Alla ricerca della lampadina perduta*
domenica, gennaio 25, 2015 | Author: Ale [Tredici]

* l'autore di questo post precisa che il titolo 
non è una citazione di Proust né un omaggio a Indiana Jones 
bensì a Zio Paperone. Gran ciaone a tutti.


I raggi del sole filtrano dalla finestra e io mi sveglio consapevole che sarà una di quelle giornate meravigliose e ingenue come il look di Paola e Chiara prima della svolta porno.

Invece, poiché niente è come sembra e non si giudica un libro dalla copertina specialmente se è della Gamberale, durante la mattinata si fulmina una lampadina, e questo rappresenta un evento traumatico ai livelli della diffusione di Dubsmash, e per diversi motivi. Innanzitutto perché la lampadina è un oggetto carico di aspetti simbolici come l'idea, la luce, la scoperta, il genio, l'aiutante di Archimede, e tutto questo la rende l'immagine più allegorica del mondo dopo Gesù in croce, ma se fossero esistite le lampadine nel Rinascimento probabilmente gli artisti non avrebbero perso troppo tempo con tutti quei Cristi e si sarebbero dedicati a raffigurazioni più significative, tipo la passione della lampadina, l'annunciazione della lampadina, la resurrezione della lampadina e così via. In secondo luogo, la lampadina in questione è quella delle scale, e siccome sono povero è anche l'unica fonte di luce di camera mia - se escludiamo la luna piena e gli orsi polari sullo screensaver del mio computer.

Insomma, devo procurarmi una nuova lampadina.




La missione si preannuncia semplice. Mi era già successo di dover sostituire una lampadina, e in quell'occasione l'avevo comprata in un negozio vicino a casa. Mi ero trasferito a Torino da poco, e fu una delle prime volte che ebbi a che fare con la disponibilità dei piemontesi. Tutta questa storia dei "falsi cortesi" è una bufala, secondo me. Mi dirigo verso il negozio, ma lo trovo chiuso. Per sempre. I dolci elettricisti piemontesi di fiducia sono andati in fallimento. Mi raccolgo in un minuto di dispiacere e considerazioni generiche sulla crisi, poi l'idea di dover affrontare le tenebre per raggiungere la mia camera prende il sopravvento, e decido di continuare la ricerca.

Passo al setaccio tutte le vie del mio quartiere, che pullula di gallerie d'arte e ristoranti vegani ma nessun venditore di lampadine. Niente. È giunto il doloroso momento di chiedere informazioni. Entro in una lavanderia, facendo subito una bellissima figura perché per via della differenza termica mi si appannano gli occhiali all'istante, e da quel momento in poi procedo a tentoni.
«Una lampadina?» mi risponde una voce maschile vibrante di esperienza in elettronica. «Prova al Carrefour, prosegui dritto per di qua e lo trovi al primo incrocio.» 

Il nonnino ha ragione: nel piccolo supermercato hanno una parete che espone pile, orsetti luminosi e lampadine. Il problema è che a me ne serve una di quelle sottili e allungate, credo si chiamino alogene, e non penso che il Carrefour sia abbastanza fornito.
«Mi scusi.»
«Mi dica.»
«Stavo cercando una lampadina.»
«Guardi, lì, tra le pile e gli orsetti luminosi.»
«Sì, ho visto, ma me ne serviva una di quelle sottili e allungate.»
«Uno starlight?»
«No, no, credo si chiamino "alogene".»
«Oh, no, non ne abbiamo. Abbiamo gli orsetti.»

