The importance of being a loser
domenica, aprile 26, 2015 | Author: Ale [Tredici]



La questione non è essere o non essere. Non è mai stata davvero la questione per nessuno, quella. 

Nell'episodio che sto per raccontarvi la questione potrebbe invece ricondursi all'essere sfigati o non esserlo, ma con un abile stratagemma narrativo che nel linguaggio tecnico si chiama promessa e che serve per incuriosire lo spettatore dandogli un motivo per seguire la storia fino alla fine vi anticipo che non è nemmeno questo, il punto. 

La questione non è la serie di eventi che comincia con l'orario assassino di questa settimana di lezioni per il quale non riesco a trovare altro giorno per andare a fare la spesa se non l'ultimo del weekend, durante il quale il cielo non è esattamente sereno come è stato fino al venerdì ma non si preannunciava nemmeno troppo catastrofico, con quel solito alone grigio che separa Torino dal sole.

La questione, dunque, non è la puntualità con cui un cataclisma atmosferico, che i meteorologi stessi si rifiutano di chiamare pioggia data la portata e la forza dell'evento, si è abbattuto su di me non appena, carico di borse, ho messo piede fuori dalla Lidl, bensì che, nonostante gli dèi o il caso o la sfiga cosmica abbiano mandato un temporale ad accompagnarmi precisamente per il tragitto dal supermercato a casa, io avevo l'ombrello.

La fortuna, a volte, si impara.



Ricordami
mercoledì, aprile 15, 2015 | Author: Ale [Tredici]

Non vorrei passare per superficiale, ma mi piacciono molto gli addominali.




Anzi. Siamo su internet, quindi non vedo perché non dovrei sputtanarmi completamente per evitare di dire che la superficialità è una cosa meravigliosa.
Anzi, no, cambio idea di nuovo. Siamo su internet, quindi non vedo perché non dovrei dimostrarmi un perfetto incoerente contraddicendomi subito e affermando, dunque, che la superficialità non è affatto una cosa meravigliosa, ma perlomeno è innocua, e spesso fa ridere.
Quello che davvero detesto è quando, in un delirio di onnipotenza causato probabilmente dal prendersi troppo sul serio, si nasconde il proprio essere vuoti dietro un telo di finta drammaticità, di toni pesanti, di pretese e premesse profonde. Esibire una presunta profondità non è altro che una subdola forma di superficialità.

Per esempio, recentemente mi è capitato di entrare in un palazzo che avrebbe dovuto pullulare di scrittori e poeti e personalità importanti, e le premesse facevano ben sperare date le dimensioni dell'edificio e la sua fantastica posizione nella penisola di Manhattan. Invece, non appena varco l'ingresso e il consierge mi augura buona serata e l'ascensore mi porta al dodicesimo piano, io entro nell'appartamento dall'incantevole vista sul fiume Hudson per poi accorgermi che sono in un posto completamente vuoto, circondato da persone il cui spessore era in tutta probabilità soltanto virtuale. Mi sembrava di essere in un rendering dell'Expo.

Ma torniamo ad argomenti più maturi: gli addominali.
Mi trovavo in una discoteca e, contrariamente al resto degli esseri umani presenti, ero sobrio. La combinazione discoteca - sobrietà non è mai un connubio favorevole, intanto perché pone degli evidenti limiti alla comunicazione con terzi (ricordo un tipo il cui alito puzzava di vodka mentre mi diceva che non era ubriaco e che mi salutava tanto sua zia) e poi per la difficoltà ad apprezzare il mondo. Così mi sono concentrato sull'aspetto più gradevole dell'ambiente, e cioè il cubista (il quale, per ragioni prettamente frivole e idiote, sarà d'ora innanzi chiamato Battista il cubista), che indossava degli slip argentati e una sciarpa di lino dorato attorno al volto, coerentemente col tema della serata che credo fosse Agrabah.
In realtà il momento di ammirazione non è durato molto, perché sono stato colpito dal tatuaggio che il ragazzo aveva sotto l'ombelico. Sì, il tatuaggio, il tatuaggio, maledette galline.

