La figa

Due sogni a caso

Ho sognato di essere un gatto di nome Avanzi. Ero in una discoteca per gatti gay e c’era un enorme gomitolo che penzolava dal soffitto – immagino fosse l’equivalente per gatti che il mio subconscio utilizza come mirror ball. Le canzoni erano diversi tipi di miagolii remixati in chiave techno house e tutti i felini presenti si comportavano in maniera molto schiva, come effettivamente farebbe un qualsiasi gatto gay o anche solo un gatto o anche solo un gay, muovendo la testa a tempo in maniera tenera. A un certo punto entravano i miei amici gatti gay dicendo: “Cerchiamo Avanzi” e qui mi sono svegliato perché ho riso forte.
Accludo immagine di gatto.
Ho sognato che Ania diventava una famosa scrittrice parlando male della mia famiglia. Ania è una ragazza di Chernobyl che mia nonna ha ospitato per qualche estate, ormai venti anni fa. All’interno del mio mondo onirico, scoprivo che è diventata famosa in Russia sostenendo nella sua autobiografia che mia nonna fosse una strega chiamata Gabriella e io un viziato, entrambe affermazioni falsissime dal momento che mia nonna si chiama Irene. Il libro è stato poi pubblicato in Italia da Adelphi, che lo ha fatto uscire con una copertina azzurra e una criptica immagine di una matrioska, oggetto delizioso che peraltro Ania ci ha regalato davvero.
Accludo immagine di atleta russa.

L’interpretazione migliore vince una crocchetta.

Cose per cui vale la pena tirare a campare

L’inverno sta arrivando, e io non mi sono ancora comprato degli scarponcini adeguati.
La vita oltre il piumone mi risulta sempre più difficile, tanto che ho deciso di prendere un fogliaccio e scriverci sopra i piccoli motivi concreti grazie ai quali riusciamo ad alzarci dal letto. Non morire di fame è la prima cosa che ci viene in mente, a noi simpaticoni della domenica, ma io vorrei buttare giù un elenco di cose per cui vale la pena tirare a campare.
la foto allegra di inizio post, benvenuti sul blog

L’ho chiamato proprio così: cose per cui vale la pena tirare a campare. Avrei voluto un titolo più sintetico e magari hashtaggabile, ma #cosepercuivalelapenatirareacampare era un po’ lunghino. Potevo optare per l’acronimo: #cpcvlptac, ma no, sembra un balbuziente pugliese in vena di offenderti.
Oppure c’era il metodo Aviazione. Una mia amica fa la hostess e mi ha detto che il codice identificativo dei membri della crew si compone delle prime quattro lettere del cognome seguite dalle prime due lettere del nome. È stato veramente molto divertente realizzare che il mio nome da stewart è BIANAL. Lasciamo perdere.
Potrei inventarmi una parola. Tipo, pigio a caso lettere sulla tastiera e viene: dengloich. E poi, dato che la useremo tutti quanti, piano piano entrerà nel vocabolario italiano. E io sarò ricordato come Alessandro Bianchi detto Tredici, l’inventore del termine dengloich. Non è male. Allora è deciso, dengloich.
dengloich
anche conosciuto come
cose per cui vale la pena tirare a campare

Uno. Il cwtch, che è una parola gallese che significa: il posto sicuro che ci dà la persona amata. Un abbraccio un po’ speciale, insomma. Ora, non so come facciano i… ehm… i galli a pronunciarlo, ma il mio cwtch è senza dubbio una delle cose per cui vale la pena tirare a campare.
Due. Le mail di Gaia, ovverosia la mia coinquilina pazza che ha deciso di mollare tutto e partire per le Americhe e girarsele facendo autostop e soggiornando grazie al couchsurfing. La cosa per cui vale la pena tirare a campare sono i suoi racconti, che mi portano per un po’ da un’altra parte del mondo, ed è bello.
Tre. I biscotti di mia mamma. Ciao mamma!

