Casistica dell'idiozia
domenica, novembre 23, 2014 | Author: Ale [Tredici]

Quando non partorisco idiozie sufficientemente geniali mi sento sotto pressione.

Ragazzi, fidatevi, il mondo di noi sproloquiatori di assurdità è insidioso. Essenziale è la puntualità tra originalità e rispetto del tempo comico; senza considerare l'altissima competizione e le continue reazioni di noiosi umani interessati al tuo livello di tossicodipendenza o al nome del tuo spacciatore, che tra l'altro si chiama Gigino e lavora ai giardinetti tra Regina Margherita e Corso Cairoli.

Per concepire idiozie bisogna essere al posto giusto nel momento giusto. È come trovare un fidanzato. O un fungo.
Le due variabili da considerare, nel caso siate interessati a scrivere idiozie, a trovare fidanzati o mangiare funghi, sono l'originalità (talento, genialità, cose belle) e il momento (culo, fortuna, precisione, tempo comico). Sì, perché è inefficace dire qualcosa di molto stupido se qualcun altro dice subito dopo qualcosa di molto più stupido.

Ne consegue che possiamo elaborare la seguente casistica.

1) originalità alta + momento giusto: è un'idiozia che si prende il suo spazio perché ne ha bisogno per essere efficace appieno. Non ha influenza a livello di trama, se non per caratterizzare un personaggio. 

dal film Pitch Perfect


2) originalità alta + momento sbagliato. Chiariamo subito che per momento sbagliato non si intende l'aver scelto male il punto in cui dirlo, ma anzi proprio a causa del suo essere insolito, il tempo comico riesce. Non ha influenze a livello di trama, ma smorza una situazione troppo razionale con una parentesi, anche impercettibile, di stupidità.



dal film L'era glaciale


3) originalità bassa + momento giusto: corrisponde al distillato di demenza fatto passare per perla di saggezza, e proprio per questo risulta essere assolutamente comico.


dal film Gli Aristogatti


4) originalità bassa + momento sbagliato. Si tratta di una frase stupida, senza alcun intento comico, inserita in maniera avulsa dal contesto. L'effetto sullo spettatore è quello di produrre un certo sconcerto che sfocia presto in copiosa ilarità.

dalla webserie The lady, di Lory Del Santo
Credo sia tutto. 

L'uomo che deve chiedere sempre
martedì, novembre 04, 2014 | Author: Ale [Tredici]


Uno degli innumerevoli effetti nocivi della pubblicità, oltre, naturalmente, all’aver creato un immaginario implausibile costituito da famiglie entusiaste già di primo mattino e cerchie di amiche così appassionatamente interessate alla tua naturale regolarità al punto di non sorprendersi delle quaranta scatole di yogurt biologico che riesci a stipare nel frigo, è l’aspettativa instillata a poco a poco nel cervello dei consumatori, come la goccia d’acqua nelle torture cinesi, secondo cui l’archetipo di uomo a cui ambire sarebbe quello che non deve chiedere mai.

Se mi guardo intorno - e guardarmi intorno è un gesto che mio malgrado compio di frequente - constato che il mediatico lavaggio del cervello fondato in maniera più o meno consapevole dalle agenzie pubblicitarie degli anni Ottanta trova oggi una sua finale e mostruosa realizzazione: l'uomo che non deve chiedere mai effettivamente esiste e, a conti fatti, è insopportabile.

Vorrei aggiungere un corollario a quanto appena enunciato: l'uomo che non deve chiedere mai è insopportabile non per sfiga planetaria, né per combinazione genetica sfavorevole. Al contrario, l'odiosità appartenente all'uomo che non deve chiedere mai è volontaria, nel modo più assoluto.
Se non si prefissasse intenzionalmente di apparire antipatico, un uomo che ha tutto pur non chiedendo mai nulla, almeno proverebbe a giustificare il suo successo, parlando magari della fatica e dell'enorme costanza impegnate nella ricerca del risultato, e sicuramente evitando di lasciar pensare che a essere così lo abbia portato soltanto la sua fortuna, la sua bellezza, la sua ricchezza o qualche altra dote posseduta per puro culo
Poiché questo non avviene, ne consegue logicamente che 1) il suo successo è davvero dovuto a fortuna/bellezza/ricchezza/xfactor, cosa che non vogliamo pensare perché siamo a favore della meritocrazia e di altre simili, chimeriche astrusità, oppure 2) apparire antipatico, odioso e insopportabile è intenzionale e compreso nel pacchetto pubblicitario.