Il fatto è che proprio in prossimità dell'ombelico aveva scritto «Ricordami».

Così ho iniziato a pensare ai motivi che dovrebbero spingere qualcuno a tatuarsi Ricordami sugli addominali, e ho concluso le ipotesi che seguono.

1) Battista il cubista era innamorato di una persona, che però l'ha lasciato. Lo distruggerebbe sapere che quella persona si è rifatta una nuova vita con qualcuno che probabilmente è più alto di lui, più affascinante e più bravo a Nomi cose e città, così spera che tatuandosi «Ricordami» sull'addome, il vecchio amore non dimentichi i bei tempi spesi con lui.

2) È il contrario, e cioè è l'ex di Battista il cubista che, dopo essere stato lasciato, preso dalla disperazione lo ha tramortito per poi tatuargli «Ricordami» sulla pancia. In questo modo, ogni volta che Battista si farà un selfie in palestra, non potrà sottrarsi alla memoria.

3) Battista il cubista soffre di perdita di memoria a breve termine come quel pesce viola amico di Nemo che avrebbe bisogno di ansiolitici, così, temendo di fare del male a qualcuno e scordarlo poco dopo, si tatua «Ricordami» sugli addominali, come monito. Una specie di Memento ambientato in una discoteca gay.

4) Ci sono tanti modi di creare un promemoria. Per esempio, io mi scrivo una nota sul cellulare. Mia mamma si mette la fede nell'anulare della mano destra. Salvini lo incide sulle roulotte dei rom con lo spray rosso. E Battista il cubista se lo tatua addosso.

5) Battista il cubista è un tamarro.




Gli ombrelli cinesi
lunedì, marzo 16, 2015 | Author: Ale [Tredici]

L’inferno sono gli altri.
- Sartre

You can stand under my umbrella.
- Rihanna




Siccome mi piace cambiare, compro sempre gli ombrelli nei negozi dei cinesi. 

Mi sono ritrovato in una strada di Torino senza essere in possesso di un ombrello. Si è messo a piovere, perché presto o tardi succede, che piove, e a Torino tende a succedere prima. Sapete, qua piove molto, e all’inizio non ci ero abituato. Non che nelle altre città non esista il maltempo, ma a Torino la pioggia fa parte dell’immaginario collettivo, un po’ come le gondole a Venezia, le piadine a Rimini, i fashion blogger a Milano

Di solito capita che dopo le prime settanta gocce di pioggia accorrano in nostro soccorso svariate decine di venditori dotati una straordinaria quantità di ombrelli. In quell’occasione non è successo, cosicché sono entrato in un negozio di cinesi. Quando parlo di “negozio di cinesi” non intendo un posto dove vengono venduti cinesi, sebbene gli esseri umani siano l’unica cosa a non essere commerciata in questo tipo di negozi: qui puoi trovare qualsiasi cosa, dalle scarpe tarocche alle paperelle da bagno. Lo scatolone fabbricone dell’Albero Azzurro altro non è che una versione portatile di un negozio di cinesi. Dodò cucina i gatti nella wok. 

Così sono entrato e ho chiesto un ombrello. La tizia alla cassa, che è magra e coi capelli neri e probabilmente è la stessa in tutti i negozi di cinesi d’Italia, mi ha indicato una scatola piena zeppa di ombrelli di vari colori. Ne ho comprato uno bianco, intanto perché quello leopardato non credevo s’intonasse con la mia giacca, e poi perché spinto da una solidarietà multietnica volevo evitare alla signorina l’imbarazzo di dover pronunciare un colore con la erre (“pel questo omblello velde lamallo elettlico sono tle eulo e tlenta, glazie”). 

Ma con l’ombrello bianco non ha funzionato. Quella sera sono uscito con un ragazzo, e per per non sembrare Glinda la Strega buona del Sud, mi sono fatto un pezzo di strada sotto la pioggia. Meno male che a Torino ci sono i portici, e che gli ombrelli cinesi sono praticamente usa e getta.

