Di come ho cambiato idea sul couchsurfing
mercoledì, agosto 12, 2015 | Author: Zucchero Sintattico


La prima impressione che ho avuto del couchsurfing, ispirato dall'acidità dovuta al non avere rapporti sessuali da diverso tempo, è che fosse un modo con cui i poveri potessero ottenere vitto e alloggio in diverse parti del mondo senza in pratica dare nulla in cambio. Insomma: se non vuoi pagare un appartamento su AirBnb o un albergo e hai abbastanza faccia tosta, ti iscrivi a questo sito dove puoi trovare una casa in cui un ingenuo ma gentile tontolone ti ospiterà, fornendoti un letto, un pasto caldo e, se sei fortunato, uno schermo su cui vedere Legally Blonde.

Pensavo cose bruttissime del couchsurfing, inizialmente. Poi è successa una cosa, e ho cambiato idea.




Quello che ho scritto nel preambolino pre-titolo, che a me piace tanto inserire perché mi ricorda il pezzo di episodio di una serie tv che viene prima della sigla, non è del tutto vero. In realtà non avevo alcun parere del couchsurfing, se non che quella scriteriata della mia coinquilina andata a girare le Americhe lo usa spesso.

Poi mi sono trasferito a Milano per lavorare nella redazione di una radio. Nella nuova casa coabito con un ragazzone salernitano e trapezoidale, alto due metri e con un petto così ampio che credo sia considerato terreno edificabile; e nonostante le dimensioni potenzialmente minacciose, il nuovo coinquilino è una delle persone più dolci, buone e gentili che abbia mai conosciuto.

Essendo la versione muscolosa di Biancaneve, il nuovo coinquilino è molto disponibile a ospitare persone tramite il couchsurfing. Io l'ho scoperto quando una mattina mi sono trovato a fare colazione con un messicano di nome Carlos (o Raoul, o Pedro, o Don Diego, insomma era mattina). Il mio organismo perverso e astinente dagli atti carnali comincia subito a sceneggiare improbabili film porno: era praticamente scontato che Carlos fosse stato rimorchiato su Grindr, e che l'ospite avesse appena consumato col coinquilino una calda notte di passione. Invece, come potete immaginare, era solo uno del couchsurfing.

Non essendo molto pratico, il secondo giorno l'ho chiuso in casa per sbaglio. Uno ha tante cose per la testa, e si ricorda di avere in casa un messicano solo quando la sera apre la porta d'ingresso e lo trova acciaccato in soggiorno che rantola per la fame

"Ehm, sorry. Do you want un biscotto?"

Il coinquilino, in maniera molto perspicace, ha pensato bene di avvertirmi, la seconda volta che ha ospitato qualcuno. Stavolta si trattava di un inglese e un tedesco. La prima sera ho lasciato conversare l'inglese, il tedesco e l'italiano da soli, perché sono molto timido e poi perché sembrava una barzelletta. 

Il giorno dopo riesco a non chiudere nessuno dentro casa, e questo è già un grande passo avanti. La sera mi faccio coraggio e mi dico che devo provare a scambiare due parole coi forestieri, intanto perché non è bello essere sociopatici e anche perché mio nonno inconsapevole della cruda verità si vanta candidamente di avere un nipote che sa l'inglesAHAHAHAHAH e insomma ogni tanto voglio provare a non deludere mio nonno.

Deciso a interagire coi forestieri, mi presento prima all'inglese, che in quel momento sta lavando le mutande nella vasca ed è tutto un po' imbarazzante, così per lenire il disagio sfoggio un "Don't worry!", la cui pronuncia ho ben presente a causa di quella fastidiosissima canzone che in radio passano continuamente. Se una frase è in una canzone in rotazione nelle radio, probabilmente so cosa significa e posso usarla in una conversazione, infatti sto ancora aspettando l'occasione giusta per dire cose che sfortunatamente richiedono una situazione precisa, e mi riferisco in particolare a:
Don't believe me just watch,
Oh Maria Salvador te quiero mi amor tetraidro rivoluzione tra le note di questa canzone
Bitch I'm Madonna

Mi allontano dall'inglese e mi accingo a presentarmi al tedesco. Ho in mano un piatto contenente centocinquanta grammi di carbonara di zucchine e pancetta, e nel volto le migliori intenzioni. Arriva il tedesco, che è fatto così: capelli lunghi, biondo, abbronzato, occhi verdi, un metro e ottanta, muscoli guizzantissimi ovunque, tatuaggetto che spunta dalla canottiera e come ciliegina sulla torta una voce profonda venticinque centimetri che mi dice Hi, I'm Ralph, nice to meet you.

E io, in astinenza da diverso tempo e con una nuova, fulgida opinione del couchsurfing, ribatto con qualcosa che suonava pericolosamente come: This summer's gonna hurt like a motherfucker u-hu fucker u-hu.