Esco dal discount rimuginando che la Lidl non mi avrebbe deluso, e faccio ritorno a casa. Per uno scrupolo improvviso e fortuito, prima di salire mi fermo al tabacchino che sta a due passi dall'ingresso del palazzo. Dietro al bancone non c'è la solita donnona che mi scambia sempre per il figlio dell'avvocato e mi chiede come procedono le mie gare di ballo, bensì il marito, un ometto baffuto che dall'odore di nicotina lo direi capace di attaccarti la polmonite per osmosi.
«Buonasera.»
«Oh, ma buonasera!»
«Scusi, vorrei solo un'informazione. Dove posso comprare una lampadina, in zona?»
«Hai provato al Carrefour?»
«Sì, niente»
«Uhm» il tabaccaio tabagista ci pensa su «Sai dove? Prova dalla signora che vende la frutta, giù per questa via. Suo figlio fa l'elettricista e ci sta che abbia qualcosa in negozio.»
«Provo. Grazie mille!»
«Di nulla! E in bocca al lupo per i tuoi balletti.»

Se mai in futuro qualcuno dovesse domandarmi quale è per me la rappresentazione del miracolo, senza alcuna esitazione io ripenserei al momento in cui, all'interno di un anacronistico negozio di frutta e verdura di via Giolitti, tra ceste di pomodori e peperoni, in mezzo a fasci di sedani e cassette di enormi arance, con tutto un universo di furia e surgelati all'esterno, dentro quella parentesi di tenerezza, mi trovo davanti a donna Maria, perfetta nella vestaglia color ceruleo coi suoi capelli grigi raccolti sulla nuca, che mi porge una lampadina.

L'idea è che le cose non stanno sempre al posto giusto.




Ieri si è tenuto a Milano il convegno per difendere la famiglia tradizionale, un evento a cui ha partecipato una quantità spropositata di scapoli, repressi, divorziati e individui con problemi di coppia.

Bisogna iniziare a parlarne rivelando un ovvio eppure sottovalutato segreto, che è il seguente: io faccio parte di una famiglia tradizionale. Io faccio parte di una meravigliosa famiglia tradizionale che sa tutto di me e mi ama anche per questo. So di cosa parlo, quindi. Non solo: la maggior parte delle persone aperte ad altri tipi di famiglia fa parte di una famiglia tradizionale. Sappiamo di cosa stiamo parlando, quindi. Mi domando se possono dire la stessa cosa i difensori della famiglia tradizionale: sapete di cosa state parlando, voi?

A questo punto credo sia necessario definire la famiglia tradizionale, perché tutti ne parlano ma nessuno sa cosa sia precisamente. Dicesi famiglia tradizionale il nucleo famigliare composto da madre, padre, auspicabilmente sposati, e un certo numero di figli e figlie. Rimangono dunque esclusi: i divorziati, i separati, le coppie omosessuali, gli orfani, i vedovi, gli scapoli e le zitelle.

Se siete divorziati, separati, omosessuali, orfani, vedovi, scapoli o zitelle e partecipate al convegno della famiglia tradizionale, dunque, o lo fate per il buffet finale (ragione per cui potreste anche avere la mia comprensione) oppure non avete capito.

Ma torniamo ai difensori della famiglia tradizionale. Posto che sappiate di cosa state parlando -cosa di cui non posso non dubitare- vorrei svelarvi un altro ovvio eppure sottovalutato segreto: noi non siamo contro la famiglia tradizionale. Non vogliamo distruggere la famiglia tradizionale. Non verremo ai vostri matrimoni a sostituirvi il riso coi petardi o sfasciarvi le vostre torte nuziali a colpi d'ascia. Non ci introfuleremo nei vostri letti per rovinarvi le nozze (mi risulta che siate bravissimi da soli, in quello).

Semplicemente, siamo convinti che la definizione di famiglia abbia molto meno a che fare con la sessualità e con i contratti giuridici e molto più a che fare col volersi bene.

L'amore, quella robaccia misteriosa che muove il mondo, sapete?

Bene. Siccome c'è una parte di me convinta che se voi foste davvero informati e aveste una visione ampia della situazione non partecipereste ai convegni sulla famiglia con gli occhi iniettati di odio ma rimarreste nelle vostre case, tranquilli e in pace con il mondo, io provo ad affrontare tutto quello che vi sento dire e a spiegarvi, molto tranquillamente e a volte con un pochino di ironia che no: non funziona come pensate voi. Proviamo.