Ben presto, infatti, sono finito in un negozio di cinesi a comprarne un altro. Stavolta me ne sono fregato altamente degli inevitabili difetti di pronuncia della tizia magra e dai capelli neri che costituiva la prova vivente che la scienza orientale è già arrivata alla clonazione umana, e ne ho comprato uno rosso. “Sì, vorrei questo ombRello Rosso non pRopRio poRpoRa ma più scaRlatto, gRazie.” Quando voglio so essere davvero uno stronzo, anche se poi i sensi di colpa sono così forti che mi chiudo in casa per una settimana a scrivere post dalla dubbia moralina filosofica. 

Ma nemmeno col rosso è andata bene, perché poco dopo aver dispiegato le sottili ed estremamente fragili stecche dell’ombrello mi sono accorto che quel colore in mano ai cinesi è terribilmente acceso. Non per niente lo mettono anche sulla loro bandiera. Mentre giravo per le strade grigie di Torino, ero una patacca rossa in un film in bianco e nero. Sembravo la bimba di Shindler’s list, e tutti noi sappiamo la fine che fa.

Ma tanto l’ombrello si è rotto dopo pochi giorni, e rieccomi dentro un terzo negozio di cinesi dove trovo la tizia magra e dai capelli neri che forse non sarà l’equivalente umano della pecora Dolly ma allora è di sicuro il prodotto di un immenso parto plurigemellare. Stavolta scelgo un ombrello nero. Raffinato, elegante. Il nero sta bene su tutto, e oltretutto sfina. L’ombrello nero si amalgama nell’aria uggiosa, non c’è contrasto né stonatura, una perfetta soluzione per passare inosservati e in qualche modo perseguire la normalità.

Oggi ho incontrato una sconosciuta che aveva un ombrello giallo. Ho pensato che non era poi così male. 

E ho notato anche che: nessuno fa caso agli ombrelli degli altri, mai.




Felicità vera
venerdì, marzo 06, 2015 | Author: Ale [Tredici]


Il cinema è un mondo mostruoso, e non mi riferisco a Cinquanta sfumature di grigio. 

Mi piace molto guardare film perché, oltre al fatto che mi ritrovo in tutti i personaggi complessati dallo sviluppo drammatico, mi succede spesso di concentrarmi sulle cose che ho trovato belle, più che sui difetti. Nella vita non mi accade mai, nel senso che se un avvenimento comporta quasi tutte conseguenze eccezionali io mi concentrerò sull'unica impercettibile sfumatura negativa della situazione. Ma al cinema no, al cinema se c'è anche solo una scena o una battuta di dialogo che mi fa vibrare qualcosa dentro, allora so che i soldi del biglietto sono stati ben spesi.

Comunque, qualche mese fa ho accettato di fare il social media manager per un cortometraggio di alcuni amici, che in parole povere significa che dovevo gestire la pagina facebook. L'esperienza è stata dura ma interessante, e mi ha dato la possibilità di essere sul set nei giorni delle riprese. 

Per questo posso affermare che il cinema è un mondo (meraviglioso ma anche) mostruoso: dovreste vedere la quantità di persone che lavorano insieme per girare una scena. Sono tantissimi, tra attori e tecnici, e tutti quanti che vogliono giustamente avere il loro riconoscimento, e tutti quanti che vogliono fare i registi. Persino io che mi trovavo lì solo per documentare il backstage avrei voluto mandare in culo qualcuno, così, giusto per sentirmi più integrato nel gruppo.

Tra i vari professionisti c'era una donna che non credo di voler nominare, nel caso le venisse in mente di cercarsi su Google, trovare il mio blog e conseguentemente assoldare un sicario per uccidermi nel sonno. Il suo ruolo era quello di casting director, cioè doveva dirigere gli attori bambini del corto. Niente da dire, era molto brava nel suo lavoro. La sua tecnica principale, tuttavia, consisteva nel pronunciare le parole molto lentamente a un tono di voce sorprendentemente alto, un po' come faccio io quando spiego ai miei nonni come funziona il telecomando, o come fa mia mamma nelle chiamate interurbane.