(lo so che sei contenta se ti saluto in diretta) (adesso starà facendo vedere questa cosa alle colleghe) (per poi promettersi mentalmente di farmi quintalate di biscotti per premio) (un saluto anche a papà!)

Quattro. Il seguente enunciato: il mio amico Ciccio fa il professore. Insegna Italiano e Storia, come sarà risultato chiaro a tutti quei parenti che durante il cenone di Natale del ’97 lo hanno visto correre per la stanza con in testa la scatola del pandoro gridando SONO ASSURBANIPAL. Ma la cosa per cui vale la pena tirare a campare è che, dopo aver sentito che due suoi alunni si offendevano col termine “frocio”, gli ha fatto cercare quella parola sul dizionario, arrivando a far dire loro che essere gay non è un’offesa.

Cinque. Med Man. Ho una storia con Don Draper più intensa e duratura di quella con svariati miei ex.

Sei.

Sette. Poiché ho osato dire al mio capo che non ero a conoscenza della partita di calcio che si sarebbe tenuta la sera stessa, egli ha pensato di replicare chiedendomi se io a cena parlassi di Proust o declamassi Prévert. È buffo come appaia quasi automatico che se segui il calcio devi essere una capra ignorante, mentre se non lo segui sei chiaramente un intelligentone. La cosa per cui vale la pena tirare a campare è pensare che gli argomenti di cui parlo più spesso a cena non sono Proust e Prévert, ma le drag queen.

Otto. La ricetta del vin brulé, che è semplicissima e molto efficace. Basta seguire quel noto blog culinario che in questa sede chiameremo Verde Rosmarino. Dopo sette visualizzazioni della video-ricetta del vin brulé, mi sono deciso ad andare al mercato. Io in cucina adotto un sistema scientifico: cioè per me non esistono i concetti di “quanto basta” o di “a occhio”. Pertanto poco mi importa se lo speziere sgrana gli occhi quando gli chiedo sedici chiodi di garofano. Il vin brulé, caldo e magnanimo, è venuto precisamente buonissimo, ed è una cosa per cui vale la pena tirare a campare.

Nove.

Dieci. I miei amici amicosi. Questa lista, in realtà, continua, e se davvero ci penso mi accorgo che le cose per cui vale la pena tirare a campare non entrano tutte in un fogliaccio. Solo che non me ne accorgo mai. Come direbbe Kurt Vonnegut (che probabilmente sarebbe stato una drag queen incantevole): non ci faccio caso.

Uova

Mi presento: ho ventisei anni e ho un grave problema con le uova.

