Uova
martedì, giugno 30, 2015 | Author: Ale [Tredici]


Mi presento: ho ventisei anni e ho un grave problema con le uova.


BREAKING NEWS!
Puoi ascoltare questo post


Se n'è accorto perfino il mio nuovo coinquilino. Abita sotto il mio stesso tetto da pochi mesi, ma ogni volta che devo prepararmi un uovo sodo sa che sbaglierò in qualcosa. All'inizio, quando ero un cuoco di uova sode ancora giovane e inesperto, fallivo sulla durata. Poi mi sono informato su Yahoo Answer che sentenzia otto minuti come ideale tempistica. Forse le uova delle galline della Lidl sono di una pericolosa sottomarca speciale, ma se io ne tengo uno a bollire per soli otto minuti, quando lo apro mi esplode in mano come se avessi appena liquefatto un criceto. 

Una volta capito quanto tenere l'uovo nel pentolino, ho cominciato a sbagliare qualcos'altro: l'inserimento. Bisogna stare molto attenti nel tuffare l'uovo nella pentola, e questo vale anche come pillola di educazione sessuale. Tornando all'arte culinaria, se non fate attenzione l'uovo colpirà il fondo del recipiente in maniera troppo violenta, e poi voi potrete passare gli otto minuti seguenti a sperare che quel rivolino bianco che serpeggia nell'acqua non esca troppo copiosamente. 

Camilo, il mio coinquilino colombiano, si diverte molto ogni volta che ceno. E ceno ogni sera, pensate, dovrei fargli pagare il biglietto. Anche Gaia si divertiva molto, quando cenavamo insieme. Gaia è un'altra mia coinquilina che adesso è andata a girare le Americhe col ragazzo cercando di sopravvivere solo con l'autostop e col couchsurfing. In pratica, è come Pechino Express senza le telecamere.

Gaia è stata la prima a capire il mio complicato rapporto con le uova. Nello specifico, aveva osservato che mi era particolarmente difficile terminare la confezione prima della data di scadenza, e questo lo aveva arguito dal fatto che passavo gli ultimi giorni a cucinare uova, fare frittate, usarle al posto dello shampoo ("tonifica il cuoio capelluto!") e, a mali estremi, sporgermi dalla finestra per lanciarle addosso ai passanti che ritenevamo evidentemente borghesi

Sono arrivato a pensare che il mio problema con le uova sia di tipo psicologico, e non lo dico soltanto per giustificarmi dalla tutto sommato ragionevole accusa di essere un imbranato. Il fatto è che le uova sono la concretizzazione cucinabile di ciò che non mi piace della vita.
Il personal trainer del mio amico Flavio ha un motto: "se una cosa fa male, fa bene!", e a quanto pare glielo grida mentre il mio amico è accasciato esanime sulla panca tramortito dopo un'ora di esercizio. 
Lo stesso vale per le uova: lo sapete che la parte gialla è quella che fa male? Cioè, potremmo mangiare continuamente uova, se mangiassimo solo il bianco. Due o tre uova al giorno, cinquanta uova alla settimana, passeremmo praticamente l'esistenza a ingurgitare uova se non ci fosse la parte gialla. Il problema è che la parte gialla è quella buona.

Mangiatelo te il bianco delle uova per tutta l'esistenza.

C'è un aneddoto che mi piacerebbe raccontarvi, tanto per fingere che questo blog sia un abile esperimento di storytelling. Si chiama l'uovo di Colombo, e riguarda il detto popolare che tirate fuori quando c'è una soluzione semplicissima alla portata di tutti ma che nessuno vede. Va anche detto che da piccolo pensavo che l'uovo fosse di un colombo, e non di Cristoforo Colombo.