Ma la cosa che mi è rimasta più impressa della casting director era il modo con cui chiedeva ai bambini di assumere un atteggiamento gioioso. Dovete sapere che la scena prevedeva che dei marmocchi vestiti da scout facessero il saluto dei lupetti con un grandissimo sorriso stampato in faccia; il problema era che a Gennaio, sulle colline torinesi, la temperatura non era esattamente confortevole, pertanto questi poveri figlioli tremavano come gli orfani sfortunati dei romanzi di Charles Dickens.
E la casting director, una volta dato il ciak, urlava loro di essere felici. «Felicità! Felicità!!!» ripeteva prima che partisse l'azione, con gli occhi iniettati di sangue e la voce che assumeva una lieve inflessione germanica. «Felicità vera!» li ammoniva. Eh sì, perché non bastava fare finta di essere felici. Si doveva fare finta di essere felici in maniera autentica. «Martina, cos'è quella smorfia? Superfelicità! Dennis, Dennis, insomma, pensa a qualcosa di bello! Martina, ridi, RIDI, Martina vuoi ridere, eccheccavolo?!»

Stacco. Cambio scena.

In questi giorni sto leggendo un libro di Kurt Vonnegut. Me l'hanno regalato Ciccio, il mio amico che scambia il sale con lo zucchero; Pippi, la mia amica che scambia la salvia per la marijuana (e non vi dico quanto è saporita la sua variante del pollo con patate); e Davide, che è il mio amico da cui è bello andare a cena.

Il libro si chiama Quando siete felici, fateci caso e sono andati a comprarlo Ciccio e Pippi. In questo momento sto ridendo perché sembra una storia di Topolino. Dicevo: il libro si chiama Quando siete felici, fateci caso e sono andati a comprarlo Ciccio e Pippi. Posso distintamente immaginarli alla cassa della libreria, che non si ricordano il titolo.
- Scusi, stiamo cercando un libro.
- Certo, il titolo?
- Mmm, credo Non siate infelici, non è il caso
- Non è in catalogo, siete sicuri che sia questo il titolo?
- Provi con Quando siete felici, siete felici
- Niente.
- Se siete felici è solo un caso?
- No
- Siate felici ma mai a caso
- Nemmeno
- Il caso vuole che siate infelici
- Nisba
- Pippi, lasciamo perdere, prendiamogli la biografia di Beyoncé che è contento uguale.
- In copertina c'è il disegno di un gelato...
- Ah, ma certo: Quando siete felici, fateci caso, di Vonnegut!
- Sì ecco!

Comunque, lo sto leggendo. È una raccolta di discorsi motivazionali che Vonnegut ha letto alla cerimonia di laurea di alcune università americane. C'è un episodio narrato in molti discorsi, e riguarda Alex, lo zio dello scrittore, che nei momenti di più assurda semplicità, come quando era sotto l'ombra di un albero a bere limonata insieme alle persone a cui voleva bene, interrompeva la loro conversazione per dire: «Cosa c'è di più bello di questo?»

La differenza tra me e lo zio Alex è che io ho bisogno di una casting director che mi ricordi che sono felice, felice davvero.




Me lo corrompi, papà?
lunedì, febbraio 23, 2015 | Author: Ale [Tredici]

Il fatto che riesca a ricordare soltanto gli incubi e mai i sogni dovrebbe dare un’idea abbastanza precisa della mia personalità senza aver bisogno di consultare un luminare della psicologia. Quando mi sveglio non ho alcuna memoria di ciò che ho appena sognato e, secondo una rapida ricerca in rete che sconsiglio di effettuare a chi ha il mio stesso problema a meno che non voglia sentirsi un egocentrico e superficiale pezzo di merda, ciò è dovuto probabilmente a una scarsa attenzione per il mondo interiore, insieme a un pesante controllo su sé stessi e a troppa razionalità, oppure a ciò che da quando è iniziato il ventunesimo secolo siamo abituati a utilizzare come giustificazione di ogni nostro comportamento da stronzi, e cioè: “un periodo di forte stress”.

Essendo io molto stressato, succede che dimentico sempre il mio percorso onirico, ed è un peccato perché sono molto attento al mondo interiore, non tendo ad avere un ossessivo controllo su me stesso e sono razionale nella giusta misura, oltre che carino, simpatico ed estremamente intelligente.

