Scartavetrare, o Un'altra metafora didascalica
venerdì, aprile 11, 2014 | Author: Ale [Tredici]

Io e i miei coinquilini abbiamo imbiancato le pareti della cucina. In realtà gran parte del lavoro l'hanno fatto loro, perché io in quel periodo avevo preso l'influenza e la mia principale occupazione era vagabondare per casa con aria cencea in cerca di antibiotici - a proposito, mi è avanzato dell'Augmentin quindi se qualcuno lo usa come droga me lo dica che glielo vendo.

Adesso dobbiamo decidere che colore dare. Io non credo di intendermene molto, così lascio decidere loro. È buffo, perché posso assistere a conversazioni tipo:
- io la vorrei fare color crema
- uhm, io pensavo più a un panna...
- ecco! anch'io pensavo al panna, però gialla

Sarà stata l'eccessiva presenza di pennelli in casa, ma mi è venuta la voglia di dipingere le ante dell'armadio con la vernice lavagna. Fa sempre comodo una lavagna in camera: la puoi utilizzare per appuntarti informazioni utili, come COMPRARE OLIO oppure CONSEGNA PRIMA DI PASQUA o anche GODITI LA VITA. Fatto sta che, completamente posseduto dallo spirito di Barbara di Paint Your Life, mi sono messo all'opera.

Ora, ve la farò breve e nel modo più scientifico possibile. Gli armadi che si comprano nei mobilifici sono già verniciati. Questo significa che una seconda vernice difficilmente aggrapperà sulla prima ("aggrappare" è un termine tecnico che mi ha insegnato mio nonno). Ma poiché sono clamorosamente cretino, mi sono detto: Pfui, figurati se non aggrappa. E ho iniziato a spennellare con fare furbesco e impavido. Il risultato è stato che non appena ho provato a usare il gesso, questo si è portato via lo strato più superficiale di lavagna, proprio lì, in corrispondenza del solco.

È così che ho iniziato a scartavetrare. La carta abrasiva non è un oggetto semplice da gestire: non è ottimale se non premi in modo omogeneo sulla parte che passi. Pieghi il rettangolo che ti serve, quindi, e poi cominci a tracciare dei cerchi sulla superficie, e continui così finché non hai terminato di scartavetrare tutta l'anta. Non è un procedimento impossibile, ovviamente, ma bisogna farlo in modo accurato, bisogna faticare un pochino, o rischi che nemmeno la prossima volta la vernice aggrappi. È un po' così con tutto, mi sa, o almeno questo era quello che pensavo mentre muovevo le dita in senso orario. A volte prima di costruire bisogna radere al suolo le rovine per ritrovare il vero terreno. Aggiungere soltanto non fa altro che inspessire lo strato della maschera.





Figure retoriche, gratuite ma didascaliche
martedì, marzo 25, 2014 | Author: Ale [Tredici]

In cinese il termine "crisi" si compone di due ideogrammi che presi singolarmente significano "pericolo" e "opportunità". O almeno così credevo quando stamani un docente ci ha portato questo esempio per motivarci - non ho capito bene a cosa volesse motivarci, ma era americano, loro vogliono sempre motivare un po' tutti. Purtroppo ho controllato, e Wikipedia dice che non è vero. Peccato, perché mi stavo quasi per motivare.


Per modificare la luminosità del monitor ho a disposizione due tastini: sul primo è stilizzato un piccolo sole nero, e premendolo la luminosità si abbassa; per aumentarla c'è il secondo bottone, su cui il sole è bianco. È anche vero che la luminosità è inversamente proporzionale al risparmio energetico, cioè più essa è alta, più il computer consuma, e quindi meno tempo dura la batteria, e viceversa. Tutto questo per dire che la luminosità ha un prezzo, e a volte non si ha sufficiente batteria per mantenerla.


C'è una scena, in un film di Buñuel chiamato Estasi di un delitto, in cui una suora cerca di scappare da un pazzo omicida. Apre una porta che dà sul nulla e si lancia nel vuoto e muore. Guardo questa scena, e mi sembra di rivedere la mia vita. O perlomeno la trama di gran parte dei miei oroscopi sull'Internazionale.