In poche parole, quando Colombo tornò dall'America venne invitato a una cena. Qui, alcuni gentiluomini rosiconi che probabilmente sarebbero stati molto popolari su Twitter se fosse esistito nel 1492, gli dissero che chiunque sarebbe riuscito a raggiungere il Nuovo Mondo con i mezzi che disponeva lui. Colombo, invece di rispondere Ma che cazzo vuoi come avrei per esempio fatto io, tirò fuori un uovo, e sfidò i commensali a farlo stare dritto sul tavolo.
I gentiluomini rosiconi, ovvero la versione rinascimentale di Selvaggia Lucarelli, prima si guardarono tra loro pensando qualcosa come Vabbè si è drogato, eh, sai con tutti quei papaveri laggiù, poi provarono effettivamente a far stare dritto l'uovo sul tavolo. Doveva essere uno spettacolo pittoresco da osservare, un po' come vedere uno di quei palestrati di Instagram davanti a un sudoku.
Insomma, nessuno di quei gentiluomini rosiconi seppe trovare un modo di risolvere l'impresa. Colombo li guardò come quando si guarda uno di quei tuttologi che stanno su facebook, alzò il sopracciglio, meditò di intraprendere una carriera da drag queen, poi picchiò l'uovo contro lo spigolo del tavolo, ammaccandolo sulla parte inferiore che era così divenuta piana. 
Lo poggiò sul tavolo. "Statece", disse soltanto.

Più che per la scoperta dell'America, io stimo Colombo per questa sua idea. Ha zittito gli antenati delle webstar in maniera intelligente, quando io con molta probabilità sarei stato capace di schiacciare l'uovo sul tavolo. E romperlo.






Cosa cazzo significa l'occhiolino
venerdì, giugno 12, 2015 | Author: Ale [Tredici]

Poiché non ho una vita, ho deciso di peggiorarla iniziando a guardare Mad Men. È una serie tv su un gruppo di pubblicitari di New York degli anni Cinquanta. È un capolavoro di scrittura, peccato che siano quasi cento episodi e che io, da bravo sottoprodotto della società occidentale destinato a non avere la pensione ma con un'esauriente cultura in fatto di vampiri, metanfetamine, fantapolitica e draghi, stia seguendo una serie di serie già piuttosto considerevole.

Ma torniamo a Mad Men. La prima cosa che ti insegna è che a New York negli Anni Cinquanta le donne non contavano un cazzo. Per questo ho subito simpatizzato col personaggio di Peggy, ovvero un rifiuto umano senza spina dorsale né meriti. In pratica, io. Ho notato che alcuni dei suoi colleghi uomini le fanno spesso l'occhiolino, e lei è giustamente confusa a riguardo.

Perché, diciamolo: cosa cazzo significa l'occhiolino?



La mia ricerca che, come avrete modo di vedere, è molto approfondita, è cominciata con uno strumento all'avanguardia che risponde, più o meno in tutto il mondo, al nome di Google. Ho cioè scritto: "cosa cazzo significa l'occhiolino" e ho premuto Invio, consapevole che un motore di ricerca non delude mai, proprio come i cani e le canzoni Anni Novanta.

Uno dei primi risultati è stato un forum che il web designer ha drammaticamente scelto di colorare di nero e rosa, facendolo somigliare ai volantini del Gilda Due, che è un night club toscano aperto dopo che il Gilda Uno ha chiuso perché ci spacciavano droga ma come mai vi sto raccontando tutto questo non lo so.

In questo forum, varie ragazze (o quantomeno profili con identificativo femminile) si scambiavano pareri riguardo al gesto dell'occhiolino. Credo che quanto ho letto, arricchito dai miei preziosi, sagaci e irresistibili commenti, sia tutto ciò che c'è da sapere sull'occhiolino.

Ecco, qui di seguito, i vari significati dell'occhiolino.

1. Mi piaci
Sono attratto da te, ma per qualche motivo che probabilmente ha a che fare col mio essere totalmente privo di testicoli non posso o non voglio dirtelo a voce. Scelgo di comunicartelo con un movimento praticamente impercettibile del viso che tu potresti benissimo non cogliere e rimando a te ogni azione che richieda un minimo di spina dorsale

2. Scherzo
Ho appena fatto una battuta che ritengo esilarante. Dovresti ridere in modo tale da farmi sentire una persona molto simpatica

3. Abbiamo un'intesa
Vorrei comunicarti che il concetto che ho appena espresso di fronte a te e a uno o più altri presenti che auspicabilmente non stanno guardando in direzione del mio viso è tutto sommato una balla, che potrei aver detto a fini scherzosi oppure per mettere in mezzo questi poveri idioti totalmente inconsapevoli