"La famiglia è quella naturale."
Ma cosa significa naturale? Che non è artificiale? Che è prevista dalla natura? Quindi nella famiglia tradizionale si sta nudi o al massimo coperti di foglie, non si usano medicine e non si beve la birra.

"Lo scopo dell'uomo è quello della procreazione e della continuazione della specie"
Precisamente, quand'è che hai firmato il contratto che ti rivela qual è lo scopo dell'uomo? La filosofia si interroga da sempre a riguardo, e non ha mai trovato una risposta, e tu sì. 

"Chi non può fare figli in modo naturale non può essere una famiglia."
Quindi non sono famiglie quelle delle persone sterili. 

"Dio ha creato Adamo ed Eva, non Adamo ed Evo. Ahaha!"
Parliamo degli stessi Adamo ed Eva che dopo aver tradito il Dio che li ha creati si sono riprodotti generando due fratelli di cui sappiamo che uno prima uccide l'altro per poi andarsi ad accoppiare con una sorella dando inizio alla razza umana che dunque di fatto è fondata su un incesto? Un vero esempio di moralità su cui costruire accuse di immoralità, complimenti.

"Certo, e allora se facciamo il matrimonio tra due uomini, istituiamo anche il matrimonio tra un uomo e un cane, no?"
A parte il fatto che qualsiasi cane è più intelligente di una persona capace di partorire un ragionamento del genere e che pertanto preferirei effettivamente sposare un cane, comunque: un uomo non è un cane (per quanto adori gli animali), e il matrimonio tra due uomini e quello tra un uomo e un cane non sono sullo stesso piano.

"I gay devono farsi curare."
L'omosessualità non è una malattia, né per i medici, né per gli psicologi. Se hai una laurea in psichiatria, possiamo parlarne.

"Ho tanti amici omosessuali che non vogliono sposarsi e non vogliono figli."
Innanzitutto invito questi omosessuali a incazzarsi una volta tanto con i loro cosiddetti amici che li sfruttano per fare vaghe dichiarazioni ai giornali. Detto questo, il fatto è che se esistono omosessuali che non vogliono sposarsi o non vogliono figli, non significa che ad altri omosessuali debba essere negata la possibilità di farlo. Anch'io ho amici eterosessuali che non vogliono sposarsi, ma mica vuol dire che sono contrari al matrimonio etero...

"Non riesco a immaginare un bambino che ha due mamme o due papà."
Forse perché sei italiano. La verità è che nel resto dell'Europa e nel mondo i Paesi che permettono alle coppie omosessuali di avere figli sono sempre di più. Ed esistono da anni. Ci sono luoghi in cui è perfettamente normale immaginare un bambino con due mamme o con due papà.

"Un bambino ha bisogno di una mamma e di un papà."
E gli orfani? E quelli che crescono con i nonni o gli zii? E quelli che crescono con un solo genitore? Solo perché tu non ne conosci non significa che non esistano queste situazioni. Anche questi figli sono perfettamente normali.

"Un bambino ha bisogno di una mamma e di un papà." (2)
Dici? Hai fatto tante ricerche? Siccome una quantità enorme di associazioni di medici, psichiatri e psicologi (non stiamo parlando di due o tre organizzazioni di parte, bensì di un consenso che non si è mai avuto per nessun'altra area delle scienze sociali) affermano che i figli cresciuti da genitori lesbiche o gay non differiscono in alcuna considerazione importante da coloro che sono cresciuti da genitori eterosessuali e che nessuna ricerca empirica suggerisce il contrario. 

"In Italia non siamo pronti per l'omogenitorialità."
L'omogenitorialità in Italia esiste già. Sono più di centomila i figli di coppie omosessuali (perché si può scoprire di essere omosessuali dopo essere diventati genitori) e il numero è destinato a crescere. Il problema è che queste realtà non sono riconosciute legalmente: questo è il problema; anche per questo bisogna permettere l'adozione e il matrimonio. Il fatto è che i figli di coppie omosessuali già esistono, e la legge non può permettersi di ignorarli.

