Il lato giusto della storia
domenica, maggio 17, 2015 | Author: Ale [Tredici]



Anche quest'anno è arrivato il 17 Maggio, giorno in cui ricorre la lotta contro l'omofobia, la bifobia e la transfobia. Prima o poi ci decideremo a inventare un'unica parola. 

Anche quest'anno è arrivato il 17 Maggio, e io mi trovo a scattare la consueta fotina con i sei colori della bandiera rainbow e a scrivere un post per l'occasione.

Anche quest'anno è arrivato il 17 Maggio e io, ve lo dico con tutta franchezza, non ce la faccio più. Non parlo dell'attivismo: mi spiace tantissimo per tutti quelli che sotto i link di Repubblica scrivono "avete rotto con sta storia dei diritti dei gay", ma non la smetteremo con sta storia dei diritti dei gay fin quando i gay (e le lesbiche e i bisessuali e le persone transessuali e transgender) non li avranno, questi diritti.

Con la parola diritti intendiamo un insieme di cose che comprendono principalmente la possibilità di sposarci, perché vogliamo vivere in uno Stato che riconosce la nostra esistenza, e la possibilità di adottare figli, perché come siete in grado voi di farlo lo siamo anche noi, e state diventando ridicoli con la questione che ai bambini serve un padre e una madre, perché se i bambini credono di sapere cosa gli serve è perché glielo mettete voi nella testa.

Quindi, ricapitoliamo: possibilità di sposarci e di adottare. E ci aggiungiamo subito subito una legge contro l'omofobia, perché dobbiamo poter stare tranquilli che se dei pazzi violenti ci menano lo Stato è dalla nostra parte. 

Ah, questo sarà un duro colpo, sedetevi: vogliamo poter divorziare. È buffo, vero? Sono sicuro che i più intelligenti di noi, quelli che lottano per questi diritti da anni, molti più anni di me, non appena potranno, considereranno il diritto di sposarsi come il regalo più prezioso del mondo; ma altri magari no, altri magari vorranno divorziare come fanno gli eterosessuali.

E da questo capite bene che nascono un sacco di altri diritti, alcuni legali e altri semplicemente etici, che vogliamo, pretendiamo, e inseriamo nel pacchetto di richieste che facciamo tutte insieme. Perché non ha senso chiedere una cosa per volta, non possiamo accontentarci di un'uguaglianza a metà. Vogliamo tutto. Gli altri diritti sono, per esempio, la possibilità di essere pubblicamente persone di merda. Vogliamo poter scheccare ed essere effeminati. Vogliamo poter essere stereotipi, se lo desideriamo. Vogliamo poter educare male i nostri figli, come potete farlo voi. Vogliamo poter litigare e dimostrare che non solo l'amore gay esiste ed è vero, ma anche l'odio. L'odio non è un'esclusiva eterosessuale, capito? Vogliamo liberarci dalla responsabilità sociale di essere gay: non è perché sono gay che devo essere un bravo cittadino. Io sono un bravo cittadino perché i miei genitori mi hanno insegnato così, non c'entra niente il mio orientamento sessuale. Se Luca e Marco educano male la loro bambina, è un problema di Luca e Marco, non di tutti gli omosessuali. Se Jessica va in televisione a dire scemenze, è Jessica che è scema, non tutta la categoria a cui appartiene. Vogliamo poter essere persone di merda, esattamente come possono decidere di esserlo gli eterosessuali.

Anche quest'anno è arrivato il 17 Maggio e io non ce la faccio più. Non ce la faccio più di chi dice che ci sono altri problemi, di chi dice che abbiamo rotto le palle con questa lotta, con queste manifestazioni di orgoglio. Ci sono anche dei gay a cui l'ho sentito dire, tanto per dimostrare che purtroppo o per fortuna abbiamo punti di vista molto vari.