4. Scopiamo?
No, nient'altro: scopiamo?

5. Ho capito che sei gay, lo sono anch'io
Grindr, Romeo, Bender, Scruff, Howlr e tutte queste altre chat di incontri i cui nomi ricordano marche di lavatrici, non esistevano dieci anni fa. Dieci anni fa esistevano le aree di servizio nelle autostrade, che tuttavia non esistevano cento anni fa. Cento anni fa esistevano soltanto gli occhiolini, e io sono uno all'antica

6. Ho capito che sei gay, io non lo sono ma non ti preoccupare non lo dico
Lo so che non me ne dovrebbe fregare un cazzo ma voglio farti sapere che ti sono superiore perché la tua voce o qualcosa nel modo in cui muovi le mani mi ha dato indizi sulla tua sessualità. Inoltre voglio tranquillizzarti perché non dirò tutto questo ai tuoi compagni barra amici barra colleghi barra genitori barra parenti barra gattini, lo terrò per me e solo ora mi rendo conto, proprio in questo istante in cui la palpebra si chiude sul mio occhio, che ti ho fatto un gesto totalmente incoerente col significato numero 5 e pertanto tu penserai che anch'io sono un invertito ti prego non dirlo in giro

7. Ho un tic nervoso
E non mi sto rendendo conto di compiere un gesto che probabilmente ti costerà settimane di paranoie, visite dallo psicoterapeuta, messaggini con tutte le amiche della tua rubrica e richieste disperate in drammatici forum dai colori rosa e nero

Tutto qua, gente.




La parabola della Torta Sacher
lunedì, maggio 25, 2015 | Author: Ale [Tredici]

Il futuro mi mette a disagio. 

Deve essere per questa persistente ossessione degli umani per la sicurezza che è stato inventato il posto fisso. Peccato che poi ci si è accorti che il mondo poteva andare avanti coi posti fissi solo per un periodo di tempo limitato, che adesso è esaurito, e noi giovani - creature carine e innocenti che affogano i loro dispiaceri in mutande a gambe incrociate sul divano abbracciando il barattolo maxi di una sottomarca superscontata della Nutella, tanto per fare un esempio che non ha nulla a che vedere con me - ci siamo rimasti fregati.



Dovete sapere che da pochissimi giorni ho terminato il mio percorso di studi. Non è un gran momento per farlo, per un aspirante scrittore-narratore-comunicatore. Ci si dà un gran daffare, si manda il curriculum pure a Grom ("magari mi fanno fare la grafica dei gusti estivi tipo albicocca della Papuasia") e si chiede il collegamento su Linkedin a tutti i cognonimi di chi ha un ruolo importante nel nostro ambito lavorativo. A questo proposito, vorrei scusarmi con tutti i Germanotta d'Italia per l'insistenza ma se per caso avete il numero di Lady Gaga, metti che è vostra cugina tipo, ecco, ho sempre desiderato fare la popstar. La ricerca del lavoro è ossessiva, basta considerare che ne parlo anche qui in modo che se qualcuno di voi avesse qualcosa da propormi che non comporti l'uso dei genitali, miei o di terzi, potrebbe liberamente scrivermi e sarò felice di rispondervi.

Poiché il giorno dopo il mio diploma a Torino c'era il Salone del Libro, ho pensato di andare. E uno dei primi meeting a cui ho assistito è stato l'imperdibile incontro-scontro tra Antonella Clerici versus Benedetta Parodi. Dato che la mia famiglia è più devota alla Parodi che alla Madonna non potevo perdermelo - scherzo mamma, non voglio certo essere blasfemo, ma è forse stata la Vergine Maria a insegnarti ad amalgamare il condimento della pasta con l'acqua di cottura? Riflettici.

Quando è entrata in sala, ho capito che da grande voglio essere Benedetta Parodi. Quella che nutro per lei non è solo un'ammirazione frivola e di contorno, ma una vera e propria ambizione esistenziale. Ho cominciato a prendere appunti, suscitando inutili e irritanti risatine tra gli altri auditori che comunque non saranno mai nessuno nella vita.

E ho stilato una piccola lista di motivi per i quali ho capito che Benedetta Parodi è uguale a me e che io sono destinato a diventare come lei, che adesso vi propongo.