Altri tipi di famiglie esistono, fatevene una ragione.

[ lista in continuo aggiornamento,
perché le cazzate non finiscono mai ]


Cuore o croce
sabato, gennaio 10, 2015 | Author: Ale [Tredici]

Ci sono voluti seimila anni, ma gli etero hanno inconsciamente deciso che è il momento di ipotizzare il timido abbattimento delle barriere sessuofobiche. Ho recentemente appreso, infatti, che sta diventando sempre più di moda la migliore invenzione della storia dell'umanità dai tempi della ruota, e cioè Tinder.

Tinder, ovvero una app spietata che consente di trattare sconosciuti e sconosciute come carne da macello, selezionarli nello stesso modo indifferente e consumistico che si usa per scegliere una maglietta da Zara, prendere appuntamento con uno di loro, o due di loro, o quaranta, e farci un po' quello che si vuole. Meraviglioso, l'idea migliore dopo quella di insediarsi tra il Tigri e l'Eufrate.

Naturalmente noi gay, nei litri di tempo libero che ci avanza poiché non possiamo spenderlo a spedire partecipazioni e costruire bomboniere di porcellana (a proposito, fanno cagare), naturalmente noi gay ci eravamo già arrivati tempo fa a una tale disfatta sociale, tant'è che adesso ne abbiamo un po' le palle piene di avere sempre le palle vuote e ritorniamo a fantasticare sull'amore e altre deliziose simili amenità, sempre con Express yourself in sottofondo. Noi gay, qualche secondo dopo che Dio ebbe creato lo smartphone, avevamo già Romeo, Grindr, Scruff, Bender, Growlr (che sono nomi fantastici da dare ai nostri gattini quando saremo vecchi omosessuali single e sordi), ossia tutte chat di incontri diverse ma con più o meno gli stessi iscritti, tanto che non si capisce come mai non creiamo un'unica chat oppure non ci troviamo nelle aree di servizio delle autostrade come ai bei vecchi tempi.

Comunque, in una scala da 1 a Miley Cyrus, questo Tinder ha un valore di degrado umano molto elevato. La cosa divertentissima e in un certo senso commovente è che quando lo accendi cominciano ad arrivarti le foto di altri utenti, corredate da una minibiografia e dalla distanza in chilometri dal tuo letto. Ciò che tu devi fare è cliccare sul cuore verde se il candidato è di tuo gradimento, se vuoi farci tanto frichi frichi e concedergli di parlarti, oppure cliccare sulla ics rossa se per te è no, giammai, non se ne parla, sashay away, sayonara eh eh eh eh. Poi il sistema ti manda la lista di tutti quelli a cui tu hai messo il cuore che ti hanno a loro volta cuorato, e con questi puoi decidere di chattare, andare e moltiplicarti. 

Capite bene che il meccanismo è crudele. Cuore o croce. Nemmeno un programma a caso di Federica Panicucci è mai stato così impietoso nell'oggettificazione delle persone. Ovviamente sto esagerando, ovviamente sto portando tutto a una visione superficiale della cosa. Come al solito, non è lo strumento il problema, è il modo in cui lo usa chi lo usa - vale per le chat di incontri, come per i social, come per i mezzi di informazione, come per le bombe a idrogeno. Però il dato da registrare è che siamo arrivati anche a questo: al bivio feroce, all'aut aut. Cuore o croce.

Poiché vorrei terminare questo mio scritto con un messaggio che almeno assomigli a qualcosa di vagamente incoraggiante e non ho la minima idea di come chiosare, vi ricordo un consiglio sempre valido. Usate i preservativi. 



Spericoolata
lunedì, dicembre 22, 2014 | Author: Ale [Tredici]

Avevo molto tempo da perdere ed ero molto ispirato.

Il nuovo lavoro di Tredjci, che sarebbe il mio alter ego per queste cose musicose, si chama Pause, ed è un concept album basato su un principio basilare della filosofia moderna, e cioè che è proprio tanto bello fare le pause.

Questo è il primo singolo, Spericoolata.