Non biasimatemi, dunque, se per una volta che mi sveglio e mi ricordo alla perfezione ciò che ho appena sognato, annaspo con la mano sul comodino alla ricerca del cellulare e mi sbrigo a trascrivere tutti gli avvenimenti prodotti dal mio inconscio; e non biasimatemi se nelle successive due ore ho ammorbato svariati amici con la descrizione del mio incubo; e nemmeno dovreste biasimarmi se uso questo spazio per raccontarlo anche a voi. D’altronde, non mi capita spesso di sognare. E poi, be’, ho sognato Gianni Morandi.




Il sogno inizia in medias res, che è una formula che noi tutti impariamo in prima media senza che poi abbiamo mai occasione di usarla all’infuori della verifica di italiano. Mi trovo in montagna nel cottage di Gianni Morandi e della sua famiglia, e se vi state chiedendo come possa io esservi finito dovete mettervi l’animo in pace perché questo è un punto che non sono riuscito a chiarire nonostante il certosino lavoro di scavo operato sul mio povero inconscio.

Insieme a me, nel cottage di Gianni Morandi c’è il mio amico Ciuffo, che per chi non lo conoscesse è un ragazzo molto simpatico dalla testa tonda e dagli occhi grandi e sinceri, che un tempo aveva un pugno di capelli che svirgolavano verso l’alto conferendogli il soprannome con cui ancora oggi lo chiamano gli amici e perfino una considerevole parte di parentame.

Il buon vecchio Gianni Morandi è un ottimo padrone di casa. Ci accoglie con grandi sorrisi e parole ospitali. A un certo punto, apre un portone che dà niente meno che su una discesa di neve. Senza interrogarsi sul perché Gianni Morandi dovrebbe avere una pista per slittini in casa, il mio amico Ciuffo afferra un bob lì vicino e si getta tutto contento; io, che sono notoriamente più palloso, ringrazio Gianni Morandi dell’occasione ma gli comunico che soffro di vertigini e che pertanto non usufruirò della discesa. 

«Ma ti prego, Alessandro, dobbiamo arrivare a valle. C’è una sorpresa per voi!» esclama Gianni Morandi con la sua famigerata solarità.
«E va bene, Gianni Morandi, verrò a piedi.»

Una volta a valle, tuttavia, vedo qualcosa di strano. Proprio al limitare della discesa, una decina di sbarre emergono dalla neve. Guardando meglio, vedo che oltre le sbarre c’è il mio amico Ciuffo, evidentemente in stato confusionale. Sono perplesso. Mi volto verso Gianni Morandi per chiedergli se sapesse cosa stava succedendo.

«Gianni Morandi, cosa sta succedendo?»

Nel suo sguardo non c’è più traccia di sorriso. Alcune nervose imperfezioni del fondotinta rivelano delle rughe minacciose che gli rendono il volto vecchio e cattivo. I suoi occhi sono ridotti a fessure.

«Prendetelo» ordina Gianni Morandi, nella sua versione da malvagio dei telefilm anni Ottanta da cui sono evidentemente influenzato altrimenti non sognerei battute di dialogo così tamarre. Il punto è che mi ritrovo accerchiato da omoni nerboruti che mi prendono e mi gettano nella gabbia dove già si trova il mio amico Ciuffo.

La gabbia è circolare - un chiaro tributo del mio inconscio all’ultimo video di Sia - e Gianni Morandi ci guarda attraverso le sbarre. Non è solo: accanto a lui c’è il figlio Marco Morandi. Marco Morandi e Gianni Morandi ci guardano con un misto di serietà e perfida soddisfazione.

«Hai visto, figliolino? Li ho catturati...» dice Gianni Morandi.
«Sei stato bravissimo, papà» risponde Marco Morandi.

Io e il mio amico Ciuffo chiediamo spiegazioni, poi cerchiamo aiuto, ci disperiamo, urliamo, ma invano. Non c’è nessuno nei paraggi, ad eccezione dei due componenti della famiglia Morandi che ci fissano per tutto il tempo. 
«Adesso ci divertiamo un po’» dice Gianni Morandi, quando finiamo di gridare. La sua voce fa paura.