MOTIVI PER CUI BENEDETTA PARODI È UGUALE A ME 
E PER CUI IO SONO DESTINATO A DIVENTARE COME LEI

1) C'è dell'ingegno anche nel microonde
Lo penso anch'io: smettiamola di sminuire chi utilizza il microonde. Si possono ottenere risultati grandiosi anche con gli strumenti più idioti.

2) Quando torno a casa devo assolutamente farmi una birretta fresca
Non molti sanno che amo la birra: di solito è un dettaglio che rivelo soltanto alle mie amiche lesbiche, che così mi acclamano e mi fanno sentire accolto. Quando sono arrivato a Torino ne ho comprate diverse bottiglie al supermercato, per poi scoprire che quella della Lidl sa di piedi.

3) Sono pochi quelli che si accorgono che un prodotto è surgelato
Quando l'ha detto mi sono alzato in piedi gridando BRAVAAAAA con gli occhi infuocati di passione. Finalmente una che dice la verità: i surgelati vanno benissimo e sticazzissimi di voi e della vostra roba fresca. Noi Beyoncé della cucina non abbiamo tempo.

4) La parabola della Torta Sacher
A questo punto della conferenza il mio amore per la Parodi era oltre ogni misura. Non potevo sapere che sarebbe cresciuto ancora dopo aver ascoltato questo aneddoto. Una Benedetta timida e appena quindicenne, un bel giorno decise di partecipare a un concorso culinario. La prova prevedeva la preparazione di una sachertorte. Benedetta aveva studiato, ma dimenticò di inserire un ingrediente fondamentale: il lievito. Al momento dell'assaggio, la giuria non riuscì nemmeno a tagliare una fetta di dolce.
Da questo simpatico e avvincente aneddoto potremmo evincere una quantità pressoché infinita di considerazioni esistenziali, ma io ve ne esporrò solo due, che mi sembrano le più importanti.

Uno: bisogna sempre far lievitare la roba che si cucina. Senza leggerezza, le cose sono immangiabili.

E due: da piccoli si può anche fare qualche errore, ci si può sentire fuori posto, sfigati, inetti, insicuri, falliti. Ma questo non significa che non diventeremo mai Benedetta Parodi.





Il lato giusto della storia
domenica, maggio 17, 2015 | Author: Ale [Tredici]



Anche quest'anno è arrivato il 17 Maggio, giorno in cui ricorre la lotta contro l'omofobia, la bifobia e la transfobia. Prima o poi ci decideremo a inventare un'unica parola. 

Anche quest'anno è arrivato il 17 Maggio, e io mi trovo a scattare la consueta fotina con i sei colori della bandiera rainbow e a scrivere un post per l'occasione.

Anche quest'anno è arrivato il 17 Maggio e io, ve lo dico con tutta franchezza, non ce la faccio più. Non parlo dell'attivismo: mi spiace tantissimo per tutti quelli che sotto i link di Repubblica scrivono "avete rotto con sta storia dei diritti dei gay", ma non la smetteremo con sta storia dei diritti dei gay fin quando i gay (e le lesbiche e i bisessuali e le persone transessuali e transgender) non li avranno, questi diritti.

Con la parola diritti intendiamo un insieme di cose che comprendono principalmente la possibilità di sposarci, perché vogliamo vivere in uno Stato che riconosce la nostra esistenza, e la possibilità di adottare figli, perché come siete in grado voi di farlo lo siamo anche noi, e state diventando ridicoli con la questione che ai bambini serve un padre e una madre, perché se i bambini credono di sapere cosa gli serve è perché glielo mettete voi nella testa.

Quindi, ricapitoliamo: possibilità di sposarci e di adottare. E ci aggiungiamo subito subito una legge contro l'omofobia, perché dobbiamo poter stare tranquilli che se dei pazzi violenti ci menano lo Stato è dalla nostra parte. 

Ah, questo sarà un duro colpo, sedetevi: vogliamo poter divorziare. È buffo, vero? Sono sicuro che i più intelligenti di noi, quelli che lottano per questi diritti da anni, molti più anni di me, non appena potranno, considereranno il diritto di sposarsi come il regalo più prezioso del mondo; ma altri magari no, altri magari vorranno divorziare come fanno gli eterosessuali.