Una storia su di me che vorrei raccontare di nuovo perché ora l'ho capita
domenica, novembre 30, 2014 | Author: Ale [Tredici]



Non ricordo il momento preciso della mia vita in cui ho iniziato a frequentare le discoteche, ma sicuramente non era durante il liceo. A quel tempo, andare a ballare il sabato sera era la normalità, per alcuni era perfino una piacevole attesa; ma io non credevo di essere normale. Rientravo nell'accezione negativa che davo alla parola anormale.

Poi sono cresciuto, e crescendo sono cambiato, e cambiando ho finito per diventare normale, sempre nell'accezione negativa della parola normale. Con questa nuova, auspicata, acquisita normalità ho anche cominciato a bazzicare le discoteche, finché sono diventate un luogo così familiare che ben presto hanno smesso di farmi paura - purtroppo.

Mi trovavo su un divanetto di pelle bianca di uno storico locale chiamato Frau. Come quasi tutte le discoteche gay, il Frau è un posto pessimo: sporco, piccolo, senza acqua né porte nei bagni, un buco in cui ogni weekend dell'estate vengono strippate centinaia di persone che nel momento di pagare l'ingresso risultano essere in uno stato di piena consapevolezza. Tipo me. Mi trovavo su un sudicio divanetto di pelle del Frau, i miei amici e le mie amiche erano andati a limonare altrove e io mi ero ritagliato un minuto di raccoglimento per soffrire in solitudine.

Ora, la cosa drammatica dell'essere omosessuale, oltre al non potersi sposare, oltre al non poter adottare figli, oltre al rischio di subire violenze verbali o fisiche, oltre alla discriminazione sul lavoro, oltre all'essere usati dai politici per distogliere l'attenzione da altri problemi senza che la questione li interessi davvero, oltre all'esistenza di nazioni in cui se sei gay vieni ucciso o imprigionato, oltre al dover convivere costantemente col pregiudizio della gente, oltre a essere costretti a subire un prematuro processo di fortificazione contro il mondo, oltre a essere automaticamente e inconsciamente associati a Signorini e Platinette e mai a Alan Turing e Oscar Wilde, oltre a suggerire la convinzione che siamo tutti devoti a Madonna e mai alla Madonna, la cosa drammatica dell'essere omosessuale, dicevo, è che sussiste la possibilità di visualizzare una delle due persone per cui hai una cotta nell'atto di baciare l'altra persona per cui hai una cotta.

Curiosamente, a me è capitato. Mi trovavo sul divanetto di pelle bianca e potevo distintamente riconoscere un ragazzo pastrugnare con appetito e appassionato trasporto la bocca di un altro ragazzo. Si chiamavano Claudio e Lorenzo, e uso l'imperfetto non perché siano morti, ma perché lo spero.

Una persona dotata di solido temperamento, nel vedere la scena dei due ragazzi di cui è invaghito che si baciano tra loro, si sarebbe alzata per andare da un'altra parte, ma poiché io sono psicolabile con l'aggravante che nella vita voglio scrivere, sono rimasto lì a osservare il teatrino provando perfino una certa, dolorosa soddisfazione.

Stavo giustappunto sperimentando le nuove tecniche del soffrire quando accanto a me si siede un ragazzo. Incredibilmente, biondo e con gli occhi azzurri. Non un viso bellissimo, in effetti, ma nemmeno un roito umano. Alto, e ben piantato, comunque. Indossava una maglietta verde.

- Ciao!
- Ciao.
- Piacere, Federico!

Ma eravamo in una discoteca e la musica era alta e un attimo prima stavo navigando nella confusione e nel turbamento.

- Come, scusa?
- Federico!
- Ah!
- Come Fellini!

(...)

- Sì, bene. Io sono Alessandro.

Ma eravamo in una discoteca e la musica era alta e forse Federico era distratto, perché mi ha chiesto:

- Come chi?

Beh, questa era facile. Emmaus, Oceano Mare, Castelli di rabbia, Seta, I barbari, Mr Gwyn, Tre volte all'alba, Novecento, sapevo precisamente chi nominare.