Ma se oggi possiamo esprimerci liberamente (almeno questo!) lo dobbiamo a chi ha lottato negli scorsi decenni. È lo stesso discorso che vale per le altre categorie discriminizzate. Se non ci fossero stati gli attivisti per i diritti dei neri, o per i diritti delle donne, oggi questo mondo sarebbe stato ben diverso, e molto più ingiusto. Ma vi sognereste mai di dire a uno che ha lottato per i diritti dei neri: "che palle, tanto non serve a niente, peggiora solo le cose"?

Anche quest'anno è arrivato il 17 Maggio e io, onestamente, non ce la faccio più. Eppure continuo a scattare la fotina e a scrivere qualcosa a riguardo, che è solo un umile sforzo, e altre persone molto più volenterose di me continuano a lottare organizzando manifestazioni e collaborando con le associazioni. E lo facciamo da anni. E sapete perché? 

Perché non pensiamo più al presente. Pensiamo al futuro. Pensiamo che un bel giorno, quando nel mondo tutti potranno essere chi vogliono e amare e odiare chi vogliono, i nostri figli andranno a scuola, e apriranno il libro di storia (sì, in questo futuro idialliaco si studierà ancora la storia, perché conoscere il passato aiuta a essere più buoni) e leggeranno di quel tempo remoto in cui gli esseri umani erano divisi tra chi voleva pari diritti tra gay e etero e chi no, e si chiederanno come è stato possibile che esistesse un tempo in cui c'erano così tante discriminazioni; e quel giorno i bambini ringrazieranno coloro che hanno lottato per far sì che il mondo fosse uguale per tutti. Continuiamo a lottare perché pensiamo che un giorno qualcuno dirà che ci siamo schierati dal lato giusto della storia.



Non ti puoi sedere con noi
domenica, maggio 10, 2015 | Author: Ale [Tredici]

Uno dei miei film preferiti è Mean girls, che spero conosciate altrimenti c'è la discreta possibilità che leggiate questo blog senza capirne l'ironia, oppure perché siete mia mamma. A proposito, ciao mamma. 

Mean girls è una delle mie principali fonti di ispirazione, insieme a Paperoga, ai biscotti tarocchi della Lidl e al barbone di Borgo Dora convinto di essere un grande architetto. Potrebbe sembrare un film per ragazzini deficienti, ma col passare del tempo mi sono accorto che la sua brillantezza sfiora la genialità, ed è anche costruito in maniera perfetta dal punto di vista della sceneggiatura che, a proposito, è di Tina Fey, e lo scrivo perché sarebbe bello se si cominciasse ad apprezzare anche il cast tecnico di un film, oltre che gli attori famosi. 

La protagonista di Mean girls è una ragazza (interpretata da una Lindsay Lohan ancora libera di circolare nello Stato americano e pertanto poco interessante ma per fortuna dopo poco ha iniziato a farsi arrestare a intervalli regolari) che si trova a dover frequentare la scuola superiore dopo tanti anni in cui ha vissuto in Africa con i genitori archeologi. Scopre presto che il mondo dei teenager è forse peggio di quello animale. 
Al vertice della giungla sociale ci sono tre stronzette soprannominate "le barbie", che la nuova arrivata vuole cercare di sabotare. 

Considero Mean girls una specie di Bibbia. Fate conto che farò cominciare il video del mio progetto scolastico finale con un estratto del film. Soprattutto, utilizzo Mean girls per capire cose della vita.

Una cosa accaduta in questi giorni mi ha ricordato di quando, a quindici anni, il giovane controllore di un treno volesse multarmi perché secondo lui le mie scarpe poggiate sul sedile di fronte al mio avrebbero danneggiato irreparabilmente il vagone. Ora, io non sono mai stato un ribelle, se si escludono occasioni in cui sono effettivamente andato contro corrente, come quando leggevo i racconti dell'orrore di Poe in spiaggia o quando mi ostino ad abbinare fragola e cioccolato, il cui connubio nel gelato "è un delitto", cit. Non si poggiano i piedi sui sedili, è vero, e colgo l'occasione per scusarmi con tutti i sedili del mondo che si possono essere sentiti offesi dal mio gesto, e mi scuso anche con tutti i potenziali culi che si sarebbero potuti sedere su un sedile così compromesso. Ho sbagliato, ho agito sovrappensiero, è vero. Ma bastava dirmi di togliere i piedi. Okay, è successo a me, e sono di parte, naturalmente. Ho sbagliato, ma per certi sbagli non c'è bisogno di una punizione. E in effetti il controllore si è esibito nella sua sfuriata, ma poi ha lasciato perdere.