E da questo capite bene che nascono un sacco di altri diritti, alcuni legali e altri semplicemente etici, che vogliamo, pretendiamo, e inseriamo nel pacchetto di richieste che facciamo tutte insieme. Perché non ha senso chiedere una cosa per volta, non possiamo accontentarci di un'uguaglianza a metà. Vogliamo tutto. Gli altri diritti sono, per esempio, la possibilità di essere pubblicamente persone di merda. Vogliamo poter scheccare ed essere effeminati. Vogliamo poter essere stereotipi, se lo desideriamo. Vogliamo poter educare male i nostri figli, come potete farlo voi. Vogliamo poter litigare e dimostrare che non solo l'amore gay esiste ed è vero, ma anche l'odio. L'odio non è un'esclusiva eterosessuale, capito? Vogliamo liberarci dalla responsabilità sociale di essere gay: non è perché sono gay che devo essere un bravo cittadino. Io sono un bravo cittadino perché i miei genitori mi hanno insegnato così, non c'entra niente il mio orientamento sessuale. Se Luca e Marco educano male la loro bambina, è un problema di Luca e Marco, non di tutti gli omosessuali. Se Jessica va in televisione a dire scemenze, è Jessica che è scema, non tutta la categoria a cui appartiene. Vogliamo poter essere persone di merda, esattamente come possono decidere di esserlo gli eterosessuali.

Anche quest'anno è arrivato il 17 Maggio e io non ce la faccio più. Non ce la faccio più di chi dice che ci sono altri problemi, di chi dice che abbiamo rotto le palle con questa lotta, con queste manifestazioni di orgoglio. Ci sono anche dei gay a cui l'ho sentito dire, tanto per dimostrare che purtroppo o per fortuna abbiamo punti di vista molto vari.

Ma se oggi possiamo esprimerci liberamente (almeno questo!) lo dobbiamo a chi ha lottato negli scorsi decenni. È lo stesso discorso che vale per le altre categorie discriminizzate. Se non ci fossero stati gli attivisti per i diritti dei neri, o per i diritti delle donne, oggi questo mondo sarebbe stato ben diverso, e molto più ingiusto. Ma vi sognereste mai di dire a uno che ha lottato per i diritti dei neri: "che palle, tanto non serve a niente, peggiora solo le cose"?

Anche quest'anno è arrivato il 17 Maggio e io, onestamente, non ce la faccio più. Eppure continuo a scattare la fotina e a scrivere qualcosa a riguardo, che è solo un umile sforzo, e altre persone molto più volenterose di me continuano a lottare organizzando manifestazioni e collaborando con le associazioni. E lo facciamo da anni. E sapete perché? 

Perché non pensiamo più al presente. Pensiamo al futuro. Pensiamo che un bel giorno, quando nel mondo tutti potranno essere chi vogliono e amare e odiare chi vogliono, i nostri figli andranno a scuola, e apriranno il libro di storia (sì, in questo futuro idialliaco si studierà ancora la storia, perché conoscere il passato aiuta a essere più buoni) e leggeranno di quel tempo remoto in cui gli esseri umani erano divisi tra chi voleva pari diritti tra gay e etero e chi no, e si chiederanno come è stato possibile che esistesse un tempo in cui c'erano così tante discriminazioni; e quel giorno i bambini ringrazieranno coloro che hanno lottato per far sì che il mondo fosse uguale per tutti. Continuiamo a lottare perché pensiamo che un giorno qualcuno dirà che ci siamo schierati dal lato giusto della storia.



Non ti puoi sedere con noi
domenica, maggio 10, 2015 | Author: Ale [Tredici]

Uno dei miei film preferiti è Mean girls, che spero conosciate altrimenti c'è la discreta possibilità che leggiate questo blog senza capirne l'ironia, oppure perché siete mia mamma. A proposito, ciao mamma. 

Mean girls è una delle mie principali fonti di ispirazione, insieme a Paperoga, ai biscotti tarocchi della Lidl e al barbone di Borgo Dora convinto di essere un grande architetto. Potrebbe sembrare un film per ragazzini deficienti, ma col passare del tempo mi sono accorto che la sua brillantezza sfiora la genialità, ed è anche costruito in maniera perfetta dal punto di vista della sceneggiatura che, a proposito, è di Tina Fey, e lo scrivo perché sarebbe bello se si cominciasse ad apprezzare anche il cast tecnico di un film, oltre che gli attori famosi. 