Il mio preciso apparire come percettibilmente polemico è perché appartengo al ramo evolutivo che ha portato all'uomo che deve chiedere sempre. La parte più disneyana di me crede che questo mi legittimizzi a sentirmi una creatura di luce, il lato buono della forza, un essere fatato e innocente: un puffo, insomma. L'uomo che non deve chiedere mai, in pratica, è Gargamella. 


È per questo che, nel remoto caso che un uomo che non deve chiedere mai si trovi fortuitamente a chiedermi qualcosa, io lo guarderò col disprezzo con cui si squadra qualcuno di immeritevole, inclinerò le labbra fino a formare un sottile, smaliziato sorriso di soddisfazione, attenderò che la luce del sole rifletta un istantaneo baluginio bianco sui miei occhi e dirò, con tutta l'imperturbabilità di cui sarò capace: CIAONE.


(NdA: l'espressione descritta non coincide a quella ritratta in figura, 
che si avvicina di più alla rappresentazione di "tonno esausto con un bel giaccone")

Il formaggio con le pere
martedì, ottobre 21, 2014 | Author: Ale [Tredici]


Oggi vorrei approfittare di questo spazio per disquisire di pere.

Tutto parte da un mio recente pranzo che vedeva come portata secondaria l'accostamento sublime del formaggio con una pera, che avevo comprato al mercato in un raro momento di disposizione alla vita domestica (una parentesi deliziosa della mia quotidianità, in cui passo il tempo a dare l'aspirapolvere in fretta prima dell'inizio Uomini e donne, indossando un grembiulino a quadretti bianchi e rossi). 

Al contadino non far sapere quanto è buono il formaggio con le pere!, mi è uscito detto, sempre vibrante di questa pulsione casalinga. Ho parlato ad alta voce, da solo, con un tono inquietantemente soddisfatto. Sembravo un fotogramma di una puntata a caso di Heidi.

A questo punto mi è venuto involontario riflettere più a fondo. Perché non dovrei far sapere al contadino di quanto sia buono il formaggio con le pere? Già: perché? Ragioniamo. Il proverbio vuole far riflettere sulla ricerca di astuzia da adottare per non venire raggirati da un contadino, che se conoscesse la squisitezza del connubio tra formaggio e pere si guarderebbe bene dal vendertelo o, peggio, offrirtelo.

Ora, tralasciamo il fatto che il detto non si pone proprio la questione che il contadino possa già sapere il valore di quell'abbinamento, come a dire che tutti i contadini del mondo sono dei perfetti imbecilli e che solo noi, scaltri cittadini, siamo gli unici detentori della verità

C'è qualcosa in più che si dà per scontato: e cioè che, qualora l'ignorante agricoltore venisse a conoscenza del suddetto matrimonio culinario, proceda automaticamente con l'aumento dei prezzi dei suoi prodotti, o addirittura col rifiuto di commerciarli e regalarli. L'embargo delle pere

Si assume, dunque, che i contadini siano creature avide e venali, approfittatori di ciò che è prezioso al fine del solo arricchimento personale. Allargando l'allegoria all'intera categoria umana, ne consegue che tutti noi siamo così: egoisti, opportunisti, attaccati al denaro a scapito degli altri.

Vorrei dissociarmi da questa visione catastrofista dell'umanità. Io voglio credere di vivere in un mondo dove un contadino per prima cosa è assolutamente consapevole di quanto sia buono il formaggio con le pere, e che nonostante questo non mi faccia pagare un bene più di quanto costi. Io voglio credere di vivere in un mondo in cui tutti possiamo apprezzare la semplicità di un pezzo di formaggio unito a uno spicchio di pera, senza che questo comporti un prezzo improponibile o inadeguato. Io voglio credere di vivere in un mondo in cui, se sono un contadino o, per estensione, un produttore di qualsiasi bene, materiale o immateriale che sia, te lo cedo in cambio del suo adeguato valore. Infine, voglio credere di vivere in un mondo in cui i contadini mi aiutano ad avere in tavola il miglior formaggio e le migliori pere, capito? mi aiutano, mi aiutano, mi aiutano.




