Alla ricerca della lampadina perduta*

* l’autore di questo post precisa che il titolo 
non è una citazione di Proust né un omaggio a Indiana Jones 
bensì a Zio Paperone. Gran ciaone a tutti.
I raggi del sole filtrano dalla finestra e io mi sveglio consapevole che sarà una di quelle giornate meravigliose e ingenue come il look di Paola e Chiara prima della svolta porno.
Invece, poiché niente è come sembra e non si giudica un libro dalla copertina specialmente se è della Gamberale, durante la mattinata si fulmina una lampadina, e questo rappresenta un evento traumatico ai livelli della diffusione di Dubsmash, e per diversi motivi. Innanzitutto perché la lampadina è un oggetto carico di aspetti simbolici come l’idea, la luce, la scoperta, il genio, l’aiutante di Archimede, e tutto questo la rende l’immagine più allegorica del mondo dopo Gesù in croce, ma se fossero esistite le lampadine nel Rinascimento probabilmente gli artisti non avrebbero perso troppo tempo con tutti quei Cristi e si sarebbero dedicati a raffigurazioni più significative, tipo la passione della lampadina, l’annunciazione della lampadina, la resurrezione della lampadina e così via. In secondo luogo, la lampadina in questione è quella delle scale, e siccome sono povero è anche l’unica fonte di luce di camera mia – se escludiamo la luna piena e gli orsi polari sullo screensaver del mio computer.
Insomma, devo procurarmi una nuova lampadina.

La missione si preannuncia semplice. Mi era già successo di dover sostituire una lampadina, e in quell’occasione l’avevo comprata in un negozio vicino a casa. Mi ero trasferito a Torino da poco, e fu una delle prime volte che ebbi a che fare con la disponibilità dei piemontesi. Tutta questa storia dei “falsi cortesi” è una bufala, secondo me. Mi dirigo verso il negozio, ma lo trovo chiuso. Per sempre. I dolci elettricisti piemontesi di fiducia sono andati in fallimento. Mi raccolgo in un minuto di dispiacere e considerazioni generiche sulla crisi, poi l’idea di dover affrontare le tenebre per raggiungere la mia camera prende il sopravvento, e decido di continuare la ricerca.
Passo al setaccio tutte le vie del mio quartiere, che pullula di gallerie d’arte e ristoranti vegani ma nessun venditore di lampadine. Niente. È giunto il doloroso momento di chiedere informazioni. Entro in una lavanderia, facendo subito una bellissima figura perché per via della differenza termica mi si appannano gli occhiali all’istante, e da quel momento in poi procedo a tentoni.
«Una lampadina?» mi risponde una voce maschile vibrante di esperienza in elettronica. «Prova al Carrefour, prosegui dritto per di qua e lo trovi al primo incrocio.» 
Il nonnino ha ragione: nel piccolo supermercato hanno una parete che espone pile, orsetti luminosi e lampadine. Il problema è che a me ne serve una di quelle sottili e allungate, credo si chiamino alogene, e non penso che il Carrefour sia abbastanza fornito.
«Mi scusi.»
«Mi dica.»
«Stavo cercando una lampadina.»
«Guardi, lì, tra le pile e gli orsetti luminosi.»
«Sì, ho visto, ma me ne serviva una di quelle sottili e allungate.»
«Uno starlight?»
«No, no, credo si chiamino “alogene”.»
«Oh, no, non ne abbiamo. Abbiamo gli orsetti.»
Esco dal discount rimuginando che la Lidl non mi avrebbe deluso, e faccio ritorno a casa. Per uno scrupolo improvviso e fortuito, prima di salire mi fermo al tabacchino che sta a due passi dall’ingresso del palazzo. Dietro al bancone non c’è la solita donnona che mi scambia sempre per il figlio dell’avvocato e mi chiede come procedono le mie gare di ballo, bensì il marito, un ometto baffuto che dall’odore di nicotina lo direi capace di attaccarti la polmonite per osmosi.
«Buonasera.»
«Oh, ma buonasera!»
«Scusi, vorrei solo un’informazione. Dove posso comprare una lampadina, in zona?»
«Hai provato al Carrefour?»
«Sì, niente»
«Uhm» il tabaccaio tabagista ci pensa su «Sai dove? Prova dalla signora che vende la frutta, giù per questa via. Suo figlio fa l’elettricista e ci sta che abbia qualcosa in negozio.»
«Provo. Grazie mille!»
«Di nulla! E in bocca al lupo per i tuoi balletti.»
Se mai in futuro qualcuno dovesse domandarmi quale è per me la rappresentazione del miracolo, senza alcuna esitazione io ripenserei al momento in cui, all’interno di un anacronistico negozio di frutta e verdura di via Giolitti, tra ceste di pomodori e peperoni, in mezzo a fasci di sedani e cassette di enormi arance, con tutto un universo di furia e surgelati all’esterno, dentro quella parentesi di tenerezza, mi trovo davanti a donna Maria, perfetta nella vestaglia color ceruleo coi suoi capelli grigi raccolti sulla nuca, che mi porge una lampadina.
L’idea è che le cose non stanno sempre al posto giusto.

6 commenti
  1. Patalice
    Patalice dice:

    francamente trovo che la sorpresa di cose inattese, e fuori luogo, possono fare la differenza nella somma delle esperienze… comunque, uno spunto di riflessione, il turbinio di moda vegana è avvilente

    Rispondi

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