• Quando il Game si fa duro

    Appunti su “The Game” di Alessandro Baricco

3 OTTOBRE 2018
Roba tipo recensioni

Il 2 ottobre 2018 Einaudi approda su Facebook e Instagram. Era l’ora, diciamolo. Non si capisce quale novecentesca, commovente ostinazione spingesse una delle case editrici più importanti della storia editoriale italiana a non comunicare tramite i social. D’altronde, per pubblicare un libro come The Game, nel digitale doveva entrarci, se non altro per una questione di coerenza.

The Game è l’ultimo oggetto pensato da Alessandro Baricco, uno di cui spesso si dice che lo si ama o lo si odia. Ho letto così tanta roba scritta da Alessandro Baricco che posso affermare senza problemi che no, non è vero: moltissime cose che scrive, produce, legge o inventa sono tranquillamente classificabili su una scala di diversi valori di bontà. Due o tre capolavori, qualche idea giustissima, alcune trovate più mediocri e un sacco di cose nel mezzo. Secondo me, ovvio.

Non ho ancora capito in che posizione mettere queste nuove trecentotrenta pagine di The Game, e probabilmente lo farò tra qualche mese, quando il tempo avrà fatto scemare l’euforia dell’attesa, ma per il momento vorrei limitarmi a registrare qualche appunto.

The Game è una sorta di sequel de I Barbari, la raccolta di articoli del 2006 in cui un Baricco profeta raccontava come la nostra società stesse cambiando in una nuova comunità di esseri umani a cui piaceva navigare velocemente sulla superficie piuttosto che nuotare in profondità. Lo raccontava senza alcun pregiudizio nei confronti di questi barbari, anzi, ne era in qualche modo affascinato: lo stesso atteggiamento curioso e neutrale che Baricco mantiene anche in questo secondo capitolo. Sono passati circa dieci anni dalla teorizzazione dei barbari, dieci anni in cui la società sembra proprio averli accettati, al punto che si è formata una sorta di nuova civiltà. I barbari hanno conquistato i vecchi umani. I nuovi umani sono persone che vivono una realtà fatta tanto del vecchio mondo fisico quanto di quello digitale; è gente a cui non piacciono le élite né le mediazioni, ma in compenso a questi nuovi umani piace tutto ciò che è strutturato come un gioco. È un gioco anche il luogo, il nuovo mondo in cui vivono, che Baricco chiama il Game.

La prima sensazione che sono costretto a registrare è in effetti una seccatura. La registro a malincuore, da estimatore del lavoro di Baricco. Il saggio (massì, chiamiamolo saggio) presenta, ogni tanto, informazioni vaghe, arbitrarie e abbastanza imprecise. Non sono molti, questi momenti, ma sufficienti a generare in me il timore che le informazioni presentate siano state leggermente distorte o selezionate con cura affinché la tesi dell’autore risultasse più convincente. Tale vaghezza è oltretutto dichiarata nelle prime pagine del libro, e questo è ancora più noioso perché con qualche controllo in più avrei speso il mio tempo a leggere oltre trecento pagine che sarebbero state molto più che un punto di vista: sarebbero state una teoria.

Fisso un secondo punto: è fortemente possibile che Baricco abbia ragione. Non so se il suo è l’unico punto di vista, ma è senz’altro un punto di vista ragionevole. Quella che lui descrive, al netto delle imprecisioni, è in effetti un’insurrezione digitale che più o meno volontariamente ha portato allo scenario in cui ci muoviamo oggi, confusamente, rapidamente, senza aver ben capito. Ed è qui che l’autore, che invece ha capito, tentenna, persino lui: Baricco, che di solito evita di mostrarsi pessimista, è perplesso per come le cose si stanno mettendo, si chiede cosa sia andato storto rispetto a ciò che quei primi rivoluzionari visionari avevano in mente. Non ha molte soluzioni in mano, tuttavia. Si limita a illuminare una mappa, sperando che a qualcuno sia più chiara una direzione (magari la trova meglio qualcuno che non sia americano, bianco, ingegnere e di sesso maschile).