La Scala della Bellezza
mercoledì, luglio 29, 2015 | Author: Zucchero Sintattico

Questo post nasce come articolo su Zucchero Sintattico. Poi si trasforma in un racconto con protagonisti Amanda Lear e il suo toyboy. Dopodiché perde di nuovo il contesto narrativo per approdare sul sito di Radio Deejay. Mi sembrava giusto ripubblicarlo sul blog, per chiudere il ciclo. Adesso basta eh.




EHI!
Potete ascoltare questo post
cliccando QUI


Quante volte ci troviamo a chiacchierare insieme ad amici e amiche e passa vicino a noi una persona di cui è assolutamente necessario commentare l'aspetto esteriore? Quante volte siamo al supermercato, in metro, in aula studio, a pranzo nel bar sotto l'ufficio, e notiamo nelle vicinanze un essere umano di cui dobbiamo immediatamente riferire alla nostra rubrica telefonica il fascino estetico che emana?

Tante. Tantissime. Innumerevoli. Che lo vogliamo o no, commentare l'apparenza è un'attività che ci contraddistingue in quanto creature terrestri.

Si rende dunque necessario uno strumento oggettivo e pseudoscientifico che ci permetta di quantificare la bellezza (o la bruttezza) altrui. Uno strumento condiviso, accessibile da tutti, a cui chiunque possa riferirsi quando capita una situazione del genere.

Signore e signori, dopo tanti anni questo strumento esiste, e oggi ve lo presentiamo (in maniera molto ironica, sia chiaro: non prendetelo troppo sul serio!). 

Signore e signori, ecco a voi la Scala della Bellezza.


Immagini di repertorio
Il primo livello della Scala della Bellezza parte dalla risicata sufficienza. La Scala della Bellezza non tiene in considerazione le persone brutte, che per non offendere nessuno è meglio classificare secondo altri criteri, come quello della simpatia, dell'intelligenza o del grado di istruzione raggiunto. La Scala della Bellezza ha inizio con le persone fattibili, cioè quelle con cui, se si è particolarmente ubriachi o masochisti o disperati o se si è fatto un fioretto al proprio Dio, è possibile concedersi.

Un pelo sopra il cesso, fattibile è colui o colei che, essendo dotato di apparato respiratorio, può offrire il semplice ma sempre gradevole sollazzo sessuale nei bagni di una discoteca.



Lena Dunham
Il secondo gradino della Scala della Bellezza comprende le persone carine. Un cospicuo numero di parlanti ritiene che la categoria dei carini sia addirittura da considerarsi inferiore a quella dei fattibili: perché, diciamolo, "carino" si dice a un gatto, o a un vestito comprato al mercato. Per certi versi, la creatura considerata carina è effettivamente più gradevole dal punto di vista estetico rispetto al fattibile, ma il suo coefficiente comunicativo (ovvero: se ti ispira la voglia di combinarci qualcosa insieme) è addirittura più basso.



Poraccio random preso da Instagram
Dall'enorme insoddisfazione generata dal secondo livello, la Scala della Bellezza propone una terza categoria: quella dei mooolto carini e delle mooolto carine. Si scrive proprio così, con tre o, a suggerire una certa enfasi nella pronuncia.

"Sono uscita con Gianfilippo, che ne pensi?"
"Mooolto carino!", replicherà il vostro interlocutore, che non vorrà classificare la persona del vostro appuntamento nella sfera né carne né pesce dei carini, ma non se la sentirà nemmeno di elevarla allo stadio successivo.

Per farlo, avrebbe dovuto dire...



Il tizio di Mozart in the Jungle e un occhio a caso preso su Instagram
Da sempre è considerata una frase ambigua, una di quelle cose che si dicono per sbrogliarsi dalle situazioni imbarazzanti, come "particolare" o "simpatica". Ma la Scala della Bellezza ha voluto oggettivizzarla, quantificarla, attribuendole la quarta posizione all'interno della classifica.
Coloro che sono un tipo hanno uno o più dettagli che li rendono esteticamente superiori agli altri. Alcuni esempi sono gli occhi verdi, il mento a punta, una perfetta linea delle labbra, le dita sottili. Insomma, non c'è una vera omogenea bellezza d'insieme, ma quel preciso particolare che li fa spiccare.



Pietro Boselli e Pink
Il significato di figo e di figa è abbastanza intuitivo: al giorno d'oggi, la parola viene naturale e spontanea come dire "mamma" o "passami l'olio". Ma se così non fosse, elenchiamo di seguito una serie di sinonimi (sono scritti al maschile a causa della tendenza fallocentrica dell'italiano, ma di ognuno esiste il corrispettivo termine femminile).

Figo è sinonimo di: bono, bonazzo, manzo, topo, gnocco, fregno cosmico, fiero, fusto, adone, tronco d’omo, strafico, sgnacchero, bell’imbusto, discretoccio, gran pezzo di figliolo, masculo, fio, guapo, togo, fustaccio, figo della Madonna.

