• Cose, case e persone

15 GIUGNO 2018
Cose che mi succedono

Avere le cose può essere figo, se non devi cambiare casa una volta all’anno. Una settimana fa ho aiutato Giulino col suo trasloco, perché l’appartamento in cui vive da un anno, chiamato Casapop, era anche quello in cui vivevo io prima di trasferirmi a Milano, quindi c’erano alcune cose mie che andavano inscatolate. Quando affermo che c’erano alcune cose mie, per la precisione intendo che c’era uno spaziocosmo gigantesco di cose mie che io non ricordavo nemmeno più di avere. Mentre le imballavo pensavo a quante cose inutili compriamo per poi non usarle mai. Per esempio, perché ho un cervello di plastica rosso? Cosa mi è saltato in mente quando l’ho visto? Cosa mi ha spinto ad estrarre il portafogli dalla tasca e addirittura pagare per portarmi a casa questo oggetto di arredamento completamente inutile? Passiamo la vita a lavorare, e sublimiamo la nostra insoddisfazione comprando cose. Ma non avevo tanta voglia di fare filosofia, in quel momento, così con molto pragmatismo ho iniziato a calcolare quanto avrei risparmiato, in soldi, tempo ed energie, se avessi dato fuoco a tutto quanto. Pensavo anche di aderire alla decrescita felice o come cavolo si chiama, e ritirarmi in una stanza spoglia con dieci vestiti, un piatto e un cuscino, in modo che sia molto semplice mettere tutto in una valigia e partire. Ogni volta che sarò da qualche parte e vorrò comprarmi una cosa dovrò pensare a una sola parola: trasloco. Che subito mi riporterà alla mente il mio attuale desiderio di bruciare qualsiasi cosa pur di non doverla inscatolare. Perché tengo da parte i gadget dell’Happy Meal? Perché posseggo uno zaino degli Avengers? Perché conservare un ventilatore rotto? Perché avere tre paia di skinny bianchi quando è dal 2014 che non indosso né skinny né, naturalmente, pantaloni bianchi? Che poi per avere tutti questi oggetti c’è bisogno di librerie, mensole, armadi, per poterle contenere. Comprare le cose non basta, bisogna anche comprare i contenitori di cose, che ti spingono all’acquisto di altre cose e conseguenti contenitori di cose, finché lo spazio disponibile in casa finisce, e allora dovremo comprare altre case più grandi per poter contenere i contenitori di cose su cui mettere le cose che non useremo in nessun caso. Fa tutto parte del piano malvagio del Dio delle Cose che vuole distruggere l’umanità a colpi di bieco materialismo. Amici, non traslocate mai, grazie.

L’antica libreria andava portata in salvo. Cioè andava venduta, per non doverla buttare. Avevo un’ora di tempo per smontarla, prima che l’interessato venisse a prendersela: ah, un sacco di tempo, mi sono addentrato in missioni peggiori – penso tutto contento mentre sfilo i libri dagli scaffali, stendo la paziente sul pavimento e mi accingo ad operarla. Ma la brugola, l’unica brugola presente nella scatola degli attrezzi da uomini alfa, non entrava. Panico. Altro panico. Quarantacinque minuti rimasti. Provo ancora. Niente. Uso un coltello. Niente. Il cacciavite. Niente. Le forbici, niente. Le preghiere. Niente. Mi dispero. Penso. Chi può avere delle brugole della dimensione giusta? I vicini? Non ci sono. Gli amici? Troppo lontani. Passo in rassegna il mio palazzo mentale, ed è allora che ho l’epifania. Tiger. Che, non si sa per quale motivo, ma ha inserito nella sua collezione Pride anche un set di brugole arcobaleno. E io non mi dimentico mai della roba arcobaleno, sono un gay vecchio stampo, uno di quelli che considera I wanna dance with somebody un gran bell’inno, e pertanto ho un archivio della memoria dedicato agli oggetti rainbow, mi ricordo di tutto ciò che vedo, è come avere un Pinterest cerebrale. Inutile, quasi sempre, ma non oggi. Corro al Tiger sotto casa, dove probabilmente divento l’unico acquirente di un set di brugole arcobaleno da quando esistono i mercati e l’artigianato.