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Se n’è accorto perfino il mio nuovo coinquilino. Abita sotto il mio stesso tetto da pochi mesi, ma ogni volta che devo prepararmi un uovo sodo sa che sbaglierò in qualcosa. All’inizio, quando ero un cuoco di uova sode ancora giovane e inesperto, fallivo sulla durata. Poi mi sono informato su Yahoo Answer che sentenzia otto minuti come ideale tempistica. Forse le uova delle galline della Lidl sono di una pericolosa sottomarca speciale, ma se io ne tengo uno a bollire per soli otto minuti, quando lo apro mi esplode in mano come se avessi appena liquefatto un criceto. 
Una volta capito quanto tenere l’uovo nel pentolino, ho cominciato a sbagliare qualcos’altro: l’inserimento. Bisogna stare molto attenti nel tuffare l’uovo nella pentola, e questo vale anche come pillola di educazione sessuale. Tornando all’arte culinaria, se non fate attenzione l’uovo colpirà il fondo del recipiente in maniera troppo violenta, e poi voi potrete passare gli otto minuti seguenti a sperare che quel rivolino bianco che serpeggia nell’acqua non esca troppo copiosamente. 
Camilo, il mio coinquilino colombiano, si diverte molto ogni volta che ceno. E ceno ogni sera, pensate, dovrei fargli pagare il biglietto. Anche Gaia si divertiva molto, quando cenavamo insieme. Gaia è un’altra mia coinquilina che adesso è andata a girare le Americhe col ragazzo cercando di sopravvivere solo con l’autostop e col couchsurfing. In pratica, è come Pechino Express senza le telecamere.
Gaia è stata la prima a capire il mio complicato rapporto con le uova. Nello specifico, aveva osservato che mi era particolarmente difficile terminare la confezione prima della data di scadenza, e questo lo aveva arguito dal fatto che passavo gli ultimi giorni a cucinare uova, fare frittate, usarle al posto dello shampoo (“tonifica il cuoio capelluto!”) e, a mali estremi, sporgermi dalla finestra per lanciarle addosso ai passanti che ritenevamo evidentemente borghesi
Sono arrivato a pensare che il mio problema con le uova sia di tipo psicologico, e non lo dico soltanto per giustificarmi dalla tutto sommato ragionevole accusa di essere un imbranato. Il fatto è che le uova sono la concretizzazione cucinabile di ciò che non mi piace della vita.
Il personal trainer del mio amico Flavio ha un motto: “se una cosa fa male, fa bene!”, e a quanto pare glielo grida mentre il mio amico è accasciato esanime sulla panca tramortito dopo un’ora di esercizio. 
Lo stesso vale per le uova: lo sapete che la parte gialla è quella che fa male? Cioè, potremmo mangiare continuamente uova, se mangiassimo solo il bianco. Due o tre uova al giorno, cinquanta uova alla settimana, passeremmo praticamente l’esistenza a ingurgitare uova se non ci fosse la parte gialla. Il problema è che la parte gialla è quella buona.
Mangiatelo te il bianco delle uova per tutta l’esistenza.
C’è un aneddoto che mi piacerebbe raccontarvi, tanto per fingere che questo blog sia un abile esperimento di storytelling. Si chiama l’uovo di Colombo, e riguarda il detto popolare che tirate fuori quando c’è una soluzione semplicissima alla portata di tutti ma che nessuno vede. Va anche detto che da piccolo pensavo che l’uovo fosse di un colombo, e non di Cristoforo Colombo.
In poche parole, quando Colombo tornò dall’America venne invitato a una cena. Qui, alcuni gentiluomini rosiconi che probabilmente sarebbero stati molto popolari su Twitter se fosse esistito nel 1492, gli dissero che chiunque sarebbe riuscito a raggiungere il Nuovo Mondo con i mezzi che disponeva lui. Colombo, invece di rispondere Ma che cazzo vuoi come avrei per esempio fatto io, tirò fuori un uovo, e sfidò i commensali a farlo stare dritto sul tavolo.
I gentiluomini rosiconi, ovvero la versione rinascimentale di Selvaggia Lucarelli, prima si guardarono tra loro pensando qualcosa come Vabbè si è drogato, eh, sai con tutti quei papaveri laggiù, poi provarono effettivamente a far stare dritto l’uovo sul tavolo. Doveva essere uno spettacolo pittoresco da osservare, un po’ come vedere uno di quei palestrati di Instagram davanti a un sudoku.
Insomma, nessuno di quei gentiluomini rosiconi seppe trovare un modo di risolvere l’impresa. Colombo li guardò come quando si guarda uno di quei tuttologi che stanno su facebook, alzò il sopracciglio, meditò di intraprendere una carriera da drag queen, poi picchiò l’uovo contro lo spigolo del tavolo, ammaccandolo sulla parte inferiore che era così divenuta piana. 
Lo poggiò sul tavolo. “Statece“, disse soltanto.
Più che per la scoperta dell’America, io stimo Colombo per questa sua idea. Ha zittito gli antenati delle webstar in maniera intelligente, quando io con molta probabilità sarei stato capace di schiacciare l’uovo sul tavolo. E romperlo.

Ricordami

Non vorrei passare per superficiale, ma mi piacciono molto gli addominali.