Le cinque giornate di Milano spiegate in modo un po' frivolo
martedì, marzo 18, 2014 | Author: Ale [Tredici]

La Storia non mi è mai piaciuta un granché, lo ammetto. Parlo della Storia con la S maiuscola, non la storia che racconta papà castoro a quelle tre rotture di palle di Caline, Grignote e Benjamin (ho cercato i nomi su Wikipedia), e nemmeno le storie intese come le innumerevoli relazioni tra Francesco Arca e, nell'ordine a partire dai suoi quattordici anni, Carla Velli, Jennipher Rodriguez, Laura Chiatti, Anna Safroncik, Luisa Corna, Irene Capuano e Anny Centis. Ho cercato su Wikipedia anche questo (mi sarà molto utile per questo post, Wikipedia).

A ogni modo, quando a raccontarti la Storia è uno scrittore e non una fiction con Beppe Fiorello, arrivi ad amarla anche se sei una capra come me. Ho preso così tanti appunti alla lezione che Antonio Scurati ha tenuto sulle cinque giornate di Milano che mi sembrava un peccato non condividerli con le eventuali altre creature che popolano questo immenso universo caprino. A modo mio.





SPOILER: vincono i milanesi, statece.

Era il 18 Marzo 1848, esattamente centosessantasei anni fa. Il popolo di Milano subiva da decine di anni una terribile oppressione. No, non le toghe rosse, Dio Santo. Stiamo parlando della dominazione austriaca. Quello austro-ungarico era, a quei tempi, l'impero più potente del mondo. Certo, mostrava già i primi segni di declino, ma non a Milano, dove ventimila soldati cattivissimi e più arcigni di Victoria Beckham in premestruo erano pronti a sedare qualsiasi rivolta. In più la loro base era nel Castello Sforzesco, una fortezza ritenuta imprendibile. In più i milanesi non avevano armi, né alcuna esperienza di guerra, se quella di qualche vecchietto arzillo. 

Il popolo aveva deciso che si sarebbe ritrovato al Broletto alle 14, non per l'inaugurazione della fashion week, ma per una manifestazione che sarebbe dovuta proseguire fino a Corso Monforte, dov'era il palazzo del governo. Alle finestre venivano esposti i tricolori che erano stati cuciti durante la notte. Un liceale particolarmente sfigato ma coraggioso di nome Giovanni Battista Zaffaroni uccise uno dei corazzieri di guardia al palazzo: questa azione si chiama primo sangue, ed è quello che dà il via a una rivoluzione. La gente si infervorò e invase la sede del governo. 

Ora, le truppe austriache erano comandate da un maresciallo boemo che si chiamava, aspettate che faccio copia e incolla, Johann Josef Wenzel Anton Franz Karl Graf Radetzky von Radetz, un nome che intanto ANCHE MENO CICCIO, ma che soprattutto dà già l'idea di quanto odioso dovesse essere. Cioè, io posso distintamente immaginarlo mentre rimprovera i nipoti colpevoli di non aver scosso la tovaglia dopo cena. Il motto di Radetzky era "Tre giorni di sangue danno trent'anni di pace", che poi è anche quello che dichiara con sollievo Heidi Klum tutte le volte che la ricomparsa del ciclo la scongiura dal pericolo di una nuova gravidanza.

Nei giorni successivi, la popolazione di Milano resistette all'esercito di Radetzky. Combatterono tutti: uomini, donne, preti, vecchi, bambini orfani, cittadini, contadini, prostitute. Sembrava una puntata di Game of thrones col cast di Glee. I milanesi non avevano armi, se non poche centinaia di fucili e le armi antiche tenute nei palazzi dei nobili: armi vecchie anche di cinque secoli, che erano state usate contro Federico Barbarossa. È un po' come quando vedete i ragazzi coi leggings da uomo, che sono la versione moderna delle calzamaglie medievali.