Semplici calcoli riguardo le Sentinelle in piedi
lunedì, ottobre 06, 2014 | Author: Ale [Tredici]

Facciamo due conti.

Le Sentinelle in piedi, che per chi non lo sapesse sono quei tizi che con la scusa della libertà di pensiero manifestano contro la libertà di amare altrui, erano state annunciate su 100 (cento, C E N T O) piazze italiane. 
In realtà, basta andare sul loro sito ufficiale e contare col ditino per scoprire che le piazze che hanno effettivamente partecipato sono state 61 (sessantuno, S E S S A N T U N O), ma probabilmente 100 suonava meglio come numero, per cui gli organizzatori hanno deciso di arrotondare per eccesso di 39 piazze, che corrispondono indicativamente a quattro regioni italiane. 

Quindi, abbiamo 61 piazze. 

Quante sentinelle in ogni piazza? A Torino le sentinelle erano 189 (fonte La Stampa). Arrotondiamo anche noi e facciamo finta che in ogni città partecipante le sentinelle siano state 200 (naturalmente non è vero, nella maggior parte delle città le sentinelle erano un centinaio).

61 moltiplicato 200 uguale (prendo la mia calcolatrice, uno strumento che le medievali sentinelle non credo possano conoscere, magari loro conoscono l'abaco, boh) fa 12.200 (dodicimiladuecento D O D I C I M I L A D U E C E N T O) persone. 

Sentinelle in piedi (arrotondando per eccesso): 12.200
12.200 < 1.000.000 (popolazione omosessuale secondo l'ultimo censimento dell'Istat)
12.200 < 59.830.000 (popolazione italiana)

Le Sentinelle in piedi sono un numero esiguo di persone rispetto alla comunità omosessuale e alla popolazione italiana. Le Sentinelle in piedi, dunque, più che un attacco e una decisa opposizione alla comunità LGBT, sono la dimostrazione palese che l'Italia è prontissima a una legge sull'omotransfobia, a una legge sul matrimonio omosessuale e a una legge sulle adozioni a coppie omosessuali. Grazie, Sentinelle in piedi, era da diverso tempo che non nutrivo più fiducia nel mio Paese.




L'obbligatoria premessa è che quella che state per leggere è, come da titolo, un'opinione personale e discutibile. Non mi aspetto di avere ragione, non mi aspetto di non potermi ricredere in futuro. Anzi, sono pronto alla discussione franca e aperta. Probabilmente la mia idea è superficiale e istintiva o, come direbbe Simona Ventura, di pancia. Non sono un cinefilo, un cinofilo o un cinafilo. Sono uno che guarda film. Metto lo zucchero nel caffè, non indosso coppole, non vesto total black e le occhiaie non sono l'accessorio fondante del mio look per quanto mio malgrado ne sia usualmente provvisto, tanto che nella comunità dei panda sono considerato molto sexy.



La prima impressione dopo aver visto Muholland Drive (David Lynch, 2001) è stata: e adesso chi me li restituisce i 147 (centoquarantasette) minuti di vita spesi per questo film?

Nessuno, ovviamente. Li devo recuperare sottraendo tempo ad altre attività indispensabili quali parlare con i miei pupazzi e fantasticare su come si comporterebbero i miei amici se fossero posseduti, che comunque è un po' lo scheletro narrativo di Twin Peaks.

In realtà, ripensandoci a freddo, la visione di Muholland Drive, ieri, al Lucca Film Festival, introdotta nientepopodimeno che dal maestro Lynch in persona, che è molto simpatico e contrariamente alle aspettative riesce a parlare anche di argomenti che non siano la morte e il sovrannaturale, dicevo che non è stato totalmente tempo perso. Non parlo solo di un punto di vista registico (che glie voi di' a come impugna lui la macchina da presa, è un genio), ma anche dal punto di vista emotivo, o, come chiamano i più recenti manuali di psicologia, il punto di vista D'Urso

Muholland Drive mi ha fatto una paura allucinante, molto più di qualsiasi horror o definito tale. Avevo un'angoscia dentro che mi ha costretto a percorrere il vialetto di casa tremando e sperando che dietro l'angolo non sbucasse un mostro o un violento assassino o Carmen Di Pietro. Questo fatto che ti pisci addosso dal terrore è senz'altro un aspetto positivo di un'opera.

È bello avere paura, ogni tanto. 