Anzi. Siamo su internet, quindi non vedo perché non dovrei sputtanarmi completamente per evitare di dire che la superficialità è una cosa meravigliosa.

Anzi, no, cambio idea di nuovo. Siamo su internet, quindi non vedo perché non dovrei dimostrarmi un perfetto incoerente contraddicendomi subito e affermando, dunque, che la superficialità non è affatto una cosa meravigliosa, ma perlomeno è innocua, e spesso fa ridere.
Quello che davvero detesto è quando, in un delirio di onnipotenza causato probabilmente dal prendersi troppo sul serio, si nasconde il proprio essere vuoti dietro un telo di finta drammaticità, di toni pesanti, di pretese e premesse profonde. Esibire una presunta profondità non è altro che una subdola forma di superficialità.
Per esempio, recentemente mi è capitato di entrare in un palazzo che avrebbe dovuto pullulare di scrittori e poeti e personalità importanti, e le premesse facevano ben sperare date le dimensioni dell’edificio e la sua fantastica posizione nella penisola di Manhattan. Invece, non appena varco l’ingresso e il consierge mi augura buona serata e l’ascensore mi porta al dodicesimo piano, io entro nell’appartamento dall’incantevole vista sul fiume Hudson per poi accorgermi che sono in un posto completamente vuoto, circondato da persone il cui spessore era in tutta probabilità soltanto virtuale. Mi sembrava di essere in un rendering dell’Expo.
Ma torniamo ad argomenti più maturi: gli addominali.
Mi trovavo in una discoteca e, contrariamente al resto degli esseri umani presenti, ero sobrio. La combinazione discoteca – sobrietà non è mai un connubio favorevole, intanto perché pone degli evidenti limiti alla comunicazione con terzi (ricordo un tipo il cui alito puzzava di vodka mentre mi diceva che non era ubriaco e che mi salutava tanto sua zia) e poi per la difficoltà ad apprezzare il mondo. Così mi sono concentrato sull’aspetto più gradevole dell’ambiente, e cioè il cubista (il quale, per ragioni prettamente frivole e idiote, sarà d’ora innanzi chiamato Battista il cubista), che indossava degli slip argentati e una sciarpa di lino dorato attorno al volto, coerentemente col tema della serata che credo fosse Agrabah.
In realtà il momento di ammirazione non è durato molto, perché sono stato colpito dal tatuaggio che il ragazzo aveva sotto l’ombelico. Sì, il tatuaggio, il tatuaggio, maledette galline.
Il fatto è che proprio in prossimità dell’ombelico aveva scritto «Ricordami».
Così ho iniziato a pensare ai motivi che dovrebbero spingere qualcuno a tatuarsi Ricordami sugli addominali, e ho concluso le ipotesi che seguono.
1) Battista il cubista era innamorato di una persona, che però l’ha lasciato. Lo distruggerebbe sapere che quella persona si è rifatta una nuova vita con qualcuno che probabilmente è più alto di lui, più affascinante e più bravo a Nomi cose e città, così spera che tatuandosi «Ricordami» sull’addome, il vecchio amore non dimentichi i bei tempi spesi con lui.
2) È il contrario, e cioè è l’ex di Battista il cubista che, dopo essere stato lasciato, preso dalla disperazione lo ha tramortito per poi tatuargli «Ricordami» sulla pancia. In questo modo, ogni volta che Battista si farà un selfie in palestra, non potrà sottrarsi alla memoria.
3) Battista il cubista soffre di perdita di memoria a breve termine come quel pesce viola amico di Nemo che avrebbe bisogno di ansiolitici, così, temendo di fare del male a qualcuno e scordarlo poco dopo, si tatua «Ricordami» sugli addominali, come monito. Una specie di Memento ambientato in una discoteca gay.
4) Ci sono tanti modi di creare un promemoria. Per esempio, io mi scrivo una nota sul cellulare. Mia mamma si mette la fede nell’anulare della mano destra. Salvini lo incide sulle roulotte dei rom con lo spray rosso. E Battista il cubista se lo tatua addosso.
5) Battista il cubista è un tamarro.