- Come Manzoni.
- Ah, Alessandro!

(...)

- Che stai facendo, Alessandro?
- Mah, niente...
- Mi sembri pieno di sovrastrutture.
- Di sovrastrutture?
- E di pensieri che ti frullano in testa e non vorresti.

Non ero sicuro di voler affrontare la conversazione adesso.

- Non sono sicuro di voler affrontare la conversazione adesso.
- Senti, Alessandro, ti ho visto tutto solo e sconsolato. Hai pure distrutto i raggi.

Mi sono guardato subito intorno, per terra, cercando di capire cosa avessi rotto stavolta.

- I raggi?
- Sì, i raggi, ne hai distrutti tre, erano sette.
- Ma raggi tipo questi?

Ho mimato una bici. Pensavo al sole dei Teletubbies con la mia faccia dentro.

- No, i raggi della tua aura.

La mia aura, certo. L'aura è una di quelle cose a cui non credo, come l'oroscopo, i tarocchi, il mostro di Lochness, i fantasmi, la morte di Paul McCartney, Dio, il punto G, la capacità di intendere e di volere di Lory Del Santo, ma che in qualche modo perverso mi affascinano.

- Azz, ho distrutto i raggi. E come funziona adesso, li posso aggiustare? C'è una colla, tipo?
- No... Però io ti posso aiutare.
- Sì?
- Sì.
- E come?
- Vieni a ballare con me.

La proposta mi ha spiazzato un po'. Certo, non vengo da Narnia, avevo arguito che il suo interesse nei miei confronti non si limitasse soltanto alla riparazione dell'aura. Era la mia virtù che Federico voleva, mi sa. Ma cosa ci potevo fare, non era il mio tipo. Per la cronaca: il mio tipo non esiste, e con questa scusa ho potuto continuare a rovinarmi la giovinezza per innumerevoli altri anni. Non era il mio tipo, e tra l'altro avevo la vaga impressione che fosse un pochino pazzo.

- Eheh...
- Vieni a ballare con me, dai.
- Guarda, non me la sento molto, adesso.
- Dai, cinque minuti.
- Sei carinissimo, davvero, però no...
- Vieni a ballare con me.

Si era incantato il disco.

- Vieni a ballare con me.

Me lo ha chiesto un'ultima volta, si capiva dal tono che sarebbe stata l'ultima, e che ci sperava un sacco, e che sarebbe stato bello. In quel momento, ho pensato a molte cose. Ho pensato a tutte quelle favole sull'afferrare l'occasione, la prima mela, sul cogliere l'attimo, Hakuna Matata, cioè, voglio dire, Carpe Diem. Ho pensato a tutti i film Disney, e alla morale di ogni puntata di ogni stagione di Lizzie McGuire. Ho pensato all'intera bibliografia di Coelho. Ho pensato agli esercizi teatrali sul ritmo e sulle entrate al momento giusto. Ho pensato a tutti quei proverbi cinesi sulla vita che non ti concede una seconda possibilità e sull'universo che cospira affinché chi lo desidera intensamente possa realizzare i suoi sogni. Ho pensato a tutte queste cose, e ho detto:

- No, mi dispiace.

Perché non sono così, sono una persona che non riesce a cogliere le occasioni. Ho detto no, e sono rimasto single per un sacco di altro tempo ancora.


Sei anni di zucchero
mercoledì, novembre 26, 2014 | Author: Ale [Tredici]

In tutta onestà non ricordo se alle elementari ci fosse il distributore delle merendine. Non credo, anche considerando che né io né gli altri miei compagni possedevamo il portafogli o qualcosa da metterci dentro. Nella stanza delle bidelle c'era qualcosa che portava a del caffè, ma probabilmente era un thermos.