La sera del 22 Marzo 1848 si combatte la battaglia decisiva, davanti a Porta Tosa. Lo scenografo della Scala aveva realizzato le barricate mobili, con cui i milanesi imposero la loro presenza in città. Radetzky ordina la ritirata, scrivendo all'imperatore che era il giorno più triste dell sua vita. Intanto, Milano si stava ubriacando di Spritz sotto Porta Tosa, che oggi si chiama Porta Vittoria.



Quando mi è stata raccontata questa Storia, ho provato un moto di orgoglio. Spesso spariamo merda quando parliamo dell'Italia, ma ci dimentichiamo che per svariati secoli (e qualche volta anche al giorno d'oggi, dai) siamo stati della gente con i controcoglioni. Forse di questi tempi i valori di Milano sono Armani e lo shatush, ma nel 1848 ciò in cui si credeva era l'idea di un'Italia che presto, prestissimo, sarebbe stata costituita.


Sono Ciuffo
domenica, marzo 02, 2014 | Author: Ale [Tredici]

Sono Ciuffo e ho ventisei anni e un minuto. 

I miei amici mi chiamano così perché la mia curiosa acconciatura ha la peculiarità di indirizzarsi verso destra creando una specie di ondina che ricorda la forma perfetta del dentifricio nella pubblicità. In realtà adesso ho tagliato i capelli corti, ma tutti mi chiamano Ciuffo lo stesso, forse perché sperano che ricrescano alla stessa maniera di prima, e comunque perché ormai io sono Ciuffo per tutti. A volte anche mio zio mi ci chiama, e io mi giro. 

La verità è che essere Ciuffo non riguarda tanto i capelli: è più un fatto di come si è dentro, nella pancetta, nelle viscere, nel cuoricino. Il mio amico dice che la mia più grande caratteristica è che sono buono. Ma buono non nel senso di Madre Teresa di Calcutta, che è un concetto ormai poco trendy. Buono nel senso che voglio un sacco di bene alle persone che mi stanno vicine. Buono nel senso che sono pacioccoso, e che mi piace stare con le persone, e starei sempre ad abbracciarle. 

Ecco, ora vi sembrerò una specie di gioioso unicorno arcobaleno. Guardate che so fare anche un sacco di battute sconcette, eh. Sono una persona molto spiritosa e simpatica, e so anche essere molto determinato. Per darmi un'aria da duro ho anche iniziato a fare palestra. Sono dimagrito un sacco, e ho anche i muscoletti. Per fortuna ho ancora la testa tonda, così il mio amico è contento. Dice che sono più simpatico con la testa tonda, ricordo un Peanuts, e i Peanuts sono simpatici.

Ora il mio amico è andato via perché deve diventare un grande scrittore, anche se lui non è così convinto, ma io non mi dimentico di lui. Quando ci vediamo sembra tutto come sempre: guardiamo le serie tv più sceme ma anche i film di alta cultura così ci sentiamo intelligenti, facciamo i duetti musicali (di solito lui fa Adele e io il pianoforte, oppure io faccio Lady Gaga e lui fa il sintetizzatore), andiamo a fare gli aperitivi nei posti dove c'è più roba da mangiare, cose così.

Non mi dimentico mai di nessuno, io, a cominciare dalla mia famiglia, i miei genitori, la mia sorellina, e nemmeno i miei amici. Cerco di esserci sempre per tutti. Ogni tanto, be', mi dimentico che in tutto questo esisto anch'io, ma sono fatto così: sono felice se gli altri sono felici. E così non parlo mai dei miei problemi agli altri, tengo tutto dentro. Se devo esplodere, lo faccio da me, da solo. Quando sto con gli altri voglio essere contento, la ragiono così, io.

A volte mi accorgo che il mondo non è un film Disney, ed è un peccato. A me piace quando il bene vince. Invece oggi sembra che vada quasi di moda essere stronzi. Io non sono così: sono buono, e odio i cattivi.





Kintsugi, ovvero l'arte di riparare le ferite con l'oro
mercoledì, febbraio 26, 2014 | Author: Ale [Tredici]

Se vivessi in Oriente probabilmente sarei una persona diversa. E non intendo soltanto che avrei l'abitudine di soffiarmi il naso con la mano o di mangiare seduto per terra. E nemmeno che Grindr sarebbe una grande griglia di facce tutte uguali con gli occhi a mandorla - a proposito, avete mai provato ad aprire Grindr a Prato? Deve essere estraniante.