Mi sono accorto che è successa una cosa simile anche in Mean girls. Regina George si era presentata al tavolo delle barbie in tuta, ed era lunedì. E le barbie non indossano la tuta di lunedì, mai. Gretchen Wieners non può sopportarlo, e istericamente grida a Regina: "Non puoi sederti con noi!".
Non puoi sederti con noi è il modo con cui io chiamo i momenti in cui qualcuno non riesce a raccogliere un po' di buon senso per capire che si può sbagliare. E che la reazione deve essere proporzionata.






The importance of being a loser
domenica, aprile 26, 2015 | Author: Ale [Tredici]



La questione non è essere o non essere. Non è mai stata davvero la questione per nessuno, quella. 

Nell'episodio che sto per raccontarvi la questione potrebbe invece ricondursi all'essere sfigati o non esserlo, ma con un abile stratagemma narrativo che nel linguaggio tecnico si chiama promessa e che serve per incuriosire lo spettatore dandogli un motivo per seguire la storia fino alla fine vi anticipo che non è nemmeno questo, il punto. 

La questione non è la serie di eventi che comincia con l'orario assassino di questa settimana di lezioni per il quale non riesco a trovare altro giorno per andare a fare la spesa se non l'ultimo del weekend, durante il quale il cielo non è esattamente sereno come è stato fino al venerdì ma non si preannunciava nemmeno troppo catastrofico, con quel solito alone grigio che separa Torino dal sole.

La questione, dunque, non è la puntualità con cui un cataclisma atmosferico, che i meteorologi stessi si rifiutano di chiamare pioggia data la portata e la forza dell'evento, si è abbattuto su di me non appena, carico di borse, ho messo piede fuori dalla Lidl, bensì che, nonostante gli dèi o il caso o la sfiga cosmica abbiano mandato un temporale ad accompagnarmi precisamente per il tragitto dal supermercato a casa, io avevo l'ombrello.

La fortuna, a volte, si impara.



Ricordami
mercoledì, aprile 15, 2015 | Author: Ale [Tredici]

Non vorrei passare per superficiale, ma mi piacciono molto gli addominali.




Anzi. Siamo su internet, quindi non vedo perché non dovrei sputtanarmi completamente per evitare di dire che la superficialità è una cosa meravigliosa.
Anzi, no, cambio idea di nuovo. Siamo su internet, quindi non vedo perché non dovrei dimostrarmi un perfetto incoerente contraddicendomi subito e affermando, dunque, che la superficialità non è affatto una cosa meravigliosa, ma perlomeno è innocua, e spesso fa ridere.
Quello che davvero detesto è quando, in un delirio di onnipotenza causato probabilmente dal prendersi troppo sul serio, si nasconde il proprio essere vuoti dietro un telo di finta drammaticità, di toni pesanti, di pretese e premesse profonde. Esibire una presunta profondità non è altro che una subdola forma di superficialità.

Per esempio, recentemente mi è capitato di entrare in un palazzo che avrebbe dovuto pullulare di scrittori e poeti e personalità importanti, e le premesse facevano ben sperare date le dimensioni dell'edificio e la sua fantastica posizione nella penisola di Manhattan. Invece, non appena varco l'ingresso e il consierge mi augura buona serata e l'ascensore mi porta al dodicesimo piano, io entro nell'appartamento dall'incantevole vista sul fiume Hudson per poi accorgermi che sono in un posto completamente vuoto, circondato da persone il cui spessore era in tutta probabilità soltanto virtuale. Mi sembrava di essere in un rendering dell'Expo.