Me lo corrompi, papà?

Il fatto che riesca a ricordare soltanto gli incubi e mai i sogni dovrebbe dare un’idea abbastanza precisa della mia personalità senza aver bisogno di consultare un luminare della psicologia. Quando mi sveglio non ho alcuna memoria di ciò che ho appena sognato e, secondo una rapida ricerca in rete che sconsiglio di effettuare a chi ha il mio stesso problema a meno che non voglia sentirsi un egocentrico e superficiale pezzo di merda, ciò è dovuto probabilmente a una scarsa attenzione per il mondo interiore, insieme a un pesante controllo su sé stessi e a troppa razionalità, oppure a ciò che da quando è iniziato il ventunesimo secolo siamo abituati a utilizzare come giustificazione di ogni nostro comportamento da stronzi, e cioè: “un periodo di forte stress”.
Essendo io molto stressato, succede che dimentico sempre il mio percorso onirico, ed è un peccato perché sono molto attento al mondo interiore, non tendo ad avere un ossessivo controllo su me stesso e sono razionale nella giusta misura, oltre che carino, simpatico ed estremamente intelligente.
Non biasimatemi, dunque, se per una volta che mi sveglio e mi ricordo alla perfezione ciò che ho appena sognato, annaspo con la mano sul comodino alla ricerca del cellulare e mi sbrigo a trascrivere tutti gli avvenimenti prodotti dal mio inconscio; e non biasimatemi se nelle successive due ore ho ammorbato svariati amici con la descrizione del mio incubo; e nemmeno dovreste biasimarmi se uso questo spazio per raccontarlo anche a voi. D’altronde, non mi capita spesso di sognare. E poi, be’, ho sognato Gianni Morandi.
Il sogno inizia in medias res, che è una formula che noi tutti impariamo in prima media senza che poi abbiamo mai occasione di usarla all’infuori della verifica di italiano. Mi trovo in montagna nel cottage di Gianni Morandi e della sua famiglia, e se vi state chiedendo come possa io esservi finito dovete mettervi l’animo in pace perché questo è un punto che non sono riuscito a chiarire nonostante il certosino lavoro di scavo operato sul mio povero inconscio.
Insieme a me, nel cottage di Gianni Morandi c’è il mio amico Ciuffo, che per chi non lo conoscesse è un ragazzo molto simpatico dalla testa tonda e dagli occhi grandi e sinceri, che un tempo aveva un pugno di capelli che svirgolavano verso l’alto conferendogli il soprannome con cui ancora oggi lo chiamano gli amici e perfino una considerevole parte di parentame.
Il buon vecchio Gianni Morandi è un ottimo padrone di casa. Ci accoglie con grandi sorrisi e parole ospitali. A un certo punto, apre un portone che dà niente meno che su una discesa di neve. Senza interrogarsi sul perché Gianni Morandi dovrebbe avere una pista per slittini in casa, il mio amico Ciuffo afferra un bob lì vicino e si getta tutto contento; io, che sono notoriamente più palloso, ringrazio Gianni Morandi dell’occasione ma gli comunico che soffro di vertigini e che pertanto non usufruirò della discesa. 
«Ma ti prego, Alessandro, dobbiamo arrivare a valle. C’è una sorpresa per voi!» esclama Gianni Morandi con la sua famigerata solarità.
«E va bene, Gianni Morandi, verrò a piedi.»
Una volta a valle, tuttavia, vedo qualcosa di strano. Proprio al limitare della discesa, una decina di sbarre emergono dalla neve. Guardando meglio, vedo che oltre le sbarre c’è il mio amico Ciuffo, evidentemente in stato confusionale. Sono perplesso. Mi volto verso Gianni Morandi per chiedergli se sapesse cosa stava succedendo.