I giapponesi hanno pensato a questa cosa, il kintsugi, che funziona in questo modo: sei lì che stai spolverando, un po' di fretta perché sta per cominciare la nuova puntata di Masterpiece e per qualche assurda ragione non puoi assolutamente perdertela. All'improvviso sbatti contro un mobile e un vaso cade per terra. Mica sarebbe un grave problema, insomma, quel vaso ti serviva solo per vomitarci dentro quando la vodka è troppa e il bagno è lontano. Ecco, se sei un giapponese non devi aver paura delle prossime sbronze. Tu raccogli tutti i cocci in cui si è spezzato il vaso, prendi dell'oro liquido o della lacca con della polvere d'argento, e inizi a ricomporre l'oggetto. È una specie di art attack per gente molto agiata. Quello che ottieni non è lo stesso vaso di prima. Ad accogliere il tuo prossimo rigetto ci sarà un vaso ricostruito e tenuto insieme da un collante prezioso. Non solo, ma nessun altro avrà quel vaso. Perché quando si è rotto, lo ha fatto in un modo che non è riproducibile da nessuno. Le linee che adesso abbelliscono il tuo oggetto sono state decise dal caso, e per questo sono uniche. Quello che avrai sarà un vaso più bello, più ricco, più forte; migliore, sia interiormente che nella superficie.

È che io a volte sono quel vaso, e non vivo in Giappone, e sono progettato in maniera tale che quando cado, e mi succede spesso, mi frantumo in una quantità di pezzi incalcolabile, e provo a rimettermi insieme alla bene e meglio ma crollo, ancora, mi sgretolo in frammenti sempre più simili alla polvere.





Elenco di canzoncine che forse ti faranno stare meglio
giovedì, febbraio 20, 2014 | Author: Ale [Tredici]

( Vorrei avvisare tutti che in questo post non parlerò dei prossimi impegni di Baricco. NON LI SO. La prima cosa che mi ha chiesto mia nonna dopo avermi fatto gli auguri è stata se il mio "capo", testuali parole, sarebbe diventato ministro, e questa domanda mi è stata fatta anche da svariati amici e parenti, nonché da sconosciuti che mi vedono alla Lidl con la borsa della scuola; allora comunico pubblicamente che non sono a conoscenza del manifesto politico del preside, anche perché di solito non mi parla di Renzi ma di palle rosse e di quanto Hemingway fosse sbronzo quando scriveva i Quarantanove Racconti )

( Sì, di palle rosse. )




Ci sono due meccanismi che adotto quando non sto tanto bene. 
Il primo è quello di non dirlo a nessuno, anzi cerco di sembrare più idiota del normale, talvolta trasformandomi in una versione umana del coniglietto di Bambi che batte sui tronchi con la zampetta. 
Il secondo è quello di sminuire il mio malessere paragonandolo ad altri problemucci quali la fame del mondo o il cancro e convincendomi che sono proprio un demente a lamentarmi di tali piccolezze. 

Ora, tralasciando il fatto che l'organizzazione mondiale degli psicologi giudica insano il mio comportamento e consiglia di sostituirlo con una corretta alimentazione e un'intensa attività fisica, quindi insomma non imitatemi nonostante io sia molto simpatico, vorrei mostrarvi un ulteriore trucchetto che ho imparato per sotterrare tutti i miei sentimenti: la musica allegra. 
Perché, per quanto li adori, ascoltare i Baustelle quando il morale non è dei migliori, non aiuta a migliorarlo. Tra l'altro questo è il principio su cui si basa tutto il successo discografico dei Baustelle. Comunque, ci sono un sacco di canzoni più o meno pop che ascolto quando sono un po' giù. Non che serva a molto, un po' come rileggere un elenco di soggetti probabilmente peggiori di te, ma magari un pochino aiuta.

Vi propongo la mia.
Se ne avete altre da aggiungere, ditemelo che mi fa piacere.