Il concetto, adesso, dovrebbe essere chiaro.



James Franco, che Dio lo benedica, e Eva Green

Il punto a cui volevamo arrivare. Tutto ruota attorno a questo concetto. Un bel ragazzo e una bella ragazza sono due esseri umani esteticamente perfetti. Parliamo di aspetto, di presenza, di movenze, di gesti, di quell'intoccabile fascino che emanano.
Adoriamo i belli.
Li amiamo.

Li odiamo.



Natalie Portman
Se la Scala della Bellezza comprende questa categoria bisogna ringraziare Loredana Berté, che con la sua canzone ha reso classificabile un livello di estetica superiore al semplice bello. Non è raro che negli stadi, nelle sale concerti, negli studi televisivi, nelle palestre delle scuole medie durante le partite di pallavolo, si sentano cori di "Sei bellissimooo!" o "Sei bellissimaaa!". Basta aver bevuto un goccetto di birra, o essere profondamente, intimamente, imbarazzantemente affascinati.

(parentesi: per questa posizione era in lizza anche "Bello e impossibile" di Gianna Nannini. Per questioni anagrafiche e alfabetiche la spunta la Berté, ma ci teniamo a ringraziare anche la cantante senese per aver contribuito ad arricchire la Scala)



Marilyn Monroe e James Dean

Alternativa in chiave teologica di bello come il sole, il dio greco e la dea greca sono così impossibili da trovarsi oltre i cancelli dell'Olimpo. Spesso appartengono a un'altra era del costume, a un'altra epoca storica - e talvolta le fonti iconografiche che si hanno di loro scarseggiano.
Marilyn Monroe e James Dean appartengono a questa categoria. Venere e Apollo appartengono a questa categoria. Belle, quella della Bella e la Bestia, appartiene a questa categoria. Il Principe Azzurro appartiene a questa categoria. Sono tutte divinità greche.

Sono irraggiungibili perché sono morti. O perché non sono mai esistiti.





Disagio
giovedì, luglio 16, 2015 | Author: Ale [Tredici]

In questi giorni ce l'ho in modo particolare con Trenitalia. L'odio per Trenitalia è un dente marcio che non guarirà mai completamente, come le emorroidi: può andarsene per un certo periodo, ma poi torna. Ce l'ho con Trenitalia perché ho dovuto abbonarmi al suo servizio. Quando parlo di dovere è perché non ho alternativa: preferirei anch'io poter fare il pendolare in taxi, e invece sono povero, come testimonia il mio frigo brulicante di yogurt Lidl a 22 centesimi. Chissà poi se è yogurt, quello.

Ho molto intelligentemente pensato di sfogare il mio disprezzo per Trenitalia analizzando il nuovo spot del Frecciarossa 1000. Non so se avete avuto modo di guardarlo. In caso negativo, ve lo incorporo qua sotto. Vi porterà via trenta preziosissimi secondi del vostro tempo che, ahimé, nessuno vi darà più, ma cercherò di compensare questa perdita con la mia accurata recensione.


Che è orrendo non è solo evidente dal video, ma anche dal fatto che il canale youtube di Trenitalia abbia disattivato i commenti, in modo che nessuno possa esercitare la propria libertà di espressione.  Mi sembra ingiusto. Voglio dire: siamo in questo curioso periodo storico in cui tutti sanno tutto e si permettono senza alcuna competenza di capire l'economia della Grecia e inventare di sana pianta concetti come l'ideologia del gender, e non si può commentare un video di Youtube?


Per fortuna che ci sono io, che esprimo la mia irrilevante opinione con cognizione di causa.



Bisogna che vi dica una cosa riguardo allo spot: è stato diretto da Pupi Avati. Un Pupi Avati chiaramente devastato dalla demenza senile, oppure il suo apprendista scemo. Il video comincia con un bambino vestito come in una qualsiasi fiction Rai che corre tra i binari.


È in ritardo, tutti i suoi amichetti sono già arrivati e lo salutano gioiosamente, ignari del fatto di essere con tutta probabilità diretti verso un campo di concentramento.


Il bambino li guarda. È evidente che stia mentalmente smoccolando in aramaico.


Ma attenzione, perché silenzioso come un ninja d'acciaio arriva da dietro il prestigioso Frecciarossa 1000.

Ora, parliamone: perché l'hanno chiamato Frecciarossa 1000? Perché 1000? Frecciarossa 100 sarebbe stato un richiamo troppo evidente a Iva Zanicchi, d'accordo, ma perché 1000 e non 2000? O non 3000, come Novella 3000. Non è una domanda così scontata. Inserire nel nome di un nuovo modello di un treno il numero 1000 mi fa immediatamente pensare a quella logica che andava tanto di moda negli anni Novanta, quando si aggiungeva sempre un numero in più, e poi uno zero, ma è un meccanismo che adesso suona arretrato, ridicolo, vecchio. Provoca lo stesso effetto di quei cinquantenni che vanno nelle discoteche coi pantaloni a zampa di elefante zebrati.

