisogna fare le cose semplici. È inutile, per quanto mi riguarda, andare a quelle retrospettive super approfondite di un singolo autore, con migliaia di piani di lettura che mi sarò dimenticato due giorni dopo la visita. Invece, questo è molto chiaro: si parla dell’arte nel Novecento italiano, si parte dall’inizio e si va avanti attraversando svariate correnti artistiche. Chiaro & cronologico.

Poi, okay, mi diceva Giulino che non c’è tutto. Per esempio, manca la prima parte dell’opera di De Chirico. E poi l’audioguida, boh, una roba strana. La ragazza che se ne occupava era super gentile e disponibilissima e mi ha chiesto se cercassi una coinquilina (a proposito: qualcuno affitta una stanza a Milano? c’è una ragazza interessata, la trovate al Museo del Novecento), ma l’organizzazione delle tracce è assurda: si possono approfondire solo determinate opere, e non c’è quasi mai un approfondimento generale, ma solo sulla singola opera.

Mi sono piaciute da morire tre cose.

(Parentesi:

Io adoro quando mi piacciono le opere d’arte dei musei, perché di solito non mi arrivano, come direbbe Simona Ventura, la cui menzione dà un’idea dei miei modelli culturali. Non lo so, non le capisco, non mi comunicano niente, spesso sono costretto a farmi piacere l’accostamento dei colori di un’opera, o l’uso del font nelle targhette, perché almeno do un senso al mio guardare.

Niente a che vedere con Giulino, per esempio, che è un fruitore di musei completamente diverso. Intanto perché ha seguito qualche corso di arte all’università, e quando conosci la storia di un’opera la apprezzi molto di più. Ma non è solo questo, è proprio una questione di forma mentale: lui è tutto riflessivo e usa il cervello anche davanti a un quadro. Io no, io non ho voglia, io sono la Tina Cipollari dei visitatori, ci rifletto anche su un’opera, ma è una cosa che odio, è immensamente più divertente quando è l’opera che ti racconta sé stessa.)

chiusa parentesi.)

Dicevo che mi sono piaciute da morire tre cose.

Una è la merda d’artista,

che ormai conoscerete tutti perché Piero Manzoni è finalmente pop come sosteneva di essere quando non se lo cagava nessuno. A proposito di cagare, la merda d’artista è una collezione di novanta scatolette (ognuna del valore di 70mila euro, per la cronaca) che l’autore ha dichiarato contenere le proprie feci (in realtà pare ci sia dentro del gesso, o della carne, o del tonno, che considerando quello Rio Mare si può comunque considerare merda).

Due, è questa cosa di Filippo De Pisis,

che mi ha permesso di scoprire Filippo De Pisis, che da ignorante non conoscevo. De Pisis era un pittore di Ferrara dichiaratamente omosessuale in un periodo in cui si poteva farlo senza dirlo. Ho scoperto che una volta ha organizzato una festa in cui gli invitati avrebbero dovuto essere bellissimi, nudi, ricoperti da gusci di granceola (l’ho googlata, è un crostaceo) e decorati da De Pisis stesso. Pensateci, quando organizzate le orge su Grindr!

Tre, è il primo trittico degli Stati d’animo di Boccioni.

Sono tre quadri che rappresentano le emozioni in una stazione. Si chiamano Gli addii, Quelli che vanno e Quelli che restano. Mi ha molto commosso, perché io sono uno di quelli che vanno e di quelli che restano. Lo sono ogni settimana, ogni volta che saluto Giulino perché il nostro weekend insieme è finito e dobbiamo tornare alle nostre città; oppure quando saluto qualche amico che è venuto a trovarmi, o quando sono tornato io per un po’ e devo ripartire. Io, Simona Ventura e Tina Cipollari sappiamo cosa vuol dire partire.

Roba affine
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