Ma torniamo ad argomenti più maturi: gli addominali.
Mi trovavo in una discoteca e, contrariamente al resto degli esseri umani presenti, ero sobrio. La combinazione discoteca - sobrietà non è mai un connubio favorevole, intanto perché pone degli evidenti limiti alla comunicazione con terzi (ricordo un tipo il cui alito puzzava di vodka mentre mi diceva che non era ubriaco e che mi salutava tanto sua zia) e poi per la difficoltà ad apprezzare il mondo. Così mi sono concentrato sull'aspetto più gradevole dell'ambiente, e cioè il cubista (il quale, per ragioni prettamente frivole e idiote, sarà d'ora innanzi chiamato Battista il cubista), che indossava degli slip argentati e una sciarpa di lino dorato attorno al volto, coerentemente col tema della serata che credo fosse Agrabah.
In realtà il momento di ammirazione non è durato molto, perché sono stato colpito dal tatuaggio che il ragazzo aveva sotto l'ombelico. Sì, il tatuaggio, il tatuaggio, maledette galline.

Il fatto è che proprio in prossimità dell'ombelico aveva scritto «Ricordami».

Così ho iniziato a pensare ai motivi che dovrebbero spingere qualcuno a tatuarsi Ricordami sugli addominali, e ho concluso le ipotesi che seguono.

1) Battista il cubista era innamorato di una persona, che però l'ha lasciato. Lo distruggerebbe sapere che quella persona si è rifatta una nuova vita con qualcuno che probabilmente è più alto di lui, più affascinante e più bravo a Nomi cose e città, così spera che tatuandosi «Ricordami» sull'addome, il vecchio amore non dimentichi i bei tempi spesi con lui.

2) È il contrario, e cioè è l'ex di Battista il cubista che, dopo essere stato lasciato, preso dalla disperazione lo ha tramortito per poi tatuargli «Ricordami» sulla pancia. In questo modo, ogni volta che Battista si farà un selfie in palestra, non potrà sottrarsi alla memoria.

3) Battista il cubista soffre di perdita di memoria a breve termine come quel pesce viola amico di Nemo che avrebbe bisogno di ansiolitici, così, temendo di fare del male a qualcuno e scordarlo poco dopo, si tatua «Ricordami» sugli addominali, come monito. Una specie di Memento ambientato in una discoteca gay.

4) Ci sono tanti modi di creare un promemoria. Per esempio, io mi scrivo una nota sul cellulare. Mia mamma si mette la fede nell'anulare della mano destra. Salvini lo incide sulle roulotte dei rom con lo spray rosso. E Battista il cubista se lo tatua addosso.

5) Battista il cubista è un tamarro.




Gli ombrelli cinesi
lunedì, marzo 16, 2015 | Author: Ale [Tredici]

L’inferno sono gli altri.
- Sartre

You can stand under my umbrella.
- Rihanna




Siccome mi piace cambiare, compro sempre gli ombrelli nei negozi dei cinesi. 

Mi sono ritrovato in una strada di Torino senza essere in possesso di un ombrello. Si è messo a piovere, perché presto o tardi succede, che piove, e a Torino tende a succedere prima. Sapete, qua piove molto, e all’inizio non ci ero abituato. Non che nelle altre città non esista il maltempo, ma a Torino la pioggia fa parte dell’immaginario collettivo, un po’ come le gondole a Venezia, le piadine a Rimini, i fashion blogger a Milano

Di solito capita che dopo le prime settanta gocce di pioggia accorrano in nostro soccorso svariate decine di venditori dotati una straordinaria quantità di ombrelli. In quell’occasione non è successo, cosicché sono entrato in un negozio di cinesi. Quando parlo di “negozio di cinesi” non intendo un posto dove vengono venduti cinesi, sebbene gli esseri umani siano l’unica cosa a non essere commerciata in questo tipo di negozi: qui puoi trovare qualsiasi cosa, dalle scarpe tarocche alle paperelle da bagno. Lo scatolone fabbricone dell’Albero Azzurro altro non è che una versione portatile di un negozio di cinesi. Dodò cucina i gatti nella wok. 