I Morandi inseriscono nella gabbia, uno per volta, una quindicina di pavoni. Il mio inconscio deve aver letto da qualche parte che i pavoni possono essere degli animali estremamente aggressivi. Ad ogni modo, gli uccelli incattiviti iniziano a rincorrere me e il mio amico Ciuffo, che piangiamo, gridiamo, e infine, stremati, ci offriamo ai pavoni per farla finita il prima possibile. 

È a quel punto che Marco Morandi pone fine alla tortura.
«E adesso papà devi corromperli.»

Okay, non ha senso, ma comunque dopo averci fatto rincorrere da pavoni imbizzarriti, i due Morandi ci liberano e ci promettono una quantità esorbitante di denaro in cambio del nostro silenzio.

«Ma quale silenzio, io vi denuncio sul mio blog!» replico io, senza alcuna logica, e proseguo argomentando: «Si chiama Zucchero Sintattico, e racconto i miei pensieri cercando di essere ironico ma offrendo talvolta interessanti spunti di riflessione, per esemp...»
«Infatti!» mi dà manforte il mio amico Ciuffo «e mettete anche il Mi piace alla sua pagina facebook, è molto simpatica!»
«Hai già raccontato dell’incidente?» mi chiede Gianni Morandi, che d’un tratto si è fatto preoccupato.
«Che incidente?»
«Papà, dannazione, ci siamo sbagliati, non sono loro i testimoni oculari del terribile incidente che ho provocato quando la notte scorsa guidando ubriaco ho investito due passanti innocenti dunque è del tutto inutile torturarli e cercare di corromperli in cambio del loro silenzio» conclude Marco Morandi, dando prova che perfino i miei sogni sono didascalici.

All’improvviso, una figura femminile sbuca da dietro un albero. È Taylor Swift, e ha una chitarra.
«Siete spacciati, Morandi: ho già inciso una canzone con la mia casa discografica in cui racconto il misfatto» dice Taylor, tra l’altro un’affermazione del tutto fantascientifica considerando che i testi della sua discografia riguardano amori finiti e irrecuperabili. «Da domani sarà prima sulle classifiche di iTunes, e per voi sarà la fine. Liberate subito Ale e il suo amico Ciuffo!»

Dopodiché mi sveglio, con la sensazione che qualcosa non torni e che, in un certo senso, sia meraviglioso così.





Disamina meticolosa delle sigle dei Pokemon
martedì, febbraio 10, 2015 | Author: Ale [Tredici]

Se ripenso a qualche anno fa, mi viene un pochino di nostalgia. È per questo che scrivo spesso riguardo alle icone del passato: non perché la mia generazione non abbia altri miti (Benedetta Parodi ne è la prova vivente) ma perché pensare ai Novanta e ai Duemila, un pochino, mi commuove.

Nel 2000 io ero, se non sbaglio, in quinta elementare. Lele e Alice si erano appena dichiarati amore eterno all'aeroporto, ma un nuovo mondo stava nascendo: quello dei Pokémon. All'inizio non c'erano le carte da gioco, quelle sarebbero venute poi, e anche le litigate tra me e mia sorella che beccava le rare brillanti superpotenti in ogni pacchetto mentre io scartavo per trovare il doppione di quella farfalla pidocchiosa di Venomoth.

Ad ogni modo, ho pensato a quanto ero affezionato al cartone animato dei Pokemon e, un po' perché siamo in periodo Sanremo, un po' perché è effettivamente molto divertente, vorrei fare una disamina, del tutto personale e poco oggettiva, delle sigle.



Tutti abbiamo nel cuore la prima sigla dei Pokemon e il "Gotta catch 'em all" che cantavamo storpiando le parole e sopratutto senza la minima idea di quel che volesse dire. Per ragioni affettive da non sottovalutare è la canzone più famosa, ma artisticamente non è la migliore, intanto perché l'abbiamo ascoltata talmente tante volte che adesso ci esce dalle orecchie (non è poi tanto diversa da un comizio di Beppe Grillo, in questo), ma anche e sopratutto per l'odiosissimo accento milanese di Giorgio Vanni.