Le mie scuole medie non ricordo nemmeno come fossero fatte, e questo vi dà un'idea di quanto mi siano piaciute, le scuole medie. Spero di non offendere nessuno, dicendolo. Ma figurarsi, non credo che i membri di quella marmaglia di cattiveria siano capaci di offendersi - né di affezionarsi, scherzare, amare, o provare sentimenti più o meno umani. Ma da qualche parte doveva pur esserci una macchinetta delle bevande, perché ricordo distintamente il professore di musica dire, prima di abbandonarci alla visione di qualche cinepanettone, che intanto sarebbe andato a prendere un caffè.

Ho ben presente, invece, dove fossero posizionate le macchinette e i distributori del liceo. Ma in cinque anni li avrò usati una manciata di volte, perché le mie scuole superiori, oltre a ricordare l'esterno di una prigione e a cambiare ogni anno i docenti di filosofia, erano perlustrate da sinistri personaggi chiamati Merenderi, che a prezzi ridicoli vendevano panini, trecce di cioccolato, focaccine, triangoli, pizzette e (solo alla fine della prima ora e solo al secondo piano) valdostane.

All'università iniziavi a capire le macchinette solo a metà del secondo anno, tanto che ho sempre avuto il sospetto che prendere il migliore caffè facesse parte dell'esame di Analisi. Quella all'ingresso era la più economica, ed essendo lontana da molte aule aveva anche la fila statisticamente più corta; le due nell'atrio centrale avevano perfino il mocaccino con cioccolato; quella al piano di sopra era guasta una volta su due. Invece, c'era un distributore che si bloccava senza darti la merenda, ed eri perduto se non conoscevi il punto preciso su cui puntare la spallata.

Oggi questo blog compie sei anni. L'idea è sempre stata che lo zucchero è la cosa più importante, e che il resto serve solo a sopravvivere. Non sottovalutate mai le cose che non c'entrano niente.



Casistica dell'idiozia
domenica, novembre 23, 2014 | Author: Ale [Tredici]

Quando non partorisco idiozie sufficientemente geniali mi sento sotto pressione.

Ragazzi, fidatevi, il mondo di noi sproloquiatori di assurdità è insidioso. Essenziale è la puntualità tra originalità e rispetto del tempo comico; senza considerare l'altissima competizione e le continue reazioni di noiosi umani interessati al tuo livello di tossicodipendenza o al nome del tuo spacciatore, che tra l'altro si chiama Gigino e lavora ai giardinetti tra Regina Margherita e Corso Cairoli.

Per concepire idiozie bisogna essere al posto giusto nel momento giusto. È come trovare un fidanzato. O un fungo.
Le due variabili da considerare, nel caso siate interessati a scrivere idiozie, a trovare fidanzati o mangiare funghi, sono l'originalità (talento, genialità, cose belle) e il momento (culo, fortuna, precisione, tempo comico). Sì, perché è inefficace dire qualcosa di molto stupido se qualcun altro dice subito dopo qualcosa di molto più stupido.

Ne consegue che possiamo elaborare la seguente casistica.

1) originalità alta + momento giusto: è un'idiozia che si prende il suo spazio perché ne ha bisogno per essere efficace appieno. Non ha influenza a livello di trama, se non per caratterizzare un personaggio. 

dal film Pitch Perfect


2) originalità alta + momento sbagliato. Chiariamo subito che per momento sbagliato non si intende l'aver scelto male il punto in cui dirlo, ma anzi proprio a causa del suo essere insolito, il tempo comico riesce. Non ha influenze a livello di trama, ma smorza una situazione troppo razionale con una parentesi, anche impercettibile, di stupidità.



dal film L'era glaciale


3) originalità bassa + momento giusto: corrisponde al distillato di demenza fatto passare per perla di saggezza, e proprio per questo risulta essere assolutamente comico.


dal film Gli Aristogatti


4) originalità bassa + momento sbagliato. Si tratta di una frase stupida, senza alcun intento comico, inserita in maniera avulsa dal contesto. L'effetto sullo spettatore è quello di produrre un certo sconcerto che sfocia presto in copiosa ilarità.

dalla webserie The lady, di Lory Del Santo
Credo sia tutto.