Così sono entrato e ho chiesto un ombrello. La tizia alla cassa, che è magra e coi capelli neri e probabilmente è la stessa in tutti i negozi di cinesi d’Italia, mi ha indicato una scatola piena zeppa di ombrelli di vari colori. Ne ho comprato uno bianco, intanto perché quello leopardato non credevo s’intonasse con la mia giacca, e poi perché spinto da una solidarietà multietnica volevo evitare alla signorina l’imbarazzo di dover pronunciare un colore con la erre (“pel questo omblello velde lamallo elettlico sono tle eulo e tlenta, glazie”). 

Ma con l’ombrello bianco non ha funzionato. Quella sera sono uscito con un ragazzo, e per per non sembrare Glinda la Strega buona del Sud, mi sono fatto un pezzo di strada sotto la pioggia. Meno male che a Torino ci sono i portici, e che gli ombrelli cinesi sono praticamente usa e getta.

Ben presto, infatti, sono finito in un negozio di cinesi a comprarne un altro. Stavolta me ne sono fregato altamente degli inevitabili difetti di pronuncia della tizia magra e dai capelli neri che costituiva la prova vivente che la scienza orientale è già arrivata alla clonazione umana, e ne ho comprato uno rosso. “Sì, vorrei questo ombRello Rosso non pRopRio poRpoRa ma più scaRlatto, gRazie.” Quando voglio so essere davvero uno stronzo, anche se poi i sensi di colpa sono così forti che mi chiudo in casa per una settimana a scrivere post dalla dubbia moralina filosofica. 

Ma nemmeno col rosso è andata bene, perché poco dopo aver dispiegato le sottili ed estremamente fragili stecche dell’ombrello mi sono accorto che quel colore in mano ai cinesi è terribilmente acceso. Non per niente lo mettono anche sulla loro bandiera. Mentre giravo per le strade grigie di Torino, ero una patacca rossa in un film in bianco e nero. Sembravo la bimba di Shindler’s list, e tutti noi sappiamo la fine che fa.

Ma tanto l’ombrello si è rotto dopo pochi giorni, e rieccomi dentro un terzo negozio di cinesi dove trovo la tizia magra e dai capelli neri che forse non sarà l’equivalente umano della pecora Dolly ma allora è di sicuro il prodotto di un immenso parto plurigemellare. Stavolta scelgo un ombrello nero. Raffinato, elegante. Il nero sta bene su tutto, e oltretutto sfina. L’ombrello nero si amalgama nell’aria uggiosa, non c’è contrasto né stonatura, una perfetta soluzione per passare inosservati e in qualche modo perseguire la normalità.

Oggi ho incontrato una sconosciuta che aveva un ombrello giallo. Ho pensato che non era poi così male. 

E ho notato anche che: nessuno fa caso agli ombrelli degli altri, mai.




Felicità vera
venerdì, marzo 06, 2015 | Author: Ale [Tredici]


Il cinema è un mondo mostruoso, e non mi riferisco a Cinquanta sfumature di grigio. 

Mi piace molto guardare film perché, oltre al fatto che mi ritrovo in tutti i personaggi complessati dallo sviluppo drammatico, mi succede spesso di concentrarmi sulle cose che ho trovato belle, più che sui difetti. Nella vita non mi accade mai, nel senso che se un avvenimento comporta quasi tutte conseguenze eccezionali io mi concentrerò sull'unica impercettibile sfumatura negativa della situazione. Ma al cinema no, al cinema se c'è anche solo una scena o una battuta di dialogo che mi fa vibrare qualcosa dentro, allora so che i soldi del biglietto sono stati ben spesi.

Comunque, qualche mese fa ho accettato di fare il social media manager per un cortometraggio di alcuni amici, che in parole povere significa che dovevo gestire la pagina facebook. L'esperienza è stata dura ma interessante, e mi ha dato la possibilità di essere sul set nei giorni delle riprese. 