Viva i pokemon
Tosti e prorompénti
Tutti differenti
Gotta catch 'em all




La seconda sigla si chiama Oltre i cieli dell'avventura, e se consideriamo il primo verso ("La libertà è un'avventura che non finisce mai") può sembrare l'inno della sezione giovani di Forza Italia, e invece è un componimento musicale molto più commovente di quello che introduceva il primo capitolo.

Dai vieni qua
ad allenarti e divertirti con noi

(Potrebbe essere lo slogan di una palestra per deficienti.)




Finalmente, arriviamo alla terza sigla: Always Pokemon. Non vorrei dire niente a riguardo, ma invece lo farò, perché rappresenta troppe cose per lasciarla così, in balia di giudizi gratuiti e beceri. Succede che Cristina D'Avena si accorge che i Pokemon stanno diventando sempre più importanti nel mondo dei cartoni animati, così decide di mettere le sue zampacce da vecchia babbiona nella sigla e affiancarsi a Giorgio Vanni nel cantarla. Il risultato è, dunque, meraviglioso.
Non che ve ne possa fregare qualcosa, ma questa è la mia sigla dei Pokemon preferita, perché è quella che musicalmente è più nelle mie corde: il sound ha precisi riferimenti alla dance-trance degli anni '90, e per quanto mi riguarda non ha nulla da invidiare a una qualsiasi canzone vincitrice dell'Eurovision Song Contest. Conchita who?

La forza della volontà ti porta dove va la tua curiosità
muovendoti con agilità




L'atmosfera si fa più buia nel mondo di quel lobotomizzato di Ash Ketchum. "Lobotomizzato" è la mia parola preferita di questo mese, lo dico perché potrei usarla in maniera totalmente avulsa dal contesto. I protagonisti della serie crescono, si fanno adulti, Misty probabilmente ha il suo primo ciclo, Cristina D'Avena ha avuto l'ultimo da un pezzo, e tutto questo si riflette sulla sigla. Tutto, eccetto l'agognato sangue di Cristina, che comunque continua a dilaniarci con la sua vocina che volevamo restasse confinata in Kiss Me Licia e tutte quelle altre robe sdolcinate e fracassacoglioni lì, perché i Pokemon sono roba da duri. Il secondo duetto con Giorgio Vanni si arricchisce di pseudo-cori da stadio che noi intoniamo più che volentieri: è The Johto Champions League.

C'è un sole che risplende allegro all'orizzonte
Di fronte a te e sale in alto sopra il monte




Cosa arriva dopo la Lega dei Campioni di Johto? Ma The Master Quest, naturalmente. Da qui in poi non ho più seguito lo sviluppo della serie e pertanto non riuscirò a fare i miei soliti brillanti collegamenti con le vicende di trama interne al cartone. Comunque, si registra un pesante uso dell'inglese ("Don't stop the future", che avrebbe potuto benissimo uscire dall'ufficio stampa di Renzi), che deriva probabilmente dalla gita a Londra di Giorgio Vanni e al suo perpetuo volersi adattare al linguaggio dei ragazzini; da notare anche la strizzatina d'occhio al pubblico di YuGiOh ("You must play the game").

Il futuro è qua e ti aspetta sempre un po' più in là

(...EH?!)



La sigla di Pokemon Advanced non mi è mai piaciuta. C'è troppo inglese e troppo pseudo rock, neanche David Bowie osava tanto.

Io ricomincio da qui navigando nel mondo che scorgo laggiù
Giri e rigiri così sempre più vagabondo ma con Pikachu




I continui riferimenti alla guerra e alla violenza mascherati da incitamenti al non mollare sono il motivo principale per cui ho sempre creduto che Battle Advanced fosse stata scritta a quattro mani da Bossi e Bush. Bushi, quindi. O Boshi. Vabbè. Comunque è una vera motivational song, tanto che la eleggo la mia seconda preferita dopo Always Pokemon. Dopo questa sigla i miei cuginetti, che eleggo come scusa ufficiale per il mio amore per le canzoni dei cartoni animati, non mi hanno più chiesto di scaricarne altre, forse perché hanno scoperto Emule, oppure perché magari si sono appassionati di altro, tipo i Gormiti. Spero non Breaking Bad.