Questa faccenda del Game è tutt’altro che semplice, e Baricco lo dice a chiare lettere. Nonostante sia mascherato da disamina storica di una rivoluzione tecnologica, The Game è un libro profondamente politico e sociale. È un allarme in chiave pop per quelli della mia generazione, un richiamo per chi vuole cambiare le cose, una specie di sveglia.

Al contempo, mi è parso che senza volerlo (o forse anche volendolo, non si può mai dire) Baricco abbia scritto questo libro per compiere… un gesto, come direbbe lui. Quello di riunire in una stanza gran parte dell’umanità e dirgli come stanno le cose. Che quella sensazione che non è andata come previsto è esatta. Che non abbiamo fatto in tempo ad accorgersi di una rivoluzione, che siamo già chiamati a imbracciare di nuovo i fucili.

«Alla lunga quello che è successo è che abbiamo finito per aspettarci dalla vita quello che vedevamo funzionare nella prassi dei nostri piccoli gesti quotidiani: se per telefonare non avevo che da sfiorare uno schermo con le dita scegliendo velocemente fra un numero ristretto di opzioni dove un caos di possibilità era riportato a un ordine sintetico e perfino divertente, perché mai a scuola non funzionava così? E perché avrei dovuto viaggiare in qualche altro modo? O mangiare? E perché capire la politica doveva essere invece più complesso? O leggere un giornale. O scoprire la verità. O, al limite, trovare qualcuno da amare?»

Vorrei adesso mettere da parte la mia preoccupazione. Baricco descrive il Game in maniera così scevra da pregiudizi che quasi mi viene da dire che questo (oltre)mondo in cui vivo è una figata pazzesca. So di avere dentro di me la nostalgia di alcuni aspetti del Novecento, ma non rinuncerei mai – ora che li ho compresi – alle caratteristiche ideali che hanno portato al Game. Un mondo più veloce e più libero e più “giusto” sarebbe stata un’idea geniale, e Baricco la racconta in maniera così divertente che quasi mi ha convinto ad esserne ottimista. Ci sono delle cose che non funzionano, e l’autore lo sa. Ci passa la palla, o meglio: il controller, nelle ultime meravigliose pagine del saggio. Abbiamo già fatto una rivoluzione; ora è il momento della guerra civile.

«Probabilmente, solo una generazione di nativi digitali, capaci di incrociare le lezioni del passato con gli strumenti del presente, potrà disegnare soluzioni che oggi non ci sono. Inventare modelli, articolare delle prassi, generare una cultura diffusa. È uno dei compiti che hanno davanti. Se falliranno, il Game resterà imperfetto, e in fondo fragile. Presto o tardi, la collera sociale lo capovolgerà.

C’è bisogno di cultura femminile, di sapere umanistico, di memoria non americana, di talenti cresciuti nella sconfitta e di intelligenze che vengono dai margini. Il Game ha bisogno di umanesimo.»

Roba affine
2 commenti
  1. Giusi
    Giusi dice:

    Baricco mi è sempre piaciuto, e non solo come scrittore e “affabulatore”…. 😉
    il fascino non si discute, direi.
    Concordo che non tutti i suoi libri sono valutabili allo stesso modo, ma credo che questa “varietà” sia un pregio.
    Anche tu comunque ti difendi bene.
    Accetta questo complimento da una che non riesce a scrivere più di quattro righe senza disseminare il testo di innumerevoli puntini di sospensione.
    ….baci…
    Giusi

    Rispondi
    • Zucchero Sintattico
      Zucchero Sintattico dice:

      Ti ringrazio, sia del commento sia dei complimenti.
      A presto! E se leggerai The Game, fammi sapere cosa ne pensi 🙂

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