Per questo posso affermare che il cinema è un mondo (meraviglioso ma anche) mostruoso: dovreste vedere la quantità di persone che lavorano insieme per girare una scena. Sono tantissimi, tra attori e tecnici, e tutti quanti che vogliono giustamente avere il loro riconoscimento, e tutti quanti che vogliono fare i registi. Persino io che mi trovavo lì solo per documentare il backstage avrei voluto mandare in culo qualcuno, così, giusto per sentirmi più integrato nel gruppo.

Tra i vari professionisti c'era una donna che non credo di voler nominare, nel caso le venisse in mente di cercarsi su Google, trovare il mio blog e conseguentemente assoldare un sicario per uccidermi nel sonno. Il suo ruolo era quello di casting director, cioè doveva dirigere gli attori bambini del corto. Niente da dire, era molto brava nel suo lavoro. La sua tecnica principale, tuttavia, consisteva nel pronunciare le parole molto lentamente a un tono di voce sorprendentemente alto, un po' come faccio io quando spiego ai miei nonni come funziona il telecomando, o come fa mia mamma nelle chiamate interurbane.

Ma la cosa che mi è rimasta più impressa della casting director era il modo con cui chiedeva ai bambini di assumere un atteggiamento gioioso. Dovete sapere che la scena prevedeva che dei marmocchi vestiti da scout facessero il saluto dei lupetti con un grandissimo sorriso stampato in faccia; il problema era che a Gennaio, sulle colline torinesi, la temperatura non era esattamente confortevole, pertanto questi poveri figlioli tremavano come gli orfani sfortunati dei romanzi di Charles Dickens.
E la casting director, una volta dato il ciak, urlava loro di essere felici. «Felicità! Felicità!!!» ripeteva prima che partisse l'azione, con gli occhi iniettati di sangue e la voce che assumeva una lieve inflessione germanica. «Felicità vera!» li ammoniva. Eh sì, perché non bastava fare finta di essere felici. Si doveva fare finta di essere felici in maniera autentica. «Martina, cos'è quella smorfia? Superfelicità! Dennis, Dennis, insomma, pensa a qualcosa di bello! Martina, ridi, RIDI, Martina vuoi ridere, eccheccavolo?!»

Stacco. Cambio scena.

In questi giorni sto leggendo un libro di Kurt Vonnegut. Me l'hanno regalato Ciccio, il mio amico che scambia il sale con lo zucchero; Pippi, la mia amica che scambia la salvia per la marijuana (e non vi dico quanto è saporita la sua variante del pollo con patate); e Davide, che è il mio amico da cui è bello andare a cena.

Il libro si chiama Quando siete felici, fateci caso e sono andati a comprarlo Ciccio e Pippi. In questo momento sto ridendo perché sembra una storia di Topolino. Dicevo: il libro si chiama Quando siete felici, fateci caso e sono andati a comprarlo Ciccio e Pippi. Posso distintamente immaginarli alla cassa della libreria, che non si ricordano il titolo.
- Scusi, stiamo cercando un libro.
- Certo, il titolo?
- Mmm, credo Non siate infelici, non è il caso
- Non è in catalogo, siete sicuri che sia questo il titolo?
- Provi con Quando siete felici, siete felici
- Niente.
- Se siete felici è solo un caso?
- No
- Siate felici ma mai a caso
- Nemmeno
- Il caso vuole che siate infelici
- Nisba
- Pippi, lasciamo perdere, prendiamogli la biografia di Beyoncé che è contento uguale.
- In copertina c'è il disegno di un gelato...
- Ah, ma certo: Quando siete felici, fateci caso, di Vonnegut!
- Sì ecco!

Comunque, lo sto leggendo. È una raccolta di discorsi motivazionali che Vonnegut ha letto alla cerimonia di laurea di alcune università americane. C'è un episodio narrato in molti discorsi, e riguarda Alex, lo zio dello scrittore, che nei momenti di più assurda semplicità, come quando era sotto l'ombra di un albero a bere limonata insieme alle persone a cui voleva bene, interrompeva la loro conversazione per dire: «Cosa c'è di più bello di questo?»