Una settimana fa ho riconsegnato le chiavi di Casapop, e mi ha fatto stranissimo. Dopo quattro (più uno) anni di Torino, lascio questa città stupenda senza ancora realizzare quanto sia definitivo. È buffo perché mai come in questi giorni si è parlato di lasciare case, di persone che migrano e di città che ospitano. Io me ne vado, sì, ma per mia volontà, e comunque me ne vado da un posto amico pronto ad accogliermi di nuovo quando vorrò tornare per rivedere le mie persone di qui. C’è chi non è così fortunato. Io non riesco a immaginare la sofferenza di chi lascia la propria terra per non tornare. Per fortuna che sono incappato in una roba che ha scritto Warsan Shire, la poetessa di Beyoncé, per intenderci. Mi rendo conto che sono partito da un mazzo di chiavi per finire a parlare di immigrazione, ma è esattamente il flusso di pensieri che mi ha attraversato oggi. Questa poesia crudele è un filtro perfetto per leggere gli eventi che sono successi ultimamente e per ricordarci che sì, stiamo parlando di esseri umani come noi.

Casa

di Warsan Shire

Nessuno lascia casa a meno che
la casa non sia la bocca di uno squalo
scappi al confine solo
quando vedi tutta la città scappare

i tuoi vicini corrono più veloci di te
fiato e sangue in gola
il ragazzo con cui sei andata a scuola
che ti baciava vertiginosamente dietro la fabbrica di lattine
tiene in mano una pistola più grande del suo corpo
lasci casa solo
quando la casa non ti lascia rimanere.

nessuno lascia casa a meno che la casa non ti dia la caccia
fuoco sotto i piedi
sangue caldo nella pancia
è qualcosa che non avresti mai pensato di fare
finché la lama non ti ha bruciato il collo
di minacce
e anche allora nascondi l’inno nazionale
sotto il respiro
soltanto strappare il passaporto nei bagni di un aeroporto
singhiozzando ad ogni boccone di carta
ti ha fatto capire che non saresti più tornata.

devi capire
che nessuno mette i figli su una barca
a meno che l’acqua non sia più sicura della terra
nessuno si brucia i palmi
sotto i treni
sotto le carrozze
nessuno passa giorni e notti nel ventre di un camion
nutrendosi di carta di giornale a meno che le miglia percorse
non vogliano dire di più di un semplice viaggio.
nessuno striscia sotto le recinzioni
nessuno vuole essere picchiato
compatito

nessuno sceglie campi di rifugiati
o perquisizioni a nudo che ti lasciano
il corpo dolorante
né la prigione,
perché la prigione è più sicura
di una città di fuoco
e un secondino
nella notte
è meglio di un camion pieno
di uomini che assomigliano a tuo padre
nessuno può sopportarlo
nessuno può ingoiarlo
nessuna pelle può essere tanto resistente
andatevene a casa neri
rifugiati
sporchi immigrati
richiedenti asilo
che prosciugano il nostro paese
negri con le mani tese
che odorano strano
selvaggi
hanno distrutto il loro paese e ora vogliono
distruggere il nostro
come fate a scrollarvi di dosso
le parole
gli sguardi sporchi
forse perché il colpo è meno forte
di un arto strappato

o le parole sono più tenere
di quattordici uomini tra
le tue gambe
perché gli insulti sono più facili
da mandare giù
delle macerie
delle ossa
del corpo di tuo figlio
fatto a pezzi.
voglio tornare a casa,
ma casa mia è la bocca di uno squalo
casa mia è la canna di un fucile
e nessuno lascerebbe la casa
a meno che non sia la casa a spingerti verso la spiaggia
a meno che non sia la casa a dirti
di affrettare il passo
lasciarti dietro i vestiti
strisciare nel deserto
attraversare gli oceani
annega
salvati
fai la fame
chiedi
dimentica l’orgoglio
è più importante che tu sopravviva

nessuno se ne va via da casa finché la casa è una voce sudata
che dice
vattene
scappa lontano da me ora
non so cosa sono diventata
so solo che qualsiasi altro posto
è più sicuro di qua

Roba affine
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