Playback Theatre

Uno spettacolo di playback theatre vede in scena diversi elementi: un conduttore, un musicista, qualche attore, e soprattutto il pubblico. E’ una forma di teatro sociale basata sull’improvvisazione, ma per le spiegazioni tecniche vi ho già segnalato il link di wikipedia dove potrete capire di che si tratta ed avere una visione sommaria di questo tipo di arte: in sostanza, gli spettatori che desiderano condividere una propria storia si fanno avanti e la raccontano; pochi secondi dopo, senza che nessuno si sia messo d’accordo, senza che nessuno abbia stilato nemmeno una riga di canovaccio, quella storia appena espressa viene rappresentata. 
Bene. Adesso so per certo che sarete tutti delusi e convintissimi che questo tipo di teatro non fa per voi, non vi piace, non lo trovate così emozionante e – anzi – pensate che la pubblicità che in questo momento io sto facendo sia immotivata e banale.
Bene. Sbagliate. Semplicemente perché è impossibile scrivere quello che è davvero il playback theatre senza averlo visto. Nessuno ci riuscirebbe, figuriamoci io (che per giunta ho il mal di schiena e stanotte ho dormito poco!).

Ho frequentato un corso di playback theatre organizzato dalla Compagnia degli Empatheatre, ed è una delle più belle esperienze che mi sia mai capitato di fare. Essere lì, essere te, ed essere chi ti senti di essere: è una piccola bolla di libertà che per diversi mesi mi sono ritagliato ogni Lunedì sera. Stabilire un contatto con gli altri attori, ricercarne l’appoggio senza mettersi d’accordo a voce: basta uno sguardo, anzi, no!, basta essere accanto, anzi, no!, basta sentirsi, sentire che ci siamo. Non è possibile sbagliare, se ti fidi di te stesso e degli altri. E quello che ricevi è mostruosamente toccante. Non posso parlarne con troppa cognizione di causa: in fondo io ho solo partecipato ad un corso, ho dato il mio contributo a quello che al massimo può essere lo scheletro di uno spettacolo, ma non ho mai realmente partecipato a una vera e propria performance. Ma se rappresentare le storie dei miei compagni di corso è stato così emozionante, chissà quanto potrebbe esserlo interpretare le storie di persone sconosciute che ti vengono a vedere!

Ieri sera sono stato per la prima volta a una performance degli Empatheatre. Ero attentissimo a quello che facevano, perché per la prima volta li vedevo come artisti e non come insegnanti. E’ stato divertente, mi sono sentito bene.
E anche se lo scopo di questo post è quello di aumentare la frequenza di pagine web che parlano di playback (purtroppo è una forma di teatro poco praticata in Italia), colgo l’occasione per ringraziare tutti gli Empateatranti!

Vi lascio con l’immagine della Serenità, rappresentata ieri sera tramite una scultura fissa (metto anche la terminologia così faccio un po’ il figo).




6 commenti
  1. Manuela
    Manuela dice:

    ho fatto parte degli Empatheatre fino all'anno scorso… lasciare il gruppo è stato come lasciare un pezzetto di me stessa!!! hai ragione il playback è sottovalutato, grazie dell'aiuto che dai per diffonderlo e delle belle parole che hai scritto…tanta serenità, Manuela 🙂

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  2. Laerte
    Laerte dice:

    Ale, mi raccomando poi quest'estate a MITOS III. Vedrai sarà un esperienza molto bella. Sarà dal 25 al 29 Agosto in San Micheletto, tra poco sarà pronto anche il programma definitivo. W il PLAYBACK

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  3. Valeh
    Valeh dice:

    belloooooooooooO!!! noi invece facciamo davvero teatro di improvvisazione. perchè nessuno ha studiato seriamente il copione.. quindi improvvisiamo alla grande.. però ridiamo come dei matti ed è sempre divertente andare alle prove!!! 🙂

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  4. Zeppo
    Zeppo dice:

    Piacerebbe molto anche a me fare un'esperienza del genere. A dire il vero, mi piacerebbe proprio fare teatro, recitare. Almeno provarci, che diamine!Chissà che non possa mettere a frutto le maschere.

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