La differenza tra me e lo zio Alex è che io ho bisogno di una casting director che mi ricordi che sono felice, felice davvero.




Me lo corrompi, papà?
lunedì, febbraio 23, 2015 | Author: Ale [Tredici]

Il fatto che riesca a ricordare soltanto gli incubi e mai i sogni dovrebbe dare un’idea abbastanza precisa della mia personalità senza aver bisogno di consultare un luminare della psicologia. Quando mi sveglio non ho alcuna memoria di ciò che ho appena sognato e, secondo una rapida ricerca in rete che sconsiglio di effettuare a chi ha il mio stesso problema a meno che non voglia sentirsi un egocentrico e superficiale pezzo di merda, ciò è dovuto probabilmente a una scarsa attenzione per il mondo interiore, insieme a un pesante controllo su sé stessi e a troppa razionalità, oppure a ciò che da quando è iniziato il ventunesimo secolo siamo abituati a utilizzare come giustificazione di ogni nostro comportamento da stronzi, e cioè: “un periodo di forte stress”.

Essendo io molto stressato, succede che dimentico sempre il mio percorso onirico, ed è un peccato perché sono molto attento al mondo interiore, non tendo ad avere un ossessivo controllo su me stesso e sono razionale nella giusta misura, oltre che carino, simpatico ed estremamente intelligente.

Non biasimatemi, dunque, se per una volta che mi sveglio e mi ricordo alla perfezione ciò che ho appena sognato, annaspo con la mano sul comodino alla ricerca del cellulare e mi sbrigo a trascrivere tutti gli avvenimenti prodotti dal mio inconscio; e non biasimatemi se nelle successive due ore ho ammorbato svariati amici con la descrizione del mio incubo; e nemmeno dovreste biasimarmi se uso questo spazio per raccontarlo anche a voi. D’altronde, non mi capita spesso di sognare. E poi, be’, ho sognato Gianni Morandi.




Il sogno inizia in medias res, che è una formula che noi tutti impariamo in prima media senza che poi abbiamo mai occasione di usarla all’infuori della verifica di italiano. Mi trovo in montagna nel cottage di Gianni Morandi e della sua famiglia, e se vi state chiedendo come possa io esservi finito dovete mettervi l’animo in pace perché questo è un punto che non sono riuscito a chiarire nonostante il certosino lavoro di scavo operato sul mio povero inconscio.

Insieme a me, nel cottage di Gianni Morandi c’è il mio amico Ciuffo, che per chi non lo conoscesse è un ragazzo molto simpatico dalla testa tonda e dagli occhi grandi e sinceri, che un tempo aveva un pugno di capelli che svirgolavano verso l’alto conferendogli il soprannome con cui ancora oggi lo chiamano gli amici e perfino una considerevole parte di parentame.

Il buon vecchio Gianni Morandi è un ottimo padrone di casa. Ci accoglie con grandi sorrisi e parole ospitali. A un certo punto, apre un portone che dà niente meno che su una discesa di neve. Senza interrogarsi sul perché Gianni Morandi dovrebbe avere una pista per slittini in casa, il mio amico Ciuffo afferra un bob lì vicino e si getta tutto contento; io, che sono notoriamente più palloso, ringrazio Gianni Morandi dell’occasione ma gli comunico che soffro di vertigini e che pertanto non usufruirò della discesa. 

«Ma ti prego, Alessandro, dobbiamo arrivare a valle. C’è una sorpresa per voi!» esclama Gianni Morandi con la sua famigerata solarità.
«E va bene, Gianni Morandi, verrò a piedi.»

Una volta a valle, tuttavia, vedo qualcosa di strano. Proprio al limitare della discesa, una decina di sbarre emergono dalla neve. Guardando meglio, vedo che oltre le sbarre c’è il mio amico Ciuffo, evidentemente in stato confusionale. Sono perplesso. Mi volto verso Gianni Morandi per chiedergli se sapesse cosa stava succedendo.