Nonostante non sia ancora riuscito a capire come si pronuncia il cognome della cantante, questa canzone è stata il mio motto per un certo periodo.


Questa canzone mi mette un sacco di buon umore, e non solo perché nel video le tette di lei prendono fuoco.


Okay, definirla canzoncina è un'offesa. È una canzone meravigliosa.


Beh.


Anche questa non è affatto una canzoncina. È più un abbraccio.


Non so che dire su questa canzone che non sembri patetico.


Lei la amo alla follia perché è sempre così meravigliosamente incazzata, anche quando ti consola.


La versione di Bill Withers è una palla, io preferisco quella di Glee. Scusatemi se sono gay.


L'ho pure ascoltata dal vivo, questa, e ho pensato che la dedicassero proprio a me.


Da fischiettare quando passa qualcuno che rosica.


Eh vabbè.


"Perché nessuno può fottere qualcuno che è bionda davvero!"


L'apertura del loro concerto.


Pixie Lott - All about tonight
Lui non vi caga? Fate altrettanto, per una volta.


Beatles - Here comes the sun
It's allright nanana nanana nanana nananananana


Sound of music - My favourite things
Julie Andrews pensa ai gattini, io agli Abbracci del Mulino Bianco, ma insomma...




Va tutto bene
mercoledì, febbraio 12, 2014 | Author: Ale [Tredici]

Va tutto bene. A parte che frequentare una scuola di scrittura a Torino è più discriminante che essere gay o prendere il kebab senza salse (è che non mi piace il piccante!). È venuta una ragazza a vedere la stanza in affitto, ed è andata più o meno così:
- Sì, e insomma il prezzo è questo, la vista non è male, i mobili che vedi li puoi tenere, e...
- Mi sembra buona. E tu che fai? Studi?
- Sì, faccio una scuola di scrittura
- AH. - e già potevo vederle le labbra che le si incurvavano sprezzanti, e il sopracciglio inarcarsi con scetticismo, e tutto nel suo volto diceva che sono un figlio di papà straricco che gioca a fare l'intellettuale e infatti vado avanti nutrendomi di pasta Combino della Lidl e ho un blog in cui idolatro Geri Halliwell. Insomma, non l'ho presa. 

Questa cosa che dovevamo scegliere il nuovo coinquilino mi ha mandato fuori di testa. Voi non avete idea di quanto sia difficile trovare una persona pseudo-normale con cui convivere. È una bella rottura, gente, ma d'altra parte non puoi rischiare che la padrona di casa scelga al posto tuo, mandandoti magari un camionista puttaniere che rutta e grugnisce e piscia sui muri.
E così va tutto bene, ma c'è stata questa ricerca per nulla facile. Stephan, il mio coinquilino che si autodefinisce tedesco e biondo - anche se è moro e di Bolzano, Dio, mi sembra di vivere con l'equivalente alto atesino di Micheal Jackson - ha voluto aprire dei casting che nemmeno a X Factor. Lui ovviamente faceva la parte dell'algido giudice cattivo, tipo Bastianich. Io ero un incrocio idiota, una via di mezzo tra Arisa e la Ventura.
Ogni volta che qualcuno usciva dopo aver visto l'appartamento, lui scuoteva la testa: "Per me è no". Il mio esaurimento nervoso aveva raggiunto un livello tale che mi sarebbe andato bene perfino il camionista di cui sopra, e infatti speravo che Stephan approvasse l'osteopata con evidenti disturbi psichiatrici che si era mostrato interessato, ma niente.

Va tutto bene, e infatti abbiamo trovato una ragazza che sembra possedere un potenziale di squilibrio sufficiente a poter vivere con noi. Fa praticamente tutto, tra cui la trapezista. Ora, capite bene che avere a che fare con una circense non provvista dei tratti fenotipici di Moira Orfei è stata una rivelazione scioccante per il mio immaginario stereotipato del mondo. A proposito, la raggiungo in cucina, ché adesso è lì a prepararsi una zuppa. È l'unica cosa che mangia. Io la stimo tantissimo.

Va tutto bene.