La protagonista di Mean girls è una ragazza (interpretata da una Lindsay Lohan ancora libera di circolare nello Stato americano e pertanto poco interessante ma per fortuna dopo poco ha iniziato a farsi arrestare a intervalli regolari) che si trova a dover frequentare la scuola superiore dopo tanti anni in cui ha vissuto in Africa con i genitori archeologi. Scopre presto che il mondo dei teenager è forse peggio di quello animale. 
Al vertice della giungla sociale ci sono tre stronzette soprannominate "le barbie", che la nuova arrivata vuole cercare di sabotare. 

Considero Mean girls una specie di Bibbia. Fate conto che farò cominciare il video del mio progetto scolastico finale con un estratto del film. Soprattutto, utilizzo Mean girls per capire cose della vita.

Una cosa accaduta in questi giorni mi ha ricordato di quando, a quindici anni, il giovane controllore di un treno volesse multarmi perché secondo lui le mie scarpe poggiate sul sedile di fronte al mio avrebbero danneggiato irreparabilmente il vagone. Ora, io non sono mai stato un ribelle, se si escludono occasioni in cui sono effettivamente andato contro corrente, come quando leggevo i racconti dell'orrore di Poe in spiaggia o quando mi ostino ad abbinare fragola e cioccolato, il cui connubio nel gelato "è un delitto", cit. Non si poggiano i piedi sui sedili, è vero, e colgo l'occasione per scusarmi con tutti i sedili del mondo che si possono essere sentiti offesi dal mio gesto, e mi scuso anche con tutti i potenziali culi che si sarebbero potuti sedere su un sedile così compromesso. Ho sbagliato, ho agito sovrappensiero, è vero. Ma bastava dirmi di togliere i piedi. Okay, è successo a me, e sono di parte, naturalmente. Ho sbagliato, ma per certi sbagli non c'è bisogno di una punizione. E in effetti il controllore si è esibito nella sua sfuriata, ma poi ha lasciato perdere.

Mi sono accorto che è successa una cosa simile anche in Mean girls. Regina George si era presentata al tavolo delle barbie in tuta, ed era lunedì. E le barbie non indossano la tuta di lunedì, mai. Gretchen Wieners non può sopportarlo, e istericamente grida a Regina: "Non puoi sederti con noi!".
Non puoi sederti con noi è il modo con cui io chiamo i momenti in cui qualcuno non riesce a raccogliere un po' di buon senso per capire che si può sbagliare. E che la reazione deve essere proporzionata.






The importance of being a loser
domenica, aprile 26, 2015 | Author: Ale [Tredici]



La questione non è essere o non essere. Non è mai stata davvero la questione per nessuno, quella. 

Nell'episodio che sto per raccontarvi la questione potrebbe invece ricondursi all'essere sfigati o non esserlo, ma con un abile stratagemma narrativo che nel linguaggio tecnico si chiama promessa e che serve per incuriosire lo spettatore dandogli un motivo per seguire la storia fino alla fine vi anticipo che non è nemmeno questo, il punto. 

La questione non è la serie di eventi che comincia con l'orario assassino di questa settimana di lezioni per il quale non riesco a trovare altro giorno per andare a fare la spesa se non l'ultimo del weekend, durante il quale il cielo non è esattamente sereno come è stato fino al venerdì ma non si preannunciava nemmeno troppo catastrofico, con quel solito alone grigio che separa Torino dal sole.

La questione, dunque, non è la puntualità con cui un cataclisma atmosferico, che i meteorologi stessi si rifiutano di chiamare pioggia data la portata e la forza dell'evento, si è abbattuto su di me non appena, carico di borse, ho messo piede fuori dalla Lidl, bensì che, nonostante gli dèi o il caso o la sfiga cosmica abbiano mandato un temporale ad accompagnarmi precisamente per il tragitto dal supermercato a casa, io avevo l'ombrello.

La fortuna, a volte, si impara.