Tuttavia, io sono uno di quei fruitori che preferiscono un tipo di arte rassicurante e benefica. Sono talmente ansiogeno e insicuro di mio che alimentare la mia angoscia con questo tipo di prodotto non è esattamente salutare. Voglio essere coccolato e stupito, non sconvolto. Voglio uscirne bene. Di solito, non sempre. Lo ripeto, è bello avere paura ogni tanto; essere scossi, precipitare giù, respirare la fine con addosso un senso di indefinito, non capire.

Non solo: sono anche uno di quegli spettatori all'antica, ho bisogno di una trama per poter apprezzare un'opera. Forse sono limitato, ma un film dove conta di più la sensazione che la storia non mi è sufficiente. Mi lascia il sospetto di essere preso per il culo. È come fare una conversazione con un africano che ti parla in swahili e pretende che tu capisca. Peggio di interloquire con Aida Yespica. Io non lo capisco lo swahili, e nemmeno Aida Yespica.

Mi dispiace, ma sfido chiunque a guardare Muholland Drive e capire tutto al primo tentativo. È come guardare certi quadri: ti arrivano i colori, le linee, le forme, e dunque tante sensazioni, ma senti che c'è qualcosa dietro che non puoi comprendere, e non puoi squarciare la tela per trovarlo. Ecco, io da un film, da un libro, da un racconto, di solito, mi aspetto di più. Altrimenti mi guardo un quadro, auspicabilmente per meno tempo di centoquarantasette minuti.




Siamo tutti drag queen
mercoledì, settembre 24, 2014 | Author: Ale [Tredici]


Se mi conoscete bene, sapete che sono estremamente rapido nello sviluppare un'ossessione per qualcosa. Sono piccole manie, che di solito passano nel giro di poche settimane, come gli herpes, ma talvolta affinché svaniscano serve più tempo - e in alcuni casi, anche gli antibiotici, come la gonorrea.
Attualmente ho i seguenti pallini, che vado a enucleare in ordine sparso: le magliette a righe, la parola naturalmente, le emoticon degli applausini su whatsapp, la vernice lavagna, le agendine, l'ultimo album di Caparezza, Say Geronimo, Say Geronimo, Say Geronimo e insomma tanta altra roba ugualmente profonda.

La mia ultima fissazione si è sviluppata dopo che ho manifestato il desiderio di apprendere lo slang americano. Alcuni miei amici evidentemente disturbati mi hanno consigliato la visione di un talent show di drag queen. Avete capito bene, sì, drag queen, cioè uomini che si vestono da donna per ragioni di spettacolo. RuPaul's Drag Race è una spietata competizione a colpi di tacco 12 e unghie finte, guidata da quel genio incredibile nonché donna meravigliosa nonché affascinante drag queen nonché malefica ricca strega che è RuPaul.

Ora, dal punto di vista della lingua, devo dire che il mio inglese è nettamente migliorato. Conosco dodici termini diversi per dire vagina in modo offensivo, e adesso so creare parole macedonia molto utili come extravaganza (eleganza + extravagant) e exqueeze me (squeeze + exscuse me). 

Ma devo dire che RuPaul Drag Race ha avuto un merito superiore al puro miglioramento linguistico. Mi ha fatto capire tante cose su me stesso, prima tra tutte che non voglio fare la drag queen perché per nascondere le parti intime devi scocciartele dietro per tutta la performance. La seconda cosa che mi ha fatto capire è che se mai nella vita farò la drag queen devo avere un bel nome, e allora ho pensato a Miss Vergina Woooolf, che ha sia il riferimento letterario che quello sessuale oltre al simpatico acutino gaio che produce la pronuncia del cognome. 

La terza cosa che ho imparato dalla drag race, è che ci sono tre categorie di persone.
[ Ora farò un piccolo spoiler, ma non vi rivelerò il nome della vincitrice, e comunque tanto non lo guarderete mai questo programma, siete tutti fissati con Breaking Bad ] 
Alla finale della quinta stagione, infatti, arrivano tre drag queen molto diverse.

Una è Jinkx Monsoon. Lei pensa più a sorprendere che all'aspetto fashion. Ha una sua poetica, che si basa sulla leggerezza e sulla risata. Dietro le quinte è molto timida e impacciata, e le altre si prendono spesso gioco di lei, la trattano male, le dicono che è la peggiore. È pure narcolettica. Sul palco, però, è una bomba.