Ho sempre pensato, e lo vorrei pensare ancora, che la stazione sia uno dei posti più belli del mondo. Sarà perché lo ricollego a dei momenti speciali della mia vita, ma non mi vengono in mente dei luoghi con quel preciso, specifico romanticismo, quella densità di nostalgia, quel brulicare di umanità. Trenitalia, davvero: cosa stai facendo? Stai togliendo la poesia all'immaginario della stazione, e te ne vanti. Certo, te ne vanti. È un preciso intento quello di trasformare il treno in una macchina futurista, un serpentone aerodinamico che riluce di rosso e bianco, un'astronave; altrimenti, perché permettere questo spot in cui il contrasto tra il passato e il futuro è così evidente?

Ma il video sta andando avanti. Le porte si aprono da sole.


Il bambino sale, e nelle inquadrature successive noi possiamo ammirare quanto sia pulito il treno, una lucentezza che molto probabilmente è stata aggiunta in post-produzione perché io quando ci sono salito non ho avuto l'impressione di trovarmi sull'astronave di Mastro Lindo.


Il giovane criptoebreo continua a esplorare il mezzo, che grazie al formato cinemascope del video sembra che abbia una larghezza sconfinata, e incontra l'unica dipendente gentile di Trenitalia. O forse è un'attrice.


Il bambino solleva lo sguardo, e uno potrebbe pensare che stia di nuovo imprecando contro Dio perché si è appena reso conto che un posto su quel treno costa 100 euro, oppure che abbia sentito uno di quei simpatici messaggi acustici che danno regolarmente sulle Frecce che neanche Spotify, oppure che stia controllando come mai l'aria condizionata non funzioni.

E invece il bambino solleva lo sguardo perché è meravigliato.

Io me lo ricordo bene, un bambino meravigliato dai treni. Mi ricordo come conosceva a memoria tutte le parti che lo componevano, come poteva stare un'ora intera alla stazione a guardarli passare, indicandoli col ditino e ricercando il tuo sguardo per controllare che anche tu provassi la stessa emozione. Quel bambino non sarebbe di certo stato attratto dalle luci del soffitto, o dalla classe Business con la sala riunione, o dal wifi.


E alla fine del tunnel, vediamo lo schienale di una poltrona ruotare, in perfetto stile da cattivone di telefilm anni Ottanta. E invece a sedere nella cabina di comando c'è un modello di intimo vestito da capotreno, che sorridendo inquietantemente lo invita in quella stanzina - proprio come avrebbe fatto un cattivone di un telefilm anni Ottanta. "Vuoi che li raggiungiamo?" chiede al piccolo, come se fosse alla guida di un taxi.


"No, non voglio scendere mai più", replica il bimbo.


Un cretino di bambino, diciamo.



Avrei voluto esporre tutto questo al vecchietto della stazione, quello pagato per passare l'intera giornata al banco di Frecciarossa per non fare niente. Quando ho osato chiedere informazioni, mi ha chiesto di aspettare che finisse la conversazione con il suo amico, per favore. "Certo", ho risposto io, che in fondo ho un animo gentile e ci tengo all'educazione.

Mi ha detto che non sapeva se mi convenisse l'abbonamento o il carnet. Io, che ero dunque più informato di lui, ho risposto che poiché le offerte per i pendolari sono inesistenti, l'unica maniera per spostarmi era pagare il prezzo esorbitante dell'abbonamento. A quel punto, il loquace signore ha detto che noi giovani non vogliamo svegliarci presto, altrimenti pagheremmo meno.
Perché? Perché uno sconosciuto si dovrebbe permettere di dirmi una cosa del genere? Perché una persona appartenente a una generazione che non ha di certo dimostrato di tenerci al futuro dei suoi figli, dovrebbe arrogarsi il diritto di conoscere la mia situazione, quella di tutti i miei coetanei e arrivare perfino criticarla?
A me non è mai piaciuta questa moda di criticare i giovani. Pensano che non sappiamo pensare, stare al mondo, preoccuparci delle cose, pensano che non sappiamo faticare.

Ho lasciato la stazione con dentro un senso di amarezza, mentre una voce molto familiare si scusava per il disagio.




Uova
martedì, giugno 30, 2015 | Author: Ale [Tredici]


Mi presento: ho ventisei anni e ho un grave problema con le uova.


BREAKING NEWS!
Puoi ascoltare questo post


Se n'è accorto perfino il mio nuovo coinquilino. Abita sotto il mio stesso tetto da pochi mesi, ma ogni volta che devo prepararmi un uovo sodo sa che sbaglierò in qualcosa. All'inizio, quando ero un cuoco di uova sode ancora giovane e inesperto, fallivo sulla durata. Poi mi sono informato su Yahoo Answer che sentenzia otto minuti come ideale tempistica. Forse le uova delle galline della Lidl sono di una pericolosa sottomarca speciale, ma se io ne tengo uno a bollire per soli otto minuti, quando lo apro mi esplode in mano come se avessi appena liquefatto un criceto. 