Solo un pokemon vero
ha un cuore sincero
perciò sarà fiero 
di averti con sé





Non ho mai tratto grandi insegnamenti dai Pokemon, oltre al fatto che gli accenti acuti se li dimenticano tutti e che Psyduck è il più sottovalutato di tutti mai poi spacca i culi.
Questo post vuole essere una specie di ringraziamento. Le persone che crescevano mentre crescevo io sanno queste canzoni. E, qui lo dico e qui lo nego, non mi sono mai sgolato tanto quanto ai concerti di Cristina D'Avena e Giorgio Vanni.


Llorente nelle tendenze
domenica, febbraio 01, 2015 | Author: Ale [Tredici]

Una delle prime cose che un aspirante scrittore deve imparare è quella di liberarsi dell'idea che di notte si scrive meglio. Non è vero, è una gigantesca cazzata. La notte non è il luogo dove il talento è al suo punto di massima espressione, nonostante si sia portati a crederlo perché, certo, la luce soffusa, le stelle, il silenzio interrotto dalle poche automobili sotto casa, il pensiero che da qualche parte ci sia qualcuno che sta facendo all'ammore con due emme, è tutto così intimo e romantico, di notte, ma no: se il mattino dopo provate a rileggere quello che avete scritto, lo troverete quasi sicuramente ridondante, patetico e impreciso.

Vi trovate dunque di fronte a un bivio: o decidete di lavorare di giorno e spendere la notte a guardare serie tv e giocare a Quiz Duello come faccio io sprecando una quantità spropositata di tempo prezioso, oppure vi ripromettete di correggere e perfezionare il giorno dopo quello che avete scritto quando il buio vi illudeva di essere ispirati. Nemmeno Baudelaire scriveva durante la notte, che invece impiegava per mettersi in pari con Shameless.

Tutto questo noiosissimo pippone per dire che tuttavia, ma però, ciononostante, eppure, quantunque, nondimeno, ad ogni modo, l'altra sera era tardissimo e io mi gingillavo su twitter e improvvisamente mi accorgo che Llorente - che è un giocatore della Juve e io posso affermarlo con certezza dato che il mio vicino di casa è Pirlo, come mi premuro di ricordare ogni quindici minuti perché è l'unico pseudo contatto che ho con una qualche celebrità - è per qualche motivo in cima alle tendenze italiane. Sì, insomma, Llorente è l'hashtag più twittato di quella sera. Non so se avete presente il momento in cui venite illuminati da quella che considerate un'idea talmente geniale e strepitosa che dovete subito concretizzarla. Ecco, mi è successo, e poiché venivo da due ore di reading e lezione di Guido Catalano, ho buttato giù una specie di poesia bruttissima, che vi ripropongo in quanto sono masochista e non so che fare.




Premessa #1: a me il calcio non è che piaccia molto, ma non discrimino quelli a cui piace, cioè, nel senso, contenti loro... 

Premessa #2: preferisco di gran lunga Marchisio, ma non era nelle tendenze e comunque non fa rima con molte cose.




Llorente nelle tendenze

Caro Llorente,
sei nelle tendenze
senza esser morente.
Ti possiederei seduta stante.

Caro Llorente,
sei bono e attraente:
ti vuole la gente
adorar veramente.

Caro Llorente,
il sottoscritto non mente
ti penso sovente
e godo all'istante.

Caro Llorente,
non sei trasparente
specie se avente
la maglietta aderente.

Caro Llorente,
non son tuo parente:
se sei consenziente
giaciamo. Biblicamente.

Caro Llorente,
mi fa male un dente:
mi mostri il sergente?
Sarebbe rinvigorente.

Caro Llorente,
sarò controcorrente
ma ammetto mestamente
che tu, per quanto avvenente,
con G, lo studente
di furbizia carente
non molto intelligente
e poco vedente,
e che in più non ci sente
non ti ci cambierei, mai, per niente.