Mi seguite? La seconda finalista è Roxxxy Andrews, che è una grassona favolosa. È convintissima di essere la migliore del mondo, e non si preoccupa di farlo presente alle altre. Certo, ha un grande carattere e una forte personalità, dovuta anche al suo passato. Pare che la madre la abbia abbandonata alla fermata dell'autobus, e questo trauma l'ha fatta diventare così: forte, ma presunuosa e arrogante.



E poi c'è la terza, che è Alaska. Che fa morire dalle risate, ed è anche figa nel vestire. È fidanzata con un'altra famosa drag queen, ha gli amici giusti, sa esprimersi, è bella, brillante, simpatica. È la classica persona arrivata e vincente. La fortuna è dalla sua parte (ma anche il talento).



Ho pensato che siamo tutti drag queen, anzi: siamo tutti queste tre drag queen. Anzi, la realtà è che io sono particolarmente psicopatico quando mi fisso con qualcosa, e adesso riconduco tutte le persone a queste tre drag queen. Sei una Alaska, sei davvero una vincitrice? O sei una Roxxxy, cioè credi di essere una vincente e tanto ti basta? Oppure sei Jinkx, e ti visualizzi come una perdente?

Per me siete tutti schedati. Me compreso. Hiiiiiie.


Azoto liquido
giovedì, settembre 04, 2014 | Author: Ale [Tredici]



Mio nonno una volta ha detto che ho le dita da pianista e da allora sono convinto che le mani siano la parte del corpo che preferisco. In effetti ho le dita lunghe e sottili come quelle dell'iconografia classica degli extraterrestri, ma siccome sono pigro non ho mai voluto imparare a suonare il piano - poi, be', nei miei sogni più reconditi mi immagino come un elegante musicista che nel tempo libero pubblicizza caffè utilizzando slogan come è buono qui, è buono qui e nessuno ha ancora capito dove di preciso è buono il caffè.

Da un annetto la bellezza delle mie mani, che abbiamo già detto essere meravigliose, è incrinata da un piccolo porro che ho sul palmo della destra, proprio nella parte molliccia che collega il pollice col resto delle falangi. Non so come mi sia spuntato fuori questo porro. Una mia amica, che per questioni di privacy chiameremo Cassandra Milena Giacometti, quando l'ha visto mi ha rimproverato di non masturbare gli sconosciuti. Io non credo che l'origine della mia verruchetta sia la masturbazione degli sconosciuti, anche perché non li masturbo, gli sconosciuti, non masturbo nemmeno i conosciuti se è per quello, purtroppo aggiungerei, ma comunque quella sera Cassandra era stranamente ubriaca. Sa suonare il piano, Cassandra, a proposito. 

Il fatto è che ho questo porro da più di un anno, ma non mi ha mai dato fastidio. A volte i porri non danno fastidio, sapete? Il mio porro non mi ha mai dato fastidio, finché non ho deciso di curarlo. Ci ho messo sopra una medicina a base di azoto liquido, non nomino il prodotto altrimenti poi dite che prendo soldi dalle case farmaceutiche mentre non ho mai guadagnato manco un mojito dal mio blog. E adesso il porro fa male. È stato l'azoto liquido a farlo reagire. L'azoto liquido ha cercato di curarlo, e adesso lui mi provoca dolore. Secondo il chilometrico foglietto illustrativo, dovrebbe sparire tra una decina di giorni.

Un altro mio amico, che sempre per questioni di privacy chiameremo Trizio Fianchi, mi ha detto che conosce tante persone che hanno usato l'azoto liquido per eliminare le verruche, ma nessuna di esse è riuscita a guarire. L'azoto liquido è un po' una fregatura, e dire che costa pure parecchio. 

Oggi è successa una cosa che mi ha fatto ripensare all'azoto liquido. Non è totalmente inutile, in effetti. Quando hai un porro che non fa male, tu sei in automatico portato a pensare che non sia un problema. Però quel porro effettivamente incrina la purezza delle tue mani, altrimenti meravigliose. L'azoto liquido fa male, e non guarisce il problema, ma a volte il problema ha bisogno di essere evidenziato, di fare male, perché altrimenti non tenterai mai di risolverlo.

Comunque, la mia amica che ancora per questioni di privacy chiameremo Kaula Di Morandi, i porri li cura con una lumaca privata del guscio.