«Gianni Morandi, cosa sta succedendo?»

Nel suo sguardo non c’è più traccia di sorriso. Alcune nervose imperfezioni del fondotinta rivelano delle rughe minacciose che gli rendono il volto vecchio e cattivo. I suoi occhi sono ridotti a fessure.

«Prendetelo» ordina Gianni Morandi, nella sua versione da malvagio dei telefilm anni Ottanta da cui sono evidentemente influenzato altrimenti non sognerei battute di dialogo così tamarre. Il punto è che mi ritrovo accerchiato da omoni nerboruti che mi prendono e mi gettano nella gabbia dove già si trova il mio amico Ciuffo.

La gabbia è circolare - un chiaro tributo del mio inconscio all’ultimo video di Sia - e Gianni Morandi ci guarda attraverso le sbarre. Non è solo: accanto a lui c’è il figlio Marco Morandi. Marco Morandi e Gianni Morandi ci guardano con un misto di serietà e perfida soddisfazione.

«Hai visto, figliolino? Li ho catturati...» dice Gianni Morandi.
«Sei stato bravissimo, papà» risponde Marco Morandi.

Io e il mio amico Ciuffo chiediamo spiegazioni, poi cerchiamo aiuto, ci disperiamo, urliamo, ma invano. Non c’è nessuno nei paraggi, ad eccezione dei due componenti della famiglia Morandi che ci fissano per tutto il tempo. 
«Adesso ci divertiamo un po’» dice Gianni Morandi, quando finiamo di gridare. La sua voce fa paura.

I Morandi inseriscono nella gabbia, uno per volta, una quindicina di pavoni. Il mio inconscio deve aver letto da qualche parte che i pavoni possono essere degli animali estremamente aggressivi. Ad ogni modo, gli uccelli incattiviti iniziano a rincorrere me e il mio amico Ciuffo, che piangiamo, gridiamo, e infine, stremati, ci offriamo ai pavoni per farla finita il prima possibile. 

È a quel punto che Marco Morandi pone fine alla tortura.
«E adesso papà devi corromperli.»

Okay, non ha senso, ma comunque dopo averci fatto rincorrere da pavoni imbizzarriti, i due Morandi ci liberano e ci promettono una quantità esorbitante di denaro in cambio del nostro silenzio.

«Ma quale silenzio, io vi denuncio sul mio blog!» replico io, senza alcuna logica, e proseguo argomentando: «Si chiama Zucchero Sintattico, e racconto i miei pensieri cercando di essere ironico ma offrendo talvolta interessanti spunti di riflessione, per esemp...»
«Infatti!» mi dà manforte il mio amico Ciuffo «e mettete anche il Mi piace alla sua pagina facebook, è molto simpatica!»
«Hai già raccontato dell’incidente?» mi chiede Gianni Morandi, che d’un tratto si è fatto preoccupato.
«Che incidente?»
«Papà, dannazione, ci siamo sbagliati, non sono loro i testimoni oculari del terribile incidente che ho provocato quando la notte scorsa guidando ubriaco ho investito due passanti innocenti dunque è del tutto inutile torturarli e cercare di corromperli in cambio del loro silenzio» conclude Marco Morandi, dando prova che perfino i miei sogni sono didascalici.

All’improvviso, una figura femminile sbuca da dietro un albero. È Taylor Swift, e ha una chitarra.
«Siete spacciati, Morandi: ho già inciso una canzone con la mia casa discografica in cui racconto il misfatto» dice Taylor, tra l’altro un’affermazione del tutto fantascientifica considerando che i testi della sua discografia riguardano amori finiti e irrecuperabili. «Da domani sarà prima sulle classifiche di iTunes, e per voi sarà la fine. Liberate subito Ale e il suo amico Ciuffo!»

Dopodiché mi sveglio, con la sensazione che qualcosa non torni e che, in un certo senso, sia meraviglioso così.