Una volta capito quanto tenere l'uovo nel pentolino, ho cominciato a sbagliare qualcos'altro: l'inserimento. Bisogna stare molto attenti nel tuffare l'uovo nella pentola, e questo vale anche come pillola di educazione sessuale. Tornando all'arte culinaria, se non fate attenzione l'uovo colpirà il fondo del recipiente in maniera troppo violenta, e poi voi potrete passare gli otto minuti seguenti a sperare che quel rivolino bianco che serpeggia nell'acqua non esca troppo copiosamente. 

Camilo, il mio coinquilino colombiano, si diverte molto ogni volta che ceno. E ceno ogni sera, pensate, dovrei fargli pagare il biglietto. Anche Gaia si divertiva molto, quando cenavamo insieme. Gaia è un'altra mia coinquilina che adesso è andata a girare le Americhe col ragazzo cercando di sopravvivere solo con l'autostop e col couchsurfing. In pratica, è come Pechino Express senza le telecamere.

Gaia è stata la prima a capire il mio complicato rapporto con le uova. Nello specifico, aveva osservato che mi era particolarmente difficile terminare la confezione prima della data di scadenza, e questo lo aveva arguito dal fatto che passavo gli ultimi giorni a cucinare uova, fare frittate, usarle al posto dello shampoo ("tonifica il cuoio capelluto!") e, a mali estremi, sporgermi dalla finestra per lanciarle addosso ai passanti che ritenevamo evidentemente borghesi

Sono arrivato a pensare che il mio problema con le uova sia di tipo psicologico, e non lo dico soltanto per giustificarmi dalla tutto sommato ragionevole accusa di essere un imbranato. Il fatto è che le uova sono la concretizzazione cucinabile di ciò che non mi piace della vita.
Il personal trainer del mio amico Flavio ha un motto: "se una cosa fa male, fa bene!", e a quanto pare glielo grida mentre il mio amico è accasciato esanime sulla panca tramortito dopo un'ora di esercizio. 
Lo stesso vale per le uova: lo sapete che la parte gialla è quella che fa male? Cioè, potremmo mangiare continuamente uova, se mangiassimo solo il bianco. Due o tre uova al giorno, cinquanta uova alla settimana, passeremmo praticamente l'esistenza a ingurgitare uova se non ci fosse la parte gialla. Il problema è che la parte gialla è quella buona.

Mangiatelo te il bianco delle uova per tutta l'esistenza.

C'è un aneddoto che mi piacerebbe raccontarvi, tanto per fingere che questo blog sia un abile esperimento di storytelling. Si chiama l'uovo di Colombo, e riguarda il detto popolare che tirate fuori quando c'è una soluzione semplicissima alla portata di tutti ma che nessuno vede. Va anche detto che da piccolo pensavo che l'uovo fosse di un colombo, e non di Cristoforo Colombo.

In poche parole, quando Colombo tornò dall'America venne invitato a una cena. Qui, alcuni gentiluomini rosiconi che probabilmente sarebbero stati molto popolari su Twitter se fosse esistito nel 1492, gli dissero che chiunque sarebbe riuscito a raggiungere il Nuovo Mondo con i mezzi che disponeva lui. Colombo, invece di rispondere Ma che cazzo vuoi come avrei per esempio fatto io, tirò fuori un uovo, e sfidò i commensali a farlo stare dritto sul tavolo.
I gentiluomini rosiconi, ovvero la versione rinascimentale di Selvaggia Lucarelli, prima si guardarono tra loro pensando qualcosa come Vabbè si è drogato, eh, sai con tutti quei papaveri laggiù, poi provarono effettivamente a far stare dritto l'uovo sul tavolo. Doveva essere uno spettacolo pittoresco da osservare, un po' come vedere uno di quei palestrati di Instagram davanti a un sudoku.
Insomma, nessuno di quei gentiluomini rosiconi seppe trovare un modo di risolvere l'impresa. Colombo li guardò come quando si guarda uno di quei tuttologi che stanno su facebook, alzò il sopracciglio, meditò di intraprendere una carriera da drag queen, poi picchiò l'uovo contro lo spigolo del tavolo, ammaccandolo sulla parte inferiore che era così divenuta piana. 
Lo poggiò sul tavolo. "Statece", disse soltanto.

Più che per la scoperta dell'America, io stimo Colombo per questa sua idea. Ha zittito gli antenati delle webstar in maniera intelligente, quando io con molta probabilità sarei stato capace di schiacciare l'uovo sul tavolo. E romperlo.






Cosa cazzo significa l'occhiolino
venerdì, giugno 12, 2015 | Author: Ale [Tredici]

Poiché non ho una vita, ho deciso di peggiorarla iniziando a guardare Mad Men. È una serie tv su un gruppo di pubblicitari di New York degli anni Cinquanta. È un capolavoro di scrittura, peccato che siano quasi cento episodi e che io, da bravo sottoprodotto della società occidentale destinato a non avere la pensione ma con un'esauriente cultura in fatto di vampiri, metanfetamine, fantapolitica e draghi, stia seguendo una serie di serie già piuttosto considerevole.

Ma torniamo a Mad Men. La prima cosa che ti insegna è che a New York negli Anni Cinquanta le donne non contavano un cazzo. Per questo ho subito simpatizzato col personaggio di Peggy, ovvero un rifiuto umano senza spina dorsale né meriti. In pratica, io. Ho notato che alcuni dei suoi colleghi uomini le fanno spesso l'occhiolino, e lei è giustamente confusa a riguardo.

Perché, diciamolo: cosa cazzo significa l'occhiolino?



La mia ricerca che, come avrete modo di vedere, è molto approfondita, è cominciata con uno strumento all'avanguardia che risponde, più o meno in tutto il mondo, al nome di Google. Ho cioè scritto: "cosa cazzo significa l'occhiolino" e ho premuto Invio, consapevole che un motore di ricerca non delude mai, proprio come i cani e le canzoni Anni Novanta.

Uno dei primi risultati è stato un forum che il web designer ha drammaticamente scelto di colorare di nero e rosa, facendolo somigliare ai volantini del Gilda Due, che è un night club toscano aperto dopo che il Gilda Uno ha chiuso perché ci spacciavano droga ma come mai vi sto raccontando tutto questo non lo so.

In questo forum, varie ragazze (o quantomeno profili con identificativo femminile) si scambiavano pareri riguardo al gesto dell'occhiolino. Credo che quanto ho letto, arricchito dai miei preziosi, sagaci e irresistibili commenti, sia tutto ciò che c'è da sapere sull'occhiolino.

Ecco, qui di seguito, i vari significati dell'occhiolino.

1. Mi piaci
Sono attratto da te, ma per qualche motivo che probabilmente ha a che fare col mio essere totalmente privo di testicoli non posso o non voglio dirtelo a voce. Scelgo di comunicartelo con un movimento praticamente impercettibile del viso che tu potresti benissimo non cogliere e rimando a te ogni azione che richieda un minimo di spina dorsale

2. Scherzo
Ho appena fatto una battuta che ritengo esilarante. Dovresti ridere in modo tale da farmi sentire una persona molto simpatica

3. Abbiamo un'intesa
Vorrei comunicarti che il concetto che ho appena espresso di fronte a te e a uno o più altri presenti che auspicabilmente non stanno guardando in direzione del mio viso è tutto sommato una balla, che potrei aver detto a fini scherzosi oppure per mettere in mezzo questi poveri idioti totalmente inconsapevoli

4. Scopiamo?
No, nient'altro: scopiamo?

5. Ho capito che sei gay, lo sono anch'io
Grindr, Romeo, Bender, Scruff, Howlr e tutte queste altre chat di incontri i cui nomi ricordano marche di lavatrici, non esistevano dieci anni fa. Dieci anni fa esistevano le aree di servizio nelle autostrade, che tuttavia non esistevano cento anni fa. Cento anni fa esistevano soltanto gli occhiolini, e io sono uno all'antica

6. Ho capito che sei gay, io non lo sono ma non ti preoccupare non lo dico
Lo so che non me ne dovrebbe fregare un cazzo ma voglio farti sapere che ti sono superiore perché la tua voce o qualcosa nel modo in cui muovi le mani mi ha dato indizi sulla tua sessualità. Inoltre voglio tranquillizzarti perché non dirò tutto questo ai tuoi compagni barra amici barra colleghi barra genitori barra parenti barra gattini, lo terrò per me e solo ora mi rendo conto, proprio in questo istante in cui la palpebra si chiude sul mio occhio, che ti ho fatto un gesto totalmente incoerente col significato numero 5 e pertanto tu penserai che anch'io sono un invertito ti prego non dirlo in giro

7. Ho un tic nervoso
E non mi sto rendendo conto di compiere un gesto che probabilmente ti costerà settimane di paranoie, visite dallo psicoterapeuta, messaggini con tutte le amiche della tua rubrica e richieste disperate in drammatici forum dai colori rosa e nero

Tutto qua, gente.




La parabola della Torta Sacher
lunedì, maggio 25, 2015 | Author: Ale [Tredici]

Il futuro mi mette a disagio. 

Deve essere per questa persistente ossessione degli umani per la sicurezza che è stato inventato il posto fisso. Peccato che poi ci si è accorti che il mondo poteva andare avanti coi posti fissi solo per un periodo di tempo limitato, che adesso è esaurito, e noi giovani - creature carine e innocenti che affogano i loro dispiaceri in mutande a gambe incrociate sul divano abbracciando il barattolo maxi di una sottomarca superscontata della Nutella, tanto per fare un esempio che non ha nulla a che vedere con me - ci siamo rimasti fregati.



Dovete sapere che da pochissimi giorni ho terminato il mio percorso di studi. Non è un gran momento per farlo, per un aspirante scrittore-narratore-comunicatore. Ci si dà un gran daffare, si manda il curriculum pure a Grom ("magari mi fanno fare la grafica dei gusti estivi tipo albicocca della Papuasia") e si chiede il collegamento su Linkedin a tutti i cognonimi di chi ha un ruolo importante nel nostro ambito lavorativo. A questo proposito, vorrei scusarmi con tutti i Germanotta d'Italia per l'insistenza ma se per caso avete il numero di Lady Gaga, metti che è vostra cugina tipo, ecco, ho sempre desiderato fare la popstar. La ricerca del lavoro è ossessiva, basta considerare che ne parlo anche qui in modo che se qualcuno di voi avesse qualcosa da propormi che non comporti l'uso dei genitali, miei o di terzi, potrebbe liberamente scrivermi e sarò felice di rispondervi.

Poiché il giorno dopo il mio diploma a Torino c'era il Salone del Libro, ho pensato di andare. E uno dei primi meeting a cui ho assistito è stato l'imperdibile incontro-scontro tra Antonella Clerici versus Benedetta Parodi. Dato che la mia famiglia è più devota alla Parodi che alla Madonna non potevo perdermelo - scherzo mamma, non voglio certo essere blasfemo, ma è forse stata la Vergine Maria a insegnarti ad amalgamare il condimento della pasta con l'acqua di cottura? Riflettici.

Quando è entrata in sala, ho capito che da grande voglio essere Benedetta Parodi. Quella che nutro per lei non è solo un'ammirazione frivola e di contorno, ma una vera e propria ambizione esistenziale. Ho cominciato a prendere appunti, suscitando inutili e irritanti risatine tra gli altri auditori che comunque non saranno mai nessuno nella vita.

E ho stilato una piccola lista di motivi per i quali ho capito che Benedetta Parodi è uguale a me e che io sono destinato a diventare come lei, che adesso vi propongo.


MOTIVI PER CUI BENEDETTA PARODI È UGUALE A ME 
E PER CUI IO SONO DESTINATO A DIVENTARE COME LEI

1) C'è dell'ingegno anche nel microonde
Lo penso anch'io: smettiamola di sminuire chi utilizza il microonde. Si possono ottenere risultati grandiosi anche con gli strumenti più idioti.

2) Quando torno a casa devo assolutamente farmi una birretta fresca
Non molti sanno che amo la birra: di solito è un dettaglio che rivelo soltanto alle mie amiche lesbiche, che così mi acclamano e mi fanno sentire accolto. Quando sono arrivato a Torino ne ho comprate diverse bottiglie al supermercato, per poi scoprire che quella della Lidl sa di piedi.

3) Sono pochi quelli che si accorgono che un prodotto è surgelato
Quando l'ha detto mi sono alzato in piedi gridando BRAVAAAAA con gli occhi infuocati di passione. Finalmente una che dice la verità: i surgelati vanno benissimo e sticazzissimi di voi e della vostra roba fresca. Noi Beyoncé della cucina non abbiamo tempo.

4) La parabola della Torta Sacher
A questo punto della conferenza il mio amore per la Parodi era oltre ogni misura. Non potevo sapere che sarebbe cresciuto ancora dopo aver ascoltato questo aneddoto. Una Benedetta timida e appena quindicenne, un bel giorno decise di partecipare a un concorso culinario. La prova prevedeva la preparazione di una sachertorte. Benedetta aveva studiato, ma dimenticò di inserire un ingrediente fondamentale: il lievito. Al momento dell'assaggio, la giuria non riuscì nemmeno a tagliare una fetta di dolce.
Da questo simpatico e avvincente aneddoto potremmo evincere una quantità pressoché infinita di considerazioni esistenziali, ma io ve ne esporrò solo due, che mi sembrano le più importanti.

Uno: bisogna sempre far lievitare la roba che si cucina. Senza leggerezza, le cose sono immangiabili.

E due: da piccoli si può anche fare qualche errore, ci si può sentire fuori posto, sfigati, inetti, insicuri, falliti. Ma questo non significa che non diventeremo mai Benedetta Parodi.





Il lato giusto della storia
domenica, maggio 17, 2015 | Author: Ale [Tredici]



Anche quest'anno è arrivato il 17 Maggio, giorno in cui ricorre la lotta contro l'omofobia, la bifobia e la transfobia. Prima o poi ci decideremo a inventare un'unica parola. 

Anche quest'anno è arrivato il 17 Maggio, e io mi trovo a scattare la consueta fotina con i sei colori della bandiera rainbow e a scrivere un post per l'occasione.

Anche quest'anno è arrivato il 17 Maggio e io, ve lo dico con tutta franchezza, non ce la faccio più. Non parlo dell'attivismo: mi spiace tantissimo per tutti quelli che sotto i link di Repubblica scrivono "avete rotto con sta storia dei diritti dei gay", ma non la smetteremo con sta storia dei diritti dei gay fin quando i gay (e le lesbiche e i bisessuali e le persone transessuali e transgender) non li avranno, questi diritti.

Con la parola diritti intendiamo un insieme di cose che comprendono principalmente la possibilità di sposarci, perché vogliamo vivere in uno Stato che riconosce la nostra esistenza, e la possibilità di adottare figli, perché come siete in grado voi di farlo lo siamo anche noi, e state diventando ridicoli con la questione che ai bambini serve un padre e una madre, perché se i bambini credono di sapere cosa gli serve è perché glielo mettete voi nella testa.

Quindi, ricapitoliamo: possibilità di sposarci e di adottare. E ci aggiungiamo subito subito una legge contro l'omofobia, perché dobbiamo poter stare tranquilli che se dei pazzi violenti ci menano lo Stato è dalla nostra parte. 

Ah, questo sarà un duro colpo, sedetevi: vogliamo poter divorziare. È buffo, vero? Sono sicuro che i più intelligenti di noi, quelli che lottano per questi diritti da anni, molti più anni di me, non appena potranno, considereranno il diritto di sposarsi come il regalo più prezioso del mondo; ma altri magari no, altri magari vorranno divorziare come fanno gli eterosessuali.

E da questo capite bene che nascono un sacco di altri diritti, alcuni legali e altri semplicemente etici, che vogliamo, pretendiamo, e inseriamo nel pacchetto di richieste che facciamo tutte insieme. Perché non ha senso chiedere una cosa per volta, non possiamo accontentarci di un'uguaglianza a metà. Vogliamo tutto. Gli altri diritti sono, per esempio, la possibilità di essere pubblicamente persone di merda. Vogliamo poter scheccare ed essere effeminati. Vogliamo poter essere stereotipi, se lo desideriamo. Vogliamo poter educare male i nostri figli, come potete farlo voi. Vogliamo poter litigare e dimostrare che non solo l'amore gay esiste ed è vero, ma anche l'odio. L'odio non è un'esclusiva eterosessuale, capito? Vogliamo liberarci dalla responsabilità sociale di essere gay: non è perché sono gay che devo essere un bravo cittadino. Io sono un bravo cittadino perché i miei genitori mi hanno insegnato così, non c'entra niente il mio orientamento sessuale. Se Luca e Marco educano male la loro bambina, è un problema di Luca e Marco, non di tutti gli omosessuali. Se Jessica va in televisione a dire scemenze, è Jessica che è scema, non tutta la categoria a cui appartiene. Vogliamo poter essere persone di merda, esattamente come possono decidere di esserlo gli eterosessuali.

Anche quest'anno è arrivato il 17 Maggio e io non ce la faccio più. Non ce la faccio più di chi dice che ci sono altri problemi, di chi dice che abbiamo rotto le palle con questa lotta, con queste manifestazioni di orgoglio. Ci sono anche dei gay a cui l'ho sentito dire, tanto per dimostrare che purtroppo o per fortuna abbiamo punti di vista molto vari.

Ma se oggi possiamo esprimerci liberamente (almeno questo!) lo dobbiamo a chi ha lottato negli scorsi decenni. È lo stesso discorso che vale per le altre categorie discriminizzate. Se non ci fossero stati gli attivisti per i diritti dei neri, o per i diritti delle donne, oggi questo mondo sarebbe stato ben diverso, e molto più ingiusto. Ma vi sognereste mai di dire a uno che ha lottato per i diritti dei neri: "che palle, tanto non serve a niente, peggiora solo le cose"?

Anche quest'anno è arrivato il 17 Maggio e io, onestamente, non ce la faccio più. Eppure continuo a scattare la fotina e a scrivere qualcosa a riguardo, che è solo un umile sforzo, e altre persone molto più volenterose di me continuano a lottare organizzando manifestazioni e collaborando con le associazioni. E lo facciamo da anni. E sapete perché? 

Perché non pensiamo più al presente. Pensiamo al futuro. Pensiamo che un bel giorno, quando nel mondo tutti potranno essere chi vogliono e amare e odiare chi vogliono, i nostri figli andranno a scuola, e apriranno il libro di storia (sì, in questo futuro idialliaco si studierà ancora la storia, perché conoscere il passato aiuta a essere più buoni) e leggeranno di quel tempo remoto in cui gli esseri umani erano divisi tra chi voleva pari diritti tra gay e etero e chi no, e si chiederanno come è stato possibile che esistesse un tempo in cui c'erano così tante discriminazioni; e quel giorno i bambini ringrazieranno coloro che hanno lottato per far sì che il mondo fosse uguale per tutti. Continuiamo a lottare perché pensiamo che un giorno qualcuno dirà che ci siamo schierati dal lato giusto della storia.