«Gianni Morandi, cosa sta succedendo?»
Nel suo sguardo non c’è più traccia di sorriso. Alcune nervose imperfezioni del fondotinta rivelano delle rughe minacciose che gli rendono il volto vecchio e cattivo. I suoi occhi sono ridotti a fessure.
«Prendetelo» ordina Gianni Morandi, nella sua versione da malvagio dei telefilm anni Ottanta da cui sono evidentemente influenzato altrimenti non sognerei battute di dialogo così tamarre. Il punto è che mi ritrovo accerchiato da omoni nerboruti che mi prendono e mi gettano nella gabbia dove già si trova il mio amico Ciuffo.
La gabbia è circolare – un chiaro tributo del mio inconscio all’ultimo video di Sia – e Gianni Morandi ci guarda attraverso le sbarre. Non è solo: accanto a lui c’è il figlio Marco Morandi. Marco Morandi e Gianni Morandi ci guardano con un misto di serietà e perfida soddisfazione.
«Hai visto, figliolino? Li ho catturati…» dice Gianni Morandi.
«Sei stato bravissimo, papà» risponde Marco Morandi.
Io e il mio amico Ciuffo chiediamo spiegazioni, poi cerchiamo aiuto, ci disperiamo, urliamo, ma invano. Non c’è nessuno nei paraggi, ad eccezione dei due componenti della famiglia Morandi che ci fissano per tutto il tempo. 
«Adesso ci divertiamo un po’» dice Gianni Morandi, quando finiamo di gridare. La sua voce fa paura.
I Morandi inseriscono nella gabbia, uno per volta, una quindicina di pavoni. Il mio inconscio deve aver letto da qualche parte che i pavoni possono essere degli animali estremamente aggressivi. Ad ogni modo, gli uccelli incattiviti iniziano a rincorrere me e il mio amico Ciuffo, che piangiamo, gridiamo, e infine, stremati, ci offriamo ai pavoni per farla finita il prima possibile. 
È a quel punto che Marco Morandi pone fine alla tortura.
«E adesso papà devi corromperli.»
Okay, non ha senso, ma comunque dopo averci fatto rincorrere da pavoni imbizzarriti, i due Morandi ci liberano e ci promettono una quantità esorbitante di denaro in cambio del nostro silenzio.
«Ma quale silenzio, io vi denuncio sul mio blog!» replico io, senza alcuna logica, e proseguo argomentando: «Si chiama Zucchero Sintattico, e racconto i miei pensieri cercando di essere ironico ma offrendo talvolta interessanti spunti di riflessione, per esemp…»
«Infatti!» mi dà manforte il mio amico Ciuffo «e mettete anche il Mi piace alla sua pagina facebook, è molto simpatica!»
«Hai già raccontato dell’incidente?» mi chiede Gianni Morandi, che d’un tratto si è fatto preoccupato.
«Che incidente?»
«Papà, dannazione, ci siamo sbagliati, non sono loro i testimoni oculari del terribile incidente che ho provocato quando la notte scorsa guidando ubriaco ho investito due passanti innocenti dunque è del tutto inutile torturarli e cercare di corromperli in cambio del loro silenzio» conclude Marco Morandi, dando prova che perfino i miei sogni sono didascalici.
All’improvviso, una figura femminile sbuca da dietro un albero. È Taylor Swift, e ha una chitarra.
«Siete spacciati, Morandi: ho già inciso una canzone con la mia casa discografica in cui racconto il misfatto» dice Taylor, tra l’altro un’affermazione del tutto fantascientifica considerando che i testi della sua discografia riguardano amori finiti e irrecuperabili. «Da domani sarà prima sulle classifiche di iTunes, e per voi sarà la fine. Liberate subito Ale e il suo amico Ciuffo!»
Dopodiché mi sveglio, con la sensazione che qualcosa non torni e che, in un certo senso, sia meraviglioso così.