Ricordami
mercoledì, aprile 15, 2015 | Author: Ale [Tredici]

Non vorrei passare per superficiale, ma mi piacciono molto gli addominali.




Anzi. Siamo su internet, quindi non vedo perché non dovrei sputtanarmi completamente per evitare di dire che la superficialità è una cosa meravigliosa.
Anzi, no, cambio idea di nuovo. Siamo su internet, quindi non vedo perché non dovrei dimostrarmi un perfetto incoerente contraddicendomi subito e affermando, dunque, che la superficialità non è affatto una cosa meravigliosa, ma perlomeno è innocua, e spesso fa ridere.
Quello che davvero detesto è quando, in un delirio di onnipotenza causato probabilmente dal prendersi troppo sul serio, si nasconde il proprio essere vuoti dietro un telo di finta drammaticità, di toni pesanti, di pretese e premesse profonde. Esibire una presunta profondità non è altro che una subdola forma di superficialità.

Per esempio, recentemente mi è capitato di entrare in un palazzo che avrebbe dovuto pullulare di scrittori e poeti e personalità importanti, e le premesse facevano ben sperare date le dimensioni dell'edificio e la sua fantastica posizione nella penisola di Manhattan. Invece, non appena varco l'ingresso e il consierge mi augura buona serata e l'ascensore mi porta al dodicesimo piano, io entro nell'appartamento dall'incantevole vista sul fiume Hudson per poi accorgermi che sono in un posto completamente vuoto, circondato da persone il cui spessore era in tutta probabilità soltanto virtuale. Mi sembrava di essere in un rendering dell'Expo.

Ma torniamo ad argomenti più maturi: gli addominali.
Mi trovavo in una discoteca e, contrariamente al resto degli esseri umani presenti, ero sobrio. La combinazione discoteca - sobrietà non è mai un connubio favorevole, intanto perché pone degli evidenti limiti alla comunicazione con terzi (ricordo un tipo il cui alito puzzava di vodka mentre mi diceva che non era ubriaco e che mi salutava tanto sua zia) e poi per la difficoltà ad apprezzare il mondo. Così mi sono concentrato sull'aspetto più gradevole dell'ambiente, e cioè il cubista (il quale, per ragioni prettamente frivole e idiote, sarà d'ora innanzi chiamato Battista il cubista), che indossava degli slip argentati e una sciarpa di lino dorato attorno al volto, coerentemente col tema della serata che credo fosse Agrabah.
In realtà il momento di ammirazione non è durato molto, perché sono stato colpito dal tatuaggio che il ragazzo aveva sotto l'ombelico. Sì, il tatuaggio, il tatuaggio, maledette galline.

Il fatto è che proprio in prossimità dell'ombelico aveva scritto «Ricordami».

Così ho iniziato a pensare ai motivi che dovrebbero spingere qualcuno a tatuarsi Ricordami sugli addominali, e ho concluso le ipotesi che seguono.

1) Battista il cubista era innamorato di una persona, che però l'ha lasciato. Lo distruggerebbe sapere che quella persona si è rifatta una nuova vita con qualcuno che probabilmente è più alto di lui, più affascinante e più bravo a Nomi cose e città, così spera che tatuandosi «Ricordami» sull'addome, il vecchio amore non dimentichi i bei tempi spesi con lui.

2) È il contrario, e cioè è l'ex di Battista il cubista che, dopo essere stato lasciato, preso dalla disperazione lo ha tramortito per poi tatuargli «Ricordami» sulla pancia. In questo modo, ogni volta che Battista si farà un selfie in palestra, non potrà sottrarsi alla memoria.

3) Battista il cubista soffre di perdita di memoria a breve termine come quel pesce viola amico di Nemo che avrebbe bisogno di ansiolitici, così, temendo di fare del male a qualcuno e scordarlo poco dopo, si tatua «Ricordami» sugli addominali, come monito. Una specie di Memento ambientato in una discoteca gay.

4) Ci sono tanti modi di creare un promemoria. Per esempio, io mi scrivo una nota sul cellulare. Mia mamma si mette la fede nell'anulare della mano destra. Salvini lo incide sulle roulotte dei rom con lo spray rosso. E Battista il cubista se lo tatua addosso.

5) Battista il